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Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici – Recensione

Kate e il Regno Dimenticato

Titolo: Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici

Autore: Silvia Banzola

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-534-9

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 17

N. Pagine: 232

Kate e il Regno Dimenticato

Oggi torno nel mondo del fantasy parlandovi del primo volume della serie “Kate e il Regno Dimenticato” di Silvia Banzola, dal titolo “Amici e Nemici”.

Siamo in una Vienna prenatalizia, in cui le luci delle insegne e degli addobbi si riflettono suggestivamente sulla neve. Per Kate, tuttavia, questa atmosfera di festosa attesa e di romanticismo è una pugnalata al cuore. Da due settimane la sua vita tranquilla è stata completamente sconvolta, il suo fidanzato Alex, poco dopo averle chiesto di sposarlo, è scomparso nel nulla. Per di più il suo unico sostegno, la sua migliore amica Angela, è via per la lavoro e non tornerà prima di diversi giorni. Mentre Kate si prepara a trascorrere il Natale in piena solitudine degli incubi strani e terribili cominciano ad affollare le sue notti e una serie di eventi bizzarri inizia a verificarsi. Un mattino addirittura trova uno sconosciuto addormentato sul suo divano, ma all’iniziale sgomento si sostituisce un’inspiegabile sensazione di fiducia, quasi come se conoscesse quell’uomo, Daniel, da tanto tempo.

Una sera, tornando a casa, la ragazza viene rapita e segregata in uno scantinato. Il capo dei suoi sequestratori le chiede insistentemente di consegnargli “la chiave”, ma Kate non sa a cosa il malvivente riferisca. Quando, dopo averla picchiata, l’uomo la lascia in balia di due sgherri la situazione sembra precipitare ulteriormente, ma una forza improvvisa arriva in suo soccorso.

Kate si risveglia sana e salva nella magione di famiglia, dove vive sua nonna Adele, una donna che nasconde l’amore e la preoccupazione per la nipote sotto una coriacea armatura. L’ava rivela alla ragazza l’esistenza di un mondo magico e perduto, Emmeltz, sul cui trono siede un crudele usurpatore. La legittima erede del regno è tuttavia Kate, che inoltre non è umana, ma è una strega. Lei dovrà addestrarsi per affrontare avversari inquietanti e dotati di enormi poteri per poter riprendere ciò che è suo e salvare i suoi genitori. Sarà l’inizio di un viaggio che porterà la protagonista a scoprire conoscenze dimenticate e luoghi sospesi tra realtà magia, ma soprattutto a scoprire se stessa. Ben prima dei nemici che l’attendono, Kate dovrà infatti fare i conti con le sua debolezze e con la propria impulsività.

Come accennato, la scelta dell’ambientazione è davvero particolare. Non siamo (ancora) in un mondo parallelo o alternativo, ma in una Vienna rilucente e festosa, che piano piano lascerà il passo a paesaggi aspri e montani in cui cominceranno a comparire creature magiche. Ben caratterizzati sono i personaggi, tra cui spicca – sarà per amore personale della figura del vampiro – l’enigmatico e crudele Anthony, sospeso tra la sua natura bestiale e il forte senso di lealtà per Kate.

Menzione speciale merita il gatto Cagliostro, il cui nome omaggia l’omonimo felino del film “Una strega in paradiso”, in cui una strepitosa Kim Novak usa i suoi poteri magici per concupire un affascinante editore interpretato da James Stewart.

“Amici e Nemici” è stato seguito nel 2018 dal volume “Gli eredi”, che mi ripropongo certamente di leggere.

Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici è un fantasy scorrevole e intrigante, in cui si miscelano alla perfezione originalità ed elementi classici del genere. Attendiamo trepidanti il terzo capitolo della saga.

 

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I miei vuoti pieni

I miei vuoti pieni – Recensione

i miei vuoti pieni

Titolo: I miei vuoti pieni

Autore: Angela Sammarco

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-818-0

Anno: 2020

Prezzo (Euro): 7

N. Pagine: 56

 

I miei vuoti pieni

Oggi per la mia rubrica di piccole recensioni torno nel mondo della poesia. Il volume che ho scelto per voi ha l’intrigante titolo  I miei vuoti pieni e rappresenta l’esordio letterario, per Tabula Fati, di Angela Sammarco.

