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La lunga scia di sangue di Belle Gunness

Belle Gunness è stata una serial killer di origine norvegese: con le sue 40 vittime stimate, è stata una delle più prolifiche assassine seriali di tutta la storia degli Stati Uniti.

Una trappola mortale

Era il 1908 quando un terribile incendio divampò nella tenuta di una donna chiamata Belle Gunnes. La polizia rinvenne dei corpi che ritenne appartenere a lei e ai suoi figli e arrestò Ray Lamphere, ex dipendente che con Belle aveva avuto una relazione tormentata. La difesa dell’uomo stupì tutti: la Gunness non era morta nell’incendio, ma aveva assassinato una donna, l’aveva decapitata e le aveva messo i suoi vestiti addosso. Poi aveva avvelenato i figli con la stricnina e aveva appiccato il fuoco. Infine si era fatta accompagnare alla stazione ed era fuggita, senza più dare sue notizie.

Perchè questo? Belle attirava gli uomini nella sua fattoria, li seduceva e li avvelenava o colpiva con un’ascia mentre dormivano. Poi, li smembrava e si faceva aiutare da Ray a seppellirli. E stava per essere scoperta.

Chi era Belle Gunness?

Belle, il cui vero nome era Brynhild, nacque nel 1859 a Selbu, in Norvegia, da una famiglia molto povera. Ottava e ultima figlia, aiutava la famiglia portando le pecore al pascolo e crescendo venne sempre più apprezzata dai suoi datori di lavoro: era alta, forte e non temeva di passare la notte da sola nelle baite. Meno buoni erano i rapporti con i suoi coetanei, che la ritenevano maligna e bugiarda.

A ventitré anni decise di emigrare negli Stati Uniti, aiutata dalla sorella e dal cognato che vivevano già lì. Arrivata in America, Brynhild cambiò il suo nome in Belle e iniziò a lavorare come cameriera. Circa due anni dopo la donna conobbe e sposò il sorvegliante notturno Mads Sorensen, con si trasferì a Austin, un sobborgo di Chicago.
In quel periodo Belle adottò una bimba, Jenny, che il padre, rimasto vedovo, non si era sentito si crescere. Pochi anni dopo le nacquero quattro figli, ma i primi due bimbi morirono in tenera età. Nel 1900 venne a mancare anche Mads, curiosamente nell’unico giorno in cui le due assicurazioni sulla vita che l’uomo aveva stipulato con due compagnie diverse erano contemporaneamente valide.

Belle Gunness

Belle Gunness

La vedova nera

Il medico che aveva visitato l’uomo sospettò subito che fosse stato avvelenato con la stricnina e affrontò Belle. La donna dichiarò di aver dato al marito una polvere contro il raffreddore che il dottore stesso gli aveva prescritto. Il medico si convinse e firmò il certificato di morte.
Col premio assicurativo Belle comprò un negozio di abbigliamento, che venne distrutto pochi mesi dopo da un incendio. Riscossi altri soldi dall’assicurazione, la donna acquistò una fattoria a La Porte, in Indiana, e vi si stabilì con Jenny e le altre due figlie, Myrtle e Lucy.

Nel 1902 sposò il macellaio Peter Gunnes, che si trasferì da Belle insieme alla figlia di primo letto, Swanhilde. Nove mesi dopo l’uomo fu ritrovato morto, con la testa spaccata da un tritacarne. Il medico stavolta avvertì la polizia, ma quando Jenny testimoniò che aveva visto l’oggetto cadere accidentalmente da una mensola il caso fu archiviato. La Gunness riscosse l’ennesima assicurazione. Il fratello Peter, temendo per la vita di Swanhilde, la fece rapire.

Morto il marito, Belle intrecciò una relazione con uno dei suoi dipendenti, Ray Lamphere, la cui gelosia si scatenò quando lei mise un annuncio sul giornale per trovare un nuovo consorte.
Coloro che risposero ricevettero una lettera che li invitava a depositare del denaro a nome. Bizzarramente, molti interpretarono questa richiesta come un segno di affidabilità e presto alla fattoria si susseguirono una serie di spasimanti. La maggior parte di loro avrebbe trovato la morte a La Porte.

