Categoria: Recensioni

Insonnia – Recensione

Titolo: Insonnia

Autore: Andrea La Rovere

Casa Editrice: Tabula Fati

Anno: 2020

ISBN:978-88-7475-843-2

Prezzo (Euro): 12,00

N. Pagine: 160

Insonnia

Torno con le mie piccole recensioni per parlarvi di un libro che mi è particolarmente caro. Si intitola Insonnia ed è una raccolta di 18 racconti dello scrittore Andrea La Rovere.

Articolista per diverse testate come Onda Musicale, Auralcrave e Shockwave Magazine, Andrea La Rovere si occupa principalmente di musica e sport, con gustose incursioni in storie curiose e poco conosciute. Inoltre, si dedica della gestione del suo sito personale e di diversi profili social, tra cui la sua pagina Andrea La Rovere Works – per inciso la parola Works deriva dal fatto che oltre che come scrittore, La Rovere è attivo anche come artista figurativo.

Insonnia è una silloge di diciotto racconti – scritti in un arco di tempo molto ampio, come l’autore stesso dichiara – in cui si spazia tra atmosfere che strizzano l’occhio al classico racconto del terrore di Poe o Maupassant e brani di ispirazione carveriana, in un’alternanza di situazioni drammatiche e surreali in cui viene sempre fuori con prepotenza la meschinità dell’essere umano.

Molte sono storie di umane miserie, di scelte avventate, di arrogante indifferenza verso il prossimo, che finiscono per condurci ad una conclusione molto diversa da quello che ci saremmo aspettati. I finali – inaspettati, ma lucidi e realistici – sono infatti tra i maggiori punti di forza di questi racconti, insieme allo stile diretto, senza fronzoli, che permette di percepire visceralmente le emozioni e i pensieri dei vari personaggi.

Il titolo, Insonnia, deriva da quello di uno dei racconti e ci permette di addentrarci immediatamente nelle atmosfere notturne e a tratti claustrofobiche delle storie, che molto spesso prendono il via da qualche decisione scellerata presa col favore delle tenebre.

Insonnia è un libro che vi permetterà di affacciarvi sull’abisso, una finestra su una società molto spesso egoista e sciocca ma in cui non manca una sorta di giustizia spietata. Un testo intenso, coinvolgente e a tratti crudo, che non può certo lasciare indifferenti. L’opera nel 2020 è inoltre risultata vincitrice dell’VIII Premio dell’Editoria Abruzzese (Sez. Narrativa).

Consigliato.

 

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Io sono l’abisso – Recensione