Nata a Roma ma abruzzese d’adozione, Angela è da tempo attiva nel mondo dell’arte, dividendosi tra fotografia, danza e poesia, dopo una formazione che l’ha vista viaggiare tra Bologna, Torino e Parigi per studiare teatro, danza e arti circensi.

Il volume può vantare la presentazione di Daniela D’Alimonte, la brava poetessa di cui vi ho già parlato a proposito del suo “Un anno e altri giorni”. Giustamente, è proprio la D’Alimonte a definire la poesia di Angela Sammarco come “una poesia del quotidiano, della normalità”; spesso si parla – si abusa, a volte – della bellezza delle piccole cose, e nelle liriche della Sammarco emerge proprio la ricchezza di quei dettagli che sempre più vanno persi, e che solo l’occhio osservatore del poeta è in grado di cogliere.

“Ieri gli ho fatto spazio sotto l’albero
perché anche lui potesse stare all’ombra,
ma Ernesto ha preferito sorridere sotto
il sole.”

Ernesto

Le liriche sono tratte da “Ernesto”, una delle poesie più lunghe, ritratto di un’umanità che spesso ci scorre sotto gli occhi e sparisce senza lasciare traccia.
Ma la poesia di Angela è anche una poesia di contrasti, a partire dai “vuoti pieni” del titolo; timida e sfacciata allo stesso tempo, l’autrice ci conduce attraverso il suo mondo di contraddizioni, come nella bella “Ansi(a)mare”. Sembra di essere catapultati in una realtà parallela, con episodi dal respiro cinematografico (Anna e Joy), quasi ci si ritrovasse all’interno del favoloso mondo di Amélie, e altri che invece paiono omaggiare la forma canzone, come la stessa “Anna e Joy” o “Nina”:

“Nina cammina in punta di piedi col suo
maglione rosso sgualcito.
È una mela
spaventata.
Il ponte asfaltato è un braccio gigante
che attraversa le strade di Roma e i
sogni.
Nina guarda la stazione grigia e
anziana.
Sembra un film in bianco e nero che
respira.”

Tra un verso e l’altro spuntano citazioni che forse gettano una luce sulle ispirazioni di Angela. La copertina, intanto, raffigura un dipinto di Fantin-Latour, pittore impressionista, che venne utilizzato anche dalla band new wave dei New Order, sorta sulle ceneri dei Joy Division; e proprio alcune atmosfere rimandano a questo gruppo, citato forse anche nel titolo di “Anna e Joy”.
In “Alle sette di sera” pare invece palese nei versi “Anche io voglio vedere le centrali della/ luce elettrica, mischiarmi ai fumi/ verdi e rosa nostri” un tributo a Vasco Brondi, il moderno poeta metropolitano della band alternativa “Le luci della centrale elettrica”.

In conclusione, dopo avervi presentato alcune sillogi poetiche molto classiche, questo “I miei vuoti pieni” di Angela Sammarco rappresenta qualcosa di diverso, quasi come se fossero istantanee di un’emozione messe su carta senza starci troppo a pensare su, con parole scelte accuratamente ma sempre semplici e dirette.

Un affresco immediato ed emozionale che ci dice tanto dell’autrice e del suo ricco universo interiore.

 

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San Giovanni Battista

Titolo: SAN GIOVANNI BATTISTA nella cultura popolare abruzzese

Autore: David Ferrante

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-668-1

Anno: 2018

Prezzo (Euro): 9

N. Pagine: 88

 

SAN GIOVANNI BATTISTA nella cultura popolare abruzzese

Questa volta per la mia rubrica di piccole recensioni torno a fare un’incursione nella saggistica con San Giovanni Battista nella cultura popolare abruzzese di David Ferrante.