I primi sospetti 

Ray, che non sopportava il succedersi di amanti nella tenuta, cominciò a fare rabbiose scenate e venne licenziato. Rimasto nei pressi per spiare Belle fu infine denunciato.

Nel 1906 Jenny raccontò ad alcuni suoi compagni di scuola che era stata sua madre ad assassinare il marito, e fu quindi interrogata nuovamente dalla polizia. Davanti agli inquirenti negò tutto, poi sparì nel nulla. La Gunness dichiarò che la figlia era stata mandata in collegio.

Nel 1908 all’annuncio di Belle rispose Andrew Helgelien, che si recò a La Porte con tutto il suo denaro e scomparve dopo poco giorni. Usualmente la serial killer sceglieva uomini senza legami, ma con Andrew commise un errore. Il fratello di lui, Asle, si recò dalla sceriffo di La Porte per denunciarne la scomparsa e accusare la Gunness. Quella stessa notte la fattoria della donna era stata distrutta dalle fiamme.

Belle Gunness con i suoi figli

Nonostante l’apparente dipartita di Belle, Asle non si arrese e continuò a indagare. Grazie anche alle dichiarazioni di un ex dipendente della fattoria, lo sceriffo fece scavare nel porcile. Il primo cadavere smembrato ad essere rinvenuto fu quello di Andrew Helgelien, seguito da quelli dei vari spasimanti, di Jenny e di tre vittime mai identificate: una donna priva della testa e due bambini. Il numero stimato di vittime è 40, ma è plausibile che ce ne siano state di più.

Che fine ha fatto Belle Gunness?

Quando  Ray Lamphere dichiarò che Belle era viva e che il cadavere rinvenuto non fosse il suo, inizialmente non fu creduto. In seguito però dei testimoni sostennero che il corpo fosse più piccolo di quello della Gunnes e l’analisi dei resti rivelò tracce di veleno.

Nessuno sa davvero che fine abbia fatto questa assassina seriale e intorno a lei sono sorte numerose leggende. La storia ci dice che quando la sua migliore amica morì, in casa sua venne rinvenuto il teschio di una donna. Era forse quello della sventurata scelta per mettere in scena la morte di Belle?

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Lizzie Halliday, una serial killer di origine irlandese che sconvolse l’America di fine ottocento, ha il triste primato di essere stata la prima donna condannata alla sedia elettrica.

Un prigioniera pericolosa

Ritratto di Nellie Bly

Ritratto di Nellie Bly

Quel giorno Nelly Bly, antesignana del giornalismo d’inchiesta, avrebbe potuto finalmente intervistare un figura che era entrata con prepotenza negli incubi degli americani. Lì, nella Sullivan County Jail di Monticello, nello Stato di New York, era rinchiusa una prigioniera dal comportamento così selvaggio da aver attirato l’attenzione dei quotidiani di tutto il mondo e di aver solleticato le più morbose fantasie del pubblico. Addirittura, con un certo volo di fantasia, qualcuno sosteneva che la donna fosse in qualche modo coinvolta nei crimini di Jack Lo Squartatore. Costei si chiamava Lizzie Halliday e si era lasciata alle spalle una scia di sangue più lunga di quanto gli inquirenti credessero. Proprio nelle due interviste con Nelly Bly, Lizzie svelò gli ultimi tasselli della sua storia. Ma andiamo con ordine.

Una serpe in seno

Lizzie era entrata a servizio di Paul Halliday, un benestante settantenne che aveva una fattoria a Burlingham, nel 1889 quando aveva trent’anni. Paul era vedovo e aveva due figli, Robert e John, quest’ultimo purtroppo mentalmente disabile. Lizzie e Paul non ci avevano messo molto a sposarsi, ma la donna proprio non sopportava i figliastri, in particolare quello malato. In aggiunta a funestare il matrimonio arrivarono le crisi di follia della Halliday e i suoi comportamenti inspiegabili. Arrivata a rubare immotivatamente dei cavalli fu arrestata e riconosciuta colpevole ma il suo avvocato la fece assolvere per infermità mentale e internare in manicomio. Paul, ignaro della pericolosità della consorte, commise il tragico errore di aiutarla a tornare a casa.