Titolo: Io sono l’abisso

Autore: Donato Carrisi

Casa Editrice: Longanesi

ISBN: 9788830453500

Anno: 2020

Prezzo (€): 22

N° di pagine: 384

Io sono l’abisso

Oggi, per la mia rubrica di piccole recensioni, voglio parlarvi di un apprezzatissimo omaggio trovato sotto l’albero di Natale: Io sono l’abisso di Donato Carrisi. Sono sempre stata una grande appassionata di Thriller – amore nato ai tempi de Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris e di Postmortem di Patricia Cornwell – ma ho cominciato a leggere Carrisi con colpevole ritardo. Quest’anno però, dopo aver letto Il suggeritore, ho colmato la lacuna e mi sono appassionata moltissimo.
Carrisi, tra le altre cose, è un criminologo, dunque delle deviazioni della psiche umana ne sa parecchio, inoltre è evidente un grande studio su casi veramente accaduti. Anche il libro di cui vi voglio parlare è ispirato a eventi reali, a testimonianza del fatto che gli orrori di cui sono capaci gli esseri umani nel mondo tangibile superano di gran lunga la più estrema fantasia.
Io sono l’abisso ha come teatro il lago di Como, che ci appare nella sua decadente veste invernale, assai lontana dalle immagini da rotocalco delle ville dei vip. L’unica presenza umana costante di questo scenario fuori stagione è lui, l’uomo che puliva, protagonista senza nome a caccia di segreti nascosti tra la spazzatura. L‘uomo che puliva lo sa, ciò che buttiamo via dice di noi più di quanto vorremo ed è fondamentale per un cacciatore come lui. Ogni mattina il netturbino compie il proprio giro, seguendo una rigida routine che gli permette di affinare il suo naturale dono di passare inosservato, senza il quale il suo enorme, oscuro segreto rischierebbe di essere rivelato.
Tutti i calcoli e le pianificazioni del mondo però, vengono spazzati via dall’incontro con la ragazza col ciuffo viola, che lui salva dall’annegamento rispondendo ad un impulso insopprimibile che va contro ogni sua solita, fredda scelta razionale. L’uomo che puliva non sa che mentre cerca di mediare tra l’istinto di proteggere la ragazza e il terrore che prova per Micky – l’anima nera che si nasconde dietro la porta verde e che gode nell’uccidere – qualcuno ha già cominciato a indagare su di lui per stanarlo. La chiamano la cacciatrice di mosche e sa bene quanto dolore possa infliggere un essere umano per il suo solo diletto.
Io sono l’abisso è un romanzo molto meno labirintico dei precedenti che lo letto, ma la trama più lineare non sminuisce minimamente la sensazione di ansia e suspense, che invece sono molto ben presenti. In più di un passaggio ci si sente come spettatori davanti ad un evento terribile – di cui immaginiamo in parte l’esito drammatico – che rimangono paralizzati senza riuscire a intervenire. Credo che il climax di tensione che riesce a instaurare sia davvero uno dei pregi principali dei romanzi di Carrisi, insieme a quell’atmosfera claustrofobica in cui sembra che il tempo smetta di scorrere, per poi accelerare all’improvviso.
 Io sono l’abisso è un thriller psicologico con tutti i crismi, che ci permette inoltre di avvicinarci ai protagonisti e di empatizzare con loro e di sporgerci pericolosamente per osservare dove certi abissi hanno origine. Consigliato.

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Omicidio al civico 7 – Recensione

Titolo: Omicidio al civico 7

Autore: Angelo Marenzana

Casa Editrice: Fanucci editore

ISBN: 9788866883845

Anno: 2020

Prezzo (€): 14.00

Omicidio al civico 7

Torna la rubrica delle mie piccole recensioni con “Omicidio al civico 7” di Angelo Marenzana, pubblicato per la collana Nero Italiano di Fanucci Editore.

Questa volta ho scelto uno dei miei generi preferiti in assoluto, il giallo, tanto più che  l’opera di Marenzana può pienamente ascriversi nel mio adorato sottogenere del giallo storico – pur se la vicenda è calata nella storia contemporanea, gli ultimi anni del fascismo, per essere precisi.

Marenzana è un autore alessandrino, attivo fin dagli ultimi anni Novanta nella narrativa e che ha scelto l’Abruzzo come suo buen retiro. Pur essendosi cimentato con buon successo in vari generi e periodi storici, la sua vera passione è raccontare l’Alessandria degli anni del fascismo, con un occhio lucido e realistico, sottilmente critico verso la sciagurata dittatura del Ventennio.

Il protagonista di “Omicidio al civico 7” è il commissario Augusto Maria Bendicò, già al centro de “L’uomo dei temporali” e l’anno scelto è il 1936, proprio nei giorni della proclamazione dell’Impero. Bendicò è un personaggio molto particolare, debitore in parte alla scuola gialla francese, in particolare a quella del maestro Simenon, a cui anche lo stile di Marenzana pare fare riferimento, pur con caratteristiche molto personali.

La vicenda scaturisce dal ritrovamento della bellissima Eleonora Picchio, giovane promessa canora della città. L’intreccio è quello classico del giallo, con la trama che si dipana agli occhi acuti di Bendicò e a quelli del lettore, man mano che si va avanti, passo per passo.