Ferrante è da sempre appassionato del folklore abruzzese e il suo esordio letterario nell’ambito delle tradizioni popolari è stato nella raccolta Raccontami L’Abruzzo (Vol 1) con un racconto intitolato “Quando passò la Pandafeche”. Il brano fa riferimento alla megera che secondo l’immaginario abruzzese assale i dormienti e si pone sul loro petto, impedendo di respirare. L’unico modo di contrastarla è porre un sacchetto di fagioli dietro la porta, così la malvagia creatura si distrarrà a contarli e non attaccherà il malcapitato. Nella realtà la Pandafeche è la spiegazione popolare di quella che viene chiamata la “paralisi del sonno”.

In San Giovanni Battista David Ferrante ci fa un excursus su usanze e tradizioni legati al santo, ispirato dai racconti che la nonna gli faceva di bambino. La notte magica tra il 23 e il 24 giugno è correlata a riti di passaggio e all’alternarsi delle stagioni, così importante per la vita contadina. Non dimentichiamo inoltre che molte feste religiose odierne hanno soppiantato antiche celebrazioni pagane, quindi affondano le radici in tempi lontanissimi.

Tutti conosciamo la storia del Battista, dal battesimo di Cristo fino alla decapitazione, e una tradizione legata alla sua morte mi è sembrata particolarmente simbolica. Secondo la leggenda – che rievoca miti greci come quello di Giacinto – del sangue di San Giovanni rimane traccia nel rosso che screzia i petali gialli del fiore di iperico. C’è da aggiungere che secondo il folklore abruzzese le piante raccolte durante la notte prima del 24 giugno hanno straordinarie capacità magiche e servono per scacciare i demoni e togliere il malocchio.

Altra tradizione, tra le tante presenti nel libro, è quella che lega il Battista al comparaggio, un legame spirituale di reciproco sostegno tra due persone. Il laccio invisibile che si ha con lu cumpar o la cummar, per dirla in termini più abruzzesi.

In questo volumetto, impreziosito da “Le acque del Giordano”, componimento poetico di Vito Moretti, troverete storie profondamente  radicate nella nostra regione, quelle delle nostre nonne che non devono essere assolutamente dimenticate.

Il percorso di Ferrante nell’universo del folklore abruzzese ha avuto seguito con l’antologia “L’Ammidia. Storie di Streghe d’Abruzzo”, di cui è stato non solo curatore ma anche uno dei 17 autori.

David gestisce la pagina Facebook Abruzzo Sloword e tiene una rubrica fissa sul settimanale “La Gazzetta di Chieti”.

 

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UN ANNO e altri giorni – Recensione

Un anno e altri giorni

Titolo: UN ANNO e altri giorni

Autore: Daniela D’Alimonte

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-691-9

Anno: 2019

Prezzo (Euro): 6

N. Pagine: 48

 

UN ANNO e altri giorni

Quest’oggi, per il mio angolo delle recensioni, vi parlo nuovamente di poesia con “Un anno e altri giorni” di Daniela D’Alimonte; è davvero un piacere introdurre questa breve silloge tanto leggera nel formato quanto ricca di contenuti importanti.

Daniela D’Alimonte è dirigente scolastico e giornalista, veste in cui ha collaborato anche con “Il Centro”. Da sempre attivissima a livello culturale, ha scritto numerosi saggi incentrati su dialetto e toponomastica abruzzesi; è inoltre direttore artistico del Premio Nazionale Parco Majella e del Premio di poesia dialettale V. De Meis di Rocca Pia.

Un anno e altri giorni si pregia dell’introduzione scritta da Federico Moccia e ci propone la poetessa in una veste intimista, resa attraverso un uso estremamente raffinato della lingua italiana, di cui Daniela è appassionata e studiosa. Nonostante ciò, le parole usate denotano anche una ricerca di semplicità, e l’efficacia del messaggio è resa maggiore dalla brevità delle composizioni.

La silloge – come suggerisce il titolo – è divisa in due parti. Un anno propone dodici poesie, una per ogni mese dell’anno e si muove su un piano emozionale che predilige umori nostalgici se non malinconici. Croce e delizia della D’Alimonte è la capacità di osservare la realtà e l’umanità che la circondano, il talento nel cogliere le più sottili sfumature che spesso si traduce in una ricerca del senso della vita.

“Ora scavo nel momento che mi aggioga,
faccio i passi e sono sempre punto e a capo
e non trovo via di scampo che mi salvi,
o inganni questa mia malinconia”.