Nel maggio del 1981 parte della fattoria degli Halliday fu improvvisamente avvolta dalle fiamme e bruciò fino alle fondamenta, uccidendo John. I sospetti caddero immediatamente su Lizzie, ma non fu possibile provare nulla. In agosto Paul scomparve nel nulla e la moglie asserì che si era recato in un paese vicino per lavoro. Nessuno le credette e infine fu emesso un mandato di perquisizione per la sua proprietà.

Gli omicidi

I primi due cadaveri furono rinvenuti in un granaio e appartenevano a due donne, Margaret e Sarah McQuillan. Il fatto che la famiglia delle due vittime l’avesse molto aiutata in passato e che le conoscesse fin da prima di partire dall’Irlanda non le aveva impedito di ucciderle a colpi di pistola. Lizzie, interrogata, diede solo risposte incoerenti, poi fu tradotta in prigione. Ci volle un po’ di più per trovare il terzo corpo, quello di Paul Halliday, che marciva sotto le assi del pavimento. Una volta in custodia nella nella Sullivan County Jail Lizzie cominciò a non mangiare, aggredì la moglie dello sceriffo, provò a dare fuoco al proprio letto e cercò di uccidersi più volte, tanto che alla fine dovette essere incatenata.

Proprio in cella riuscì a incontrarla Nelly Bly, che con le sue domande scoprì che probabilmente quelli per cui era accusata non erano primi delitti di Lizzie. Paul era stato solo l’ultimo di una lunga serie di mariti morti o miracolosamente sopravvissuti.

Una macabra intervista

Lizzie Halliday

Lizzie Halliday, nata Eliza Margaret McNally, venne alla luce intorno al 1859 nella contea di Antrim , in Irlanda,  e la sua famiglia si trasferì in America quando lei era molto giovane. Nel 1879 sposò un uomo che si faceva chiamare Charles Hopkins  (il suo vero nome era Ketspool Brown) e pare che la coppia ebbe un figlio che per un motivo a noi non noto fu messo in un istituto. A meno di un anno dal matrimonio Charles morì improvvisamente. Nel 1881 fu la volta di Artemus Brewer, anche lui deceduto alcuni mesi dopo averla presa in moglie. Il terzo marito fu più fortunato e la lasciò poco dopo le nozze. Al quarto consorte, il veterano di guerra George Smith, fu riservata un tazza di tè corretta con l’arsenico, ma l’uomo riuscì a salvarsi e Lizzie dovette fuggire. Rifugiatasi nel Vermont sposò il quinto marito, Charles Playstel, ma lo lasciò dopo meno di due settimane. Probabilmente Charles ringraziò la sua buona sorte per tutta la vita.

Nel 1888 Lizzie Halliday fece la sua comparsa a Philadelphia, dove soggiornò presso una famiglia che viveva accanto alla sua quando erano in in Irlanda: I McQullians. Non molto tempo dopo Margaret e Sarah avrebbero pagato cara questa loro gentilezza. Mentre era a Philadelphia Lizzie aprì un negozio, ma in breve decise di bruciarlo per avere i soldi dell’assicurazione. Fu scoperta e condannata a due anni di carcere. Uscita dall’istituto di correzione conobbe Paul Halliday.

Ancora sangue

Nessuno sa con certezza cosa sia accaduto ai primi due consorti di Lizzie, ma apparve chiaro a tutti che l’elenco degli sventurati che hanno incrociato la sua strada conti più punti di quelli noti. Il 21 giugno 1894 la Halliday fu condannata per l’omicidio di Margaret e Sarah McQuillan, che quasi certamente non furono le prime vittime e purtroppo non furono nemmeno le ultime.

Lizzie Halliday fu la prima donna ad essere destinata alla sedia elettrica, ma data l’infermità mentale la pena venne commutata in un ergastolo da scontare in una clinica psichiatrica, il Matteawan State Asylum. Qui, nel 1906, la serial killer avrebbe riscosso il suo ultimo tributo di sangue pugnalando decine di volte un’infermiera, Nellie Wickes.

Lizzie Halliday morì il 28 giugno 1918.

 

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Lavinia Fisher è ritenuta la prima serial killer statunitense. Insieme al marito derubò e uccise diversi avventori della loro locanda a Charleston.