Il commissario, rimasto tragicamente vedovo da poco tempo, pare quasi sfruttare l’occasione dell’indagine per una sorta di rinascita personale, che lo porterà a una salutare trasformazione anche nell’approccio al grave lutto che lo ha colpito.

Va detto che, pur essendo la trama un meccanismo perfettamente congegnato, il giallo è anche un mezzo che Marenzana usa per parlare d’altro, di quello che gli sta a cuore.
Del protagonista, e della sua vicenda umana, innanzitutto; ma anche di un periodo storico così tragico e della vita quotidiana che la cittadinanza conduceva, oltre che della sua città, quell’Alessandria suggestiva e nebbiosa da cui affiorano una malinconia e un fascino perfettamente reso tra le pagine del libro.

“Omicidio al civico 7” è consigliato dunque sia agli amanti del giallo classico, che vi troveranno tutti gli elementi a loro cari, ma anche agli appassionati di storia, che potranno ricostruire la vita di provincia in un periodo oscuro della nostra nazione, che ancora oggi ne segna le vicende politiche e sociali.

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La figlia del tempo – Recensione

Titolo: La figlia del tempo

Autore: Josephine Tey

Casa Editrice: Mondadori (versione italiana)

Anno: 1951 (ed. italiana 1976)

La figlia del tempo

Oggi, per la mia rubrica di piccole recensioni, vi voglio parlare di un classico del giallo che ho appena letto e che mi ha colpito moltissimo: La figlia del tempo di Josephine Tey. Mi sono imbattuta in questo libro per puro caso, saltellando qua è là tra le pagine di Wikipedia e venendo attratta dal link alla pagina dei Cento migliori romanzo gialli di tutti tempi. Io, lettrice di gialli da ben tre generazioni e fiera proprietaria di alcune librerie così abbaglianti da dover essere guardate con gli occhiali da sole, potevo mai non seguirlo? Ovviamente no.

Ho scoperto così che nel 1990 la Mistery Writers of America, un’organizzazione statunitense di scrittori di giallo, horror e thriller, ha stilato una classifica dei cento migliori libri crime della storia, inserendo al primo posto – sopra ad opere come “Il mastino dei Baskerville”, “Il nome della rosa” e “Dieci piccoli indiani” – proprio il romanzo di cui vi sto per parlare.

La mia curiosità è ulteriormente aumentata quando ho scoperto che anche la Crime Writers Association, omologo britannico della MWA, era dello stesso identico avviso, quindi mi sono procurata La figlia del tempo.

Ritratto di Riccardo III (Anonimo)

Il protagonista del romanzo è Alan Grant, ispettore di Scotland Yard costretto temporaneamente in un letto d’ospedale a causa di una brutta caduta. Per aiutarlo a passare il tempo, la sua amica Marta Hallard gli porta una serie di ritratti di personaggi storici legati a qualche mistero irrisolto e lo invita a sceglierne uno per cimentarsi in una sorta di indagine accademica. Alan, che si è sempre dimostrato molto abile nello studiare i volti e le espressioni, viene colpito da un viso in particolare, mesto e pensoso. Il viso, secondo l’opinione sua e della caposala, di una persona che ha patito dolori indicibili.

Quando lui – da sempre convinto di poter distinguere con uno sguardo “un giudice da un imputato”  scopre l’identità dell’uomo del dipinto il suo stupore non potrebbe essere più grande: quell’espressione di calma sofferenza appartiene infatti a re Riccardo III, passato alla storia come il più spietato assassino d’Inghilterra. Secondo la tradizione Riccardo si è macchiato di crudeltà e tirannia e, soprattutto, non ha esitato a far uccidere i nipotini, i celebri principi nella torre, pur di salire al trono.

Un piccolo cenno storico. Siamo allo scontro finale delle Guerra delle due Rose e nella battaglia di Bosworth (1485) Riccardo III viene sconfitto da Enrico Tudor, che diventa re al suo posto. Da quel momento su lui si abbatte una vera e propria damnatio. Ma era davvero lo spietato e folle tiranno di cui ci narrano Shakespeare e Tommaso Moro, che erano al servizio dei Tudor? Ed era davvero lui quello che aveva più da guadagnare dalla sparizione dei due piccoli principi?