Le liriche sono tratte da “Pensavo”, la poesia che apre la raccolta ed è dedicata a gennaio, e lasciano trasparire proprio questa – a tratti vana – ricerca del senso nelle azioni più o meno quotidiane; una ricerca che si evolve nei vari mesi dell’anno, trovando una luce di speranza nella conclusione di dicembre:

“Cammino tra la gente frettolosa
nell’aria fredda della prima sera
e mi piace questo essere nel mondo”

E proprio una maggiore apertura alla speranza, l’anelito ad attimi magari fuggevoli di felicità, permeano la seconda parte – gli Altri giorni – della raccolta. Un altro tema centrale è quello della maschera, la finzione, se volete. Un approccio sincero che scorgiamo in particolare nella conclusione di “Un pugno di pensieri”:

“E bastano queste quattro mura
e questa penna,
per dire che il giorno
comunque è passato
e che ho fatto bene finta
di averlo vissuto”.

Liriche che introducono un altro tema caro a Daniela, quello della casa come porto sicuro che, assieme alla ricerca di contatto umano, pervade questa seconda parte.

“Un anno e altri giorni” è dunque un viaggio in cui la poetessa ci accompagna, a volte reso uggioso dalla malinconia, altre illuminato da sottili lame di luce, come in fondo è il viaggio della vita di ognuno.

 

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Raccontami L’Abruzzo (Vol 1) – Recensione

Raccontami l'Abruzzo

Titolo: Raccontami L’Abruzzo (Vol 1)

Autore: AA. VV.

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-618-6

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 10

N. Pagine: 104

Raccontami L’Abruzzo (Vol 1)

Questa volta per la mia rubrica di piccole recensioni vi parlo di un’antologia che mi è molto cara sia per la qualità che per “amor di patria”: Raccontami L’Abruzzo (Vol. 1), a cura di Rita La Rovere.

Rita La Rovere è una veterana della letteratura e del giornalismo Abruzzesi, con all’attivo tre libri pubblicati per le Edizioni Tabula Fati, e Raccontami L’Abruzzo rappresenta un ulteriore fiore all’occhiello nella sua carriera.

In un periodo storico in cui la nostra bella regione sta venendo riscoperta grazie a ironiche pagine social, film e documentari, questa antologia ci permette di conoscere aspetti dell’Abruzzo ancora poco noti al grande pubblico. Sia chiaro, questo libro non intende essere lode sperticata e campanilista, ma spunto per riscoprire luoghi, tradizioni e storie famigliari a cui non si può permettere di cadere nell’oblio.

Una straordinaria particolarità di questo volume è il numero di autori: quarantaquattro voci che si uniscono in un canto corale fatto di ricordi del doloroso periodo della Seconda Guerra Mondiale che ha tanto segnato l’Abruzzo, spaccato due dalla linea Gustav, di personaggi, di sapori, di aneddoti.

Ogni racconto – brevissimo – è una sorta di bozzetto, di impressione, uno squarcio che ci permette di essere spettatori degli eventi per un solo, intensissimo momento. Posso assicurarvi che riuscire a condensare in poco spazio una storia che abbia non solo senso, ma che sia anche capace di emozionare non è un’impresa facile, ma si sa: quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare.

Una menzione particolare merita la copertina, in cui spicca in tutto il suo splendore la “Fanciulla Abruzzese” di Francesco Paolo Michetti.

L’Antologia è stata seguita nel 2019 da un secondo volume, che raccoglie altri quarantaquattro racconti volti a farci scoprire nuovi angoli dell’animo della nostra regione.

 

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Memorie – Recensione

Memorie

Titolo: Memorie

Autore: Marco Pavoni

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-724-4

Prezzo (Euro): 7

N. Pagine: 56

Memorie

Quest’oggi vi propongo di nuovo una breve incursione nel mondo della poesia, con le mie impressioni su Memorie, la silloge di Marco Pavoni uscita nel febbraio del 2019.

Come detto tempo fa, questo periodo di forzata cattività ha se non altro avuto il merito di permettermi la riscoperta della poesia; e le poesie di Marco Pavoni rappresentano degnamente il genere letterario, con uno stile classico e denso di rimandi ai grandi del passato.

Pavoni è nato a Chieti nel 1984 e Memorie, uscito per i tipi di Tabula Fati, non è la sua opera prima. “Immagini”, del 2009, e “Permanenza del sogno”, del 2014, sono infatti i primi due esiti del suo estro.

Ma veniamo a questa silloge, impreziosita dalla prefazione di Daniela D’Alimonte.

“Noi siamo quello che ricordiamo, il racconto è ricordo e ricordo è vivere” – sono le splendide parole del grande poeta Mario Luzi che ci accolgono all’inizio del viaggio tra le liriche di Marco Pavoni; e sono parole che non solo introducono, ma tracciano la rotta di questa silloge.
Nei versi di Pavoni infatti, il tema dei ricordi e della memoria – come si evince già dal titolo – sono molto presenti, se non addirittura centrali.

“Ribolle lo spazio per strani
episodi dell’essere nel mondo
si rivela nel calice d’un fiore
l’acuta speranza del bello”

Ho scelto questi versi, che concludono proprio la prima poesia del testo, perché emblematici del percorso di Pavoni; vi è infatti il tema dello spazio e del tempo, trattato dal poeta con uno slancio sincero che li unisce quasi in un’alchimia segreta. Ma vi è anche l’acuta osservazione della natura, in cui Pavoni eccelle, e la continua ricerca del bello e della luce, due temi che avvicinano la poetica dell’autore a quella di grandi del passato.

“Risorgerà l’esistenza del Tempo
lo scrigno che Dio apre
in menti offese dallo svariare del caso”

Così scrive più avanti Pavoni, trattando un altro argomento ricorrente di questa preziosa silloge, quello della fede e della consapevolezza, più ancora che speranza, della presenza di una forza superiore.

Lo stile di Marco Pavoni, come accennato, è molto classico, da poeta maturo ed esperto, tanto da rimandare ai grandi del Novecento, da Ungaretti a Quasimodo, da Saba al nume tutelare Mario Luzi.
Questa silloge, in definitiva, è consigliata soprattutto ai cultori della poesia più classica, ma anche ai profani che volessero avvicinarsi al genere, attraverso liriche limpide e tecnicamente ineccepibili.

 

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La mistica della marmellata – Recensione

La mistica della marmellata

Scheda

Titolo: La  mistica della marmellata

Autore: Mariaester Graziano

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-713-8

Prezzo (Euro): 17

N. Pagine: 232

La mistica della marmellata

Per il mio spazio di piccole recensioni oggi vi parlo di un libro che si presenta particolare fin dal titolo, “La mistica della marmellata” di Mariaester Graziano.

Il libro, edito da Tabula Fati, e che sarebbe riduttivo definire romanzo, è un vero e proprio viaggio nella memoria della protagonista, sospeso tra passato e presente.

Strutturato in brevi capitoli, “La mistica della marmellata” prende spunto dal tragico terremoto dell’Aquila del 2009.
L’autrice viene infatti dal capoluogo abruzzese, e il suo è davvero un sentito omaggio alla bella e sfortunata cittadina. Tra le righe dei tanti racconti traspare l’emozione, quasi trepidazione, di Mariaester al cospetto della tragica vicenda.

Un particolare che lega tra loro le varie storie è la presenza in tutti i capitoli del vetro e degli specchi, un dettaglio che – nelle parole dell’autrice – dà luogo a una profonda riflessione su noi stessi e sul tempo.

Lo stesso titolo, così particolare ed efficacissimo nel rimanere impresso nella memoria, sta a simboleggiare il contrasto tra un piano spirituale, “mistico” appunto, e uno più materiale quando non commerciale, evocato dall’immagine delle marmellate industriali. Mariaester si propone, proprio attraverso “La mistica della marmellata” di cercare una nuova via, che non sia forzatamente riconducibile a un mondo o all’altro.

Lascio ai lettori il piacere di capire se l’autrice riesca in questo suo intento, ma di sicuro quello in cui la Graziano riesce è comunicare la sua grande passione per la scrittura; il suo è uno stile emozionante e vibrante, spesso non immediato e a volte di difficile interpretazione, quasi a sfidare il lettore a uscire dai canoni più diffusi.