Con l’aiuto del giovane ricercatore Brent Carradine, Grant si lancia in un’indagine attraverso libri di storia, biografie e cronache dell’epoca, portandoci con sé a conoscere storie e personaggi dimenticati, che gettano nuova luce su come potrebbero essere andate davvero le cose.

Un giallo sui generis, che farebbe impazzire gli appassionati di storia, ma forse storcere un po’ il naso agli amanti di una trama più canonica. Io l’ho apprezzato tantissimo, complici sia la mia passione per il passato sia la simpatia immediata per il protagonista, disincantato, dotato di una pungente ironia e rabbiosamente insofferente a quelle che ora chiameremmo “fake news”.

Consigliatissimo, non solo per il fatto che è stato di recente definito “uno dei libri più importanti mai scritti”, ma anche per guardare il romanzo giallo da un’altra prospettiva.

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Camminare senza scarpe – Recensione

Camminare senza scarpe

Titolo: Camminare senza scarpe

Autore: Carlo Maria Marchi

Casa Editrice: Tabula Fati

Anno: 2020

ISBN: 978-88-7475-811-1

Prezzo (Euro): 11,00

N. Pagine: 136

 

Camminare senza scarpe

“Aurelio era un cantastorie. L’unico modo per preservare le storie è raccontarle”. È forse questa la frase che per prima ci introduce pienamente nella narrazione di Camminare senza scarpe, il nuovo libro di Carlo Maria Marchi, uscito pochi mesi fa per Edizioni Tabula Fati. Marchi, già penitenziarista e docente universitario, è un veterano della penna e dal 2001 ha pubblicato diverse opere fino ad approdare nel 2018 alla casa editrice chietina con Pescatori di orme, che gli è valso il primo posto nella VI edizione del “Premio per l’Editoria Abruzzese”.

In Camminare senza scarpe, Aurelio “che di cognome faceva Monti”,  ormai anziano e pieno di nostalgia ci accompagna in un viaggio di ricordi nella Roma della sua infanzia e giovinezza, la Roma del dopoguerra ancora sanguinante per il conflitto passato. Attraverso il racconto di Aurelio veniamo trasportati in un’infanzia spensierata tra i vicoli di Trastevere, fatta di pesca alle rane e di giochi tra amici, di osservazione della realtà degli adulti in modo forse ingenuo, ma sempre attento e pieno di comprensione.

Quelli che Marchi ci mostra sono bozzetti, lampi di luce che ci permettono di osservare per pochi, indelebili istanti un incredibile campionario di umanità. In questo libro i protagonisti indiscussi sono quelli che De Andrè definiva gli ultimi – in senso mai spregiativo, tutt’altro – però quello che ci viene svelato non è un mondo di vinti, ma di dignità e di grazia, in cui nessuno viene lasciato indietro perché non c’è niente di più sacro della solidarietà.

In quella fase di ricostruzione e rinascita non si dà alcuna importanza alle differenze, siano esse dovute al colore della pelle, alla religione o a una qualche disabilità. Per citare la parole del giovane Aurelio “diverso non vuol dire sbagliato, vuol dire solo diverso”.

In questo libro Marchi si conferma uno straordinario conoscitore dell’animo umano e riesce con poche, sapienti pennellate a farci sentire i profumi che provenivano dal ghetto, la voce della nonna, tenera e saggia, il vagito del trovatello che viene nutrito e curato da gente che per sé non ha nulla.

Camminare senza scarpe è l’affresco di un’epoca di rinnovamento e speranza, in cui la povertà diventa il motore del miglioramento e dell’aiuto reciproco. È un libro che ci mostra come ogni progresso sia possibile solo smettendo di aggrapparsi alle “differenze” e alla prevaricazione e cominciando a tendere la mano: siamo esseri umani, ciò che accade agli altri non può esserci estraneo.