La scrittura di Mariaester pare a tratti quasi una catarsi, un modo intimista per curare le ferite dell’anima.

“La mistica della marmellata” è dunque un testo che vi consiglio di cuore, un percorso lenitivo attraverso le mille sfaccettature di una tragedia che ha colpito in primo luogo L’Aquila, ma anche tutto il nostro paese. Un viaggio emozionante in compagnia di una scrittrice che sa come far vibrare le giuste corde nell’animo del lettore.

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Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo – Recensione

Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo

Scheda

Titolo: Ho provo ad essere normale ma mi annoiavo

Autore: Valentina di Romano

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2017

Genere: autobiografia

ISBN: 978-88-7475-413-7

Prezzo (Euro): 8

N. Pagine: 80

Ho provo ad essere normale ma mi annoiavo

Il libro che ho scelto di recensire oggi è davvero riuscito ad emozionarmi profondamente, forse perché non è una storia di fantasia. Si tratta di Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo di Valentina di Romano e ci racconta, in modo sorprendentemente leggero e ironico, le traversie di una bambina – e poi una donna-  affetta di cistinosi, una malattia genetica rara che comporta insufficienza renale e porta alla necessità di un trapianto.

Il mio lavoro mi ha portato a conoscere bene le patologie ereditarie e ho assistito molteplici volte a straordinarie dimostrazioni di forza e determinazione da parte dei pazienti, spesso molto piccoli ma decisamente “tosti”, e delle loro famiglie. Forse proprio questo mi ha consentito di apprezzare ancora di più questa storia e di sentirmene intimamente coinvolta.

Nel libro Valentina ci racconta la sua infanzia, in cui grazie ad un famiglia presente e amorevole non si è mai sentita diversa dagli altri bambini, le lunghe degenze in ospedale durante cui cerca di continuare a studiare e a giocare senza lasciarsi abbattere, e poi la dialisi iniziata alla fine delle elementari. La dialisi è una procedura lunga e sfibrante, ma Valentina e la sua famiglia tengono duro fino a che non arriva la tanto attesa notizia che c’è un rene disponibile. Dopo il trapianto per un po’ ci sarà tranquillità, ma essa è destinata a non durare. Fortunatamente non le mancherà mai il supporto di chi le sta accanto e a darle un’ulteriore sferzata di energia arriverà anche l’amore.

Nonostante le difficoltà appare subito chiaro che Valentina non è tipo da scoraggiarsi e continua ad affrontare tutto non solo con una forza incredibile, ma anche con qualcosa di ancora più straordinario: l’ironia. A dispetto della durezza dei fatti narrati questo libro scorre veloce, non è mai pesante né angoscioso e il coro di voci di pazienti e genitori che ad un certo punto si leva ci fa sentire prepotente un sentimento di speranza.

Una menzione speciale merita la copertina, che ci mostra più di mille parole il messaggio che Valentina di Romano vuole trasmettere.

In Italia, a sostegno dei pazienti in dializzati opera la ONLUS A.N.E.D. (Associazione Nazionale Emodializzati), di cui Valentina è attiva sostenitrice.

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Nero. Dramma in provincia – Recensione

Giancarlo-Giuliani-Nero-Dramma-in-provincia

Scheda

Titolo: Nero. Dramma in provincia

Autore: Giancarlo Giuliani

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2018

Genere: Giallo

ISBN: 978-88-7475-601-8

Prezzo (Euro): 13

N. Pagine: 160

 

Nero. Dramma in provincia

Per la rubrica delle mie piccole recensioni, oggi ho scelto una pubblicazione che soddisfa appieno i miei gusti letterari: “Nero. Dramma in provincia” di Giancarlo Giuliani.

Come suggerisce il titolo, si tratta di un giallo ambientato in una cittadina di provincia che a tratti ricorda la Pescara in cui l’autore vive da tempo.
Giancarlo Giuliani ha passato gran parte della sua esistenza ad insegnare nelle scuole superiori, portando però avanti una carriera parallela come scrittore, poeta e saggista. Giuliani è un autore molto prolifico, ha infatti dato alle stampe per Tabula Fati alcuni romanzi storici, raccolte di versi e il giallo di cui vi parlo.