 

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Formula Uno! La vita, l’amore e i motori – Recensione

Formula 1! La vita, l’amore e i motori

Titolo: Formula Uno! La vita, l’amore e i motori

Autore: Laura di Nicola

Casa Editrice: Solfanelli

Anno: 2020

ISBN: 978-88-3305-199-4

Prezzo (Euro): 16,00

N. Pagine:296

Formula Uno! La vita, l’amore e i motori

Per la mia rubrica di recensioni, oggi vi parlo di un romanzo d’esordio, “Formula Uno! La vita, l’amore e i motori” di Laura Di Nicola. Può sembrare una scelta bizzarra, infatti non posso certo definirmi un’appassionata degli sport automobilistici, tuttavia, incuriosita anche dal fatto che l’autrice sia una giovane donna, mi sono cimentata nella lettura.

Laura Di Nicola è – a differenza mia – una grande appassionata di Formula Uno, tanto da occuparsene da tempo come redattrice di articoli per varie testate, e si vede; con l’aiuto del mio compagno, a sua volta esperto di lunga data, ho potuto rendermi conto di quanto fedele sia la ricostruzione del microcosmo di questo sport, con tutte le sue contraddizioni e le grandi e piccole storie che ospita, e quindi della competenza in materia dell’autrice.

Ma “Formula Uno” in realtà non si occupa solo di corse, come ben chiarito dal sottotitolo; anzi, i motori rimangono sullo sfondo e la storia è quella di un classico romanzo a metà tra formazione e amore, pieno di colpi di scena e di personaggi molto ben caratterizzati.

La storia è semplice e ha per protagonisti Isabella, giovane ingegnere meccanico con la passione per le corse, e Arthur Ringelmann, progettista tedesco di una squadra di Formula Uno di metà classifica. La conoscenza casuale dei due produrrà un effetto di reazione a catena per cui Isabella si troverà a coronare il suo sogno, lavorare in una squadra di Formula Uno, e verrà coinvolta in una sorta di spy story sportiva.

Prendendo spunto da una serie di accadimenti reali delle corse del primo decennio del duemila, ma senza calcare troppo la mano su tecnicismi, la Di Nicola riesce a tratteggiare una ricca galleria di personaggi minori che orbitano attorno ai due protagonisti e che sventano qualsiasi rischio di noia anche per i profani.

Isabella Castellani è un personaggio che conquista, una specie di Mary Poppins con più soluzioni in tasca di quante ne avesse il gatto Doraemon; Ringelmann è il tipico genio con la testa tra le nuvole, tanto a suo agio tra calcoli e progetti rivoluzionari, quanto goffo e pasticcione nei rapporti umani.

“Formula Uno! La vita, l’amore e i motori”, edito da Solfanelli, è un romanzo leggero e ironico, veloce come una gara automobilistica e che lascia il lettore con la voglia di leggere altro dell’autrice, cosa che potete fare per ora nella raccolta “Fate, pandafeche e mazzamurelli”, dove la Di Nicola figura tra gli autori col racconto “Una vita maledetta”, incentrato sulla vicenda di un lupo mannaro.

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Non lo avevo considerato – Recensione

Non lo avevo considerato

Titolo: Non lo avevo considerato

Autore: Francesca D’Isidoro

Anno: 2018

ISBN: 9781980485087

Prezzo (Euro): 7,99 (Cartaceo); 0,99 (Kindle)

N. Pagine: 186

Non lo avevo considerato

Oggi per la mia rubrica di piccole recensioni mi avventuro in un terreno per me insolito e vi parlo di Non lo avevo considerato, il brillante e ironico romance di Francesca D’Isidoro.

Francesca è ormai una veterana del genere. Ha esordito con il libro L’amore non è per tutti, i cui diritti sono stati acquistati da Rizzoli per la collana “You Feel”, e in seguito ha pubblicato L’amore è per noi.

Non lo avevo considerato è il suo terzo romanzo e ci racconta la storia di Diletta e Francesco, due “anime affannate” deluse e disilluse che una sera si incontrano per caso. La chimica è subito evidente e i due trascorrono la notte insieme, ma nessuno di loro crede la cosa possa ripetersi. Diletta è ancora sanguinante per la storia col suo ex, che a pochi passi dall’altare l’ha abbandonata per una donna più abbiente, ma con cui ancora continua a vedersi. Francesco è nel pieno di un burrascoso divorzio, teme di perdere la figlia e l’azienda di famiglia di cui è tornato ad occuparsi dopo tanti anni di lavoro all’estero. L’uomo sa bene che legarsi a qualcuno significherebbe trascinarlo con sé nel torbido abisso in cui lui stesso è sprofondato, inoltre non è ancora in grado di fidarsi nuovamente del suo prossimo. Ovviamente il proposito di Diletta e Francesco di non rivedersi non ha fatto i conti con la sorte che deciderà altrimenti.

Il romanzo quindi si apre con un classico cliché di genere, tuttavia lo sviluppo della trama è tutt’altro che banale e scontato. La narrazione snella e scorrevole ci accompagna in un susseguirsi di situazioni imprevedibili ora commoventi ora divertenti  ora drammatiche. Una chicca è la narrazione “point of view”, questo è un romanzo a due voci in cui si alternano il punto di vista di Diletta e quello di Francesco, conferendo ai due personaggi ancora maggiore tridimensionalità. Menzione particolare meritano i comprimari, alcuni buffi altri inquietanti, che valorizzano i due protagonisti senza comunque perdere la loro spiccata personalità.

Non lo avevo considerato è un romanzo divertente e romantico da leggere tutto d’un fiato, che vi farà sorridere e imbronciare, ma che non vi farà di certo annoiare.

Francesca D’Isidoro ha di recente pubblicato il suo nuovo libro, Mi sono innamorata di tuo marito, e gestisce la pagina social Francesca D’Isidoro Autrice.

 

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La feluca con le ali

Titolo: La feluca con le ali

Autore: Moira Di Fabrizio

Casa editrice: Youcanprint

ISBN: 979-88-92631-67-0

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 9,90

N. Pagine: 144

La feluca con le ali

Torniamo a parlare di poesia con la raccolta La feluca con le ali di Moira Di Fabrizio, scrittrice nata a Chieti.

Una cosa che condivido con l’autrice è la grande passione per l’egittologia, dimostrata in primis in Ankh, la chiave della vita, il romanzo d’esordio di Moira uscito nel 2014.
Anche la feluca citata nel titolo nasconde un omaggio alla cultura egiziana; si tratta infatti di un’antica imbarcazione spesso usata proprio sulle rive del Nilo. Il suo aspetto dà l’idea di fragilità, eppure si rivela al contempo sicura e robusta, così come lo stile delle liriche di Moira, autrice di una sensibilità quasi fuori dal nostro tempo. La silloge gravita attorno al grande tema dell’amore, reso con un’emotività scoperta e sincera, con assidui rimandi alla natura, dal mare alla terra, dalla pioggia al sole.

La silloge raccoglie le liriche che Moira Di Fabrizio scrive fin da giovanissima. Alcune delle poesie erano già state pubblicate in tre raccolte di poesie: “Tra nuvole e realtà” 2005; “Lo specchio delle mie emozioni” 2006; “Frammenti perduti” 2011.
Numerose sono però le composizioni inedite inserite in questa preziosa raccolta.

“La sua poesia è in bilico tra la materia e un orizzonte di sogni e speranza che l’autrice brama con potente forza emotiva.  Sono parole che ritengo perfette per descrivere la poesia di Moira, il suo essere poetessa. La poesia le appartiene, si percepisce. La poesia fa da ponte tra la realtà esterna e quella interiore. Se Moira non scrivesse poesie non avrebbe modo di farle combaciare, di essere presente nel mondo tangibile e di essere in contatto con quello interiore”. Sono le parole di Andrea Attilio Grilli, autore della prefazione, che ben inquadrano la poetica di Moira e la sua urgenza di comporre come modo di affrontare la vita.