“Nero” mi ha colpito per la sua struttura di giallo classico e sperimentale nello stesso tempo. Si tratta infatti di un’opera che rimanda ai classici americani per la scelta di adottare uno stile secco e senza fronzoli, ma anche atipico nell’artificio narrativo di mostrare subito ai lettori l’assassino e per l’approfondita analisi psicologica dei vari caratteri.

Due parole sulla trama, senza correre il rischio di anticipare troppo gli avvenimenti, trattandosi di un giallo. Una serie di omicidi sconvolge la vita di una placida città di provincia; il serial killer pare tanto spietato quanto insospettabile, ma una serie di colpi di scena porteranno il tutto fuori dai binari tipici del genere.

Nato inizialmente per un progetto di giallo radiofonico, poi non andato in porto, “Nero” gioca più sull’introspezione psicologica dei personaggi, sulle loro azioni e reazioni e sulle pulsioni che ognuno di noi cerca di tenere a bada, che non sull’intreccio giallo vero e proprio, che pure è ben presente e costituisce la solida ossatura della trama.

Il personaggio che più colpisce è sicuramente Gaia Altieri, una dark lady da antologia, tanto classica nell’aspetto di bionda fatale, quanto peculiare nei suoi comportamenti da manuale di psicologia.

Nero. Dramma in provincia è una lettura snella e godibile – a tratti pare quasi di assistere a un film noir – ed è perfetto per conoscere uno scrittore dai tanti volti, che si è cimentato in opere anche più impegnative, dal giallo storico alla poesia.

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Rapsodia Minore – Recensione

Scheda

Titolo: Rapsodia Minore

Autore: Andrea Bucci

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: Poesia

ISBN: 978-88-7475-740-4

Prezzo (Euro): 9

N. Pagine: 88

Rapsodia Minore

Il periodo di quarantena che stiamo vivendo ci dà se non altro il piccolo vantaggio di avere più tempo da dedicare alle letture e, perché no, a scrivere recensioni.

Era da tempo che avevo in mente di parlarvi di “Rapsodia Minore”, la silloge di Andrea Bucci; è una raccolta che – assieme ad altre di cui vi ho già parlato – ha l’ulteriore merito di avermi fatto riscoprire la poesia, che avevo poco frequentato negli ultimi tempi.

Bucci non è un esordiente della Tabula Fati, ma finora la sua opera era incentrata sulla saggistica, con “Divulgare la mente”, libro sospeso tra filosofia e comunicazione. “Rapsodia Minore” è stato quindi una piacevole sorpresa; delle poesie spesso molto brevi, quasi dei bozzetti che però trattano in modo semplice ed immediato grandi temi legati alla vita di ognuno di noi.

Il linguaggio usato da Bucci è immediato e naturale, ma non in senso negativo; è anzi un gran pregio quello di comunicare concetti importanti con un lessico così accessibile.
Anche lo stile è misurato ed essenziale, nonostante l’assiduo ricorso a figure retoriche – l’anafora, l’epifora ma a tratti anche la rima – che arricchisce e non appesantisce la narrazione in versi del poeta.

I temi sono quelli classici dei grandi interrogativi esistenziali, e forse non è un caso che l’autore usi spesso la formula della domanda, esprimendo i suoi dubbi sul tempo e i sentimenti. Non sono però dubbi fini a sé stessi, quelli di Bucci, ma grandi domande che sottintendono una ricerca interiore che – forse – non avrà mai fine.

Sono risposte provvisorie e forse sfuggenti, quelle a cui giunge l’autore, ma a cui è un piacere arrivare, guidati da versi che hanno una loro distinta musicalità. Una suggestione evocativa ed essenziale che, lungi dal volere fugare dubbi esistenziali, finisce per aprire ancora nuove questioni nella mente del lettore.

Vi consiglio la lettura di “Rapsodia Minore”, riportandovi alcuni versi che mi hanno colpita:

“Nei tuoi passi viandante
l’andare del giorno
che nulla possiede
e ha solo da dare.
Di figure retoriche
il tuo pensiero si tinge
a ogni passo poesia
a ogni passo un sorriso.”

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