Un volume quindi da custodire gelosamente, da leggere d’un fiato e da rispolverare per centellinare i delicati bozzetti poetici dell’autrice; un’ultima menzione alla bella copertina del volume, opera dell’artista Luna Noemi Mincone.

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Kate e il Regno Dimenticato

Titolo: Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici

Autore: Silvia Banzola

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-534-9

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 17

N. Pagine: 232

Kate e il Regno Dimenticato

Oggi torno nel mondo del fantasy parlandovi del primo volume della serie “Kate e il Regno Dimenticato” di Silvia Banzola, dal titolo “Amici e Nemici”.

Siamo in una Vienna prenatalizia, in cui le luci delle insegne e degli addobbi si riflettono suggestivamente sulla neve. Per Kate, tuttavia, questa atmosfera di festosa attesa e di romanticismo è una pugnalata al cuore. Da due settimane la sua vita tranquilla è stata completamente sconvolta, il suo fidanzato Alex, poco dopo averle chiesto di sposarlo, è scomparso nel nulla. Per di più il suo unico sostegno, la sua migliore amica Angela, è via per la lavoro e non tornerà prima di diversi giorni. Mentre Kate si prepara a trascorrere il Natale in piena solitudine degli incubi strani e terribili cominciano ad affollare le sue notti e una serie di eventi bizzarri inizia a verificarsi. Un mattino addirittura trova uno sconosciuto addormentato sul suo divano, ma all’iniziale sgomento si sostituisce un’inspiegabile sensazione di fiducia, quasi come se conoscesse quell’uomo, Daniel, da tanto tempo.

Una sera, tornando a casa, la ragazza viene rapita e segregata in uno scantinato. Il capo dei suoi sequestratori le chiede insistentemente di consegnargli “la chiave”, ma Kate non sa a cosa il malvivente riferisca. Quando, dopo averla picchiata, l’uomo la lascia in balia di due sgherri la situazione sembra precipitare ulteriormente, ma una forza improvvisa arriva in suo soccorso.

Kate si risveglia sana e salva nella magione di famiglia, dove vive sua nonna Adele, una donna che nasconde l’amore e la preoccupazione per la nipote sotto una coriacea armatura. L’ava rivela alla ragazza l’esistenza di un mondo magico e perduto, Emmeltz, sul cui trono siede un crudele usurpatore. La legittima erede del regno è tuttavia Kate, che inoltre non è umana, ma è una strega. Lei dovrà addestrarsi per affrontare avversari inquietanti e dotati di enormi poteri per poter riprendere ciò che è suo e salvare i suoi genitori. Sarà l’inizio di un viaggio che porterà la protagonista a scoprire conoscenze dimenticate e luoghi sospesi tra realtà magia, ma soprattutto a scoprire se stessa. Ben prima dei nemici che l’attendono, Kate dovrà infatti fare i conti con le sua debolezze e con la propria impulsività.

Come accennato, la scelta dell’ambientazione è davvero particolare. Non siamo (ancora) in un mondo parallelo o alternativo, ma in una Vienna rilucente e festosa, che piano piano lascerà il passo a paesaggi aspri e montani in cui cominceranno a comparire creature magiche. Ben caratterizzati sono i personaggi, tra cui spicca – sarà per amore personale della figura del vampiro – l’enigmatico e crudele Anthony, sospeso tra la sua natura bestiale e il forte senso di lealtà per Kate.

Menzione speciale merita il gatto Cagliostro, il cui nome omaggia l’omonimo felino del film “Una strega in paradiso”, in cui una strepitosa Kim Novak usa i suoi poteri magici per concupire un affascinante editore interpretato da James Stewart.

“Amici e Nemici” è stato seguito nel 2018 dal volume “Gli eredi”, che mi ripropongo certamente di leggere.

Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici è un fantasy scorrevole e intrigante, in cui si miscelano alla perfezione originalità ed elementi classici del genere. Attendiamo trepidanti il terzo capitolo della saga.

 

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I miei vuoti pieni – Recensione

i miei vuoti pieni

Titolo: I miei vuoti pieni

Autore: Angela Sammarco

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-818-0

Anno: 2020

Prezzo (Euro): 7

N. Pagine: 56

 

I miei vuoti pieni

Oggi per la mia rubrica di piccole recensioni torno nel mondo della poesia. Il volume che ho scelto per voi ha l’intrigante titolo  I miei vuoti pieni e rappresenta l’esordio letterario, per Tabula Fati, di Angela Sammarco.

Nata a Roma ma abruzzese d’adozione, Angela è da tempo attiva nel mondo dell’arte, dividendosi tra fotografia, danza e poesia, dopo una formazione che l’ha vista viaggiare tra Bologna, Torino e Parigi per studiare teatro, danza e arti circensi.

Il volume può vantare la presentazione di Daniela D’Alimonte, la brava poetessa di cui vi ho già parlato a proposito del suo “Un anno e altri giorni”. Giustamente, è proprio la D’Alimonte a definire la poesia di Angela Sammarco come “una poesia del quotidiano, della normalità”; spesso si parla – si abusa, a volte – della bellezza delle piccole cose, e nelle liriche della Sammarco emerge proprio la ricchezza di quei dettagli che sempre più vanno persi, e che solo l’occhio osservatore del poeta è in grado di cogliere.

“Ieri gli ho fatto spazio sotto l’albero
perché anche lui potesse stare all’ombra,
ma Ernesto ha preferito sorridere sotto
il sole.”

Ernesto

Le liriche sono tratte da “Ernesto”, una delle poesie più lunghe, ritratto di un’umanità che spesso ci scorre sotto gli occhi e sparisce senza lasciare traccia.
Ma la poesia di Angela è anche una poesia di contrasti, a partire dai “vuoti pieni” del titolo; timida e sfacciata allo stesso tempo, l’autrice ci conduce attraverso il suo mondo di contraddizioni, come nella bella “Ansi(a)mare”. Sembra di essere catapultati in una realtà parallela, con episodi dal respiro cinematografico (Anna e Joy), quasi ci si ritrovasse all’interno del favoloso mondo di Amélie, e altri che invece paiono omaggiare la forma canzone, come la stessa “Anna e Joy” o “Nina”:

“Nina cammina in punta di piedi col suo
maglione rosso sgualcito.
È una mela
spaventata.
Il ponte asfaltato è un braccio gigante
che attraversa le strade di Roma e i
sogni.
Nina guarda la stazione grigia e
anziana.
Sembra un film in bianco e nero che
respira.”

Tra un verso e l’altro spuntano citazioni che forse gettano una luce sulle ispirazioni di Angela. La copertina, intanto, raffigura un dipinto di Fantin-Latour, pittore impressionista, che venne utilizzato anche dalla band new wave dei New Order, sorta sulle ceneri dei Joy Division; e proprio alcune atmosfere rimandano a questo gruppo, citato forse anche nel titolo di “Anna e Joy”.
In “Alle sette di sera” pare invece palese nei versi “Anche io voglio vedere le centrali della/ luce elettrica, mischiarmi ai fumi/ verdi e rosa nostri” un tributo a Vasco Brondi, il moderno poeta metropolitano della band alternativa “Le luci della centrale elettrica”.

In conclusione, dopo avervi presentato alcune sillogi poetiche molto classiche, questo “I miei vuoti pieni” di Angela Sammarco rappresenta qualcosa di diverso, quasi come se fossero istantanee di un’emozione messe su carta senza starci troppo a pensare su, con parole scelte accuratamente ma sempre semplici e dirette.

Un affresco immediato ed emozionale che ci dice tanto dell’autrice e del suo ricco universo interiore.

 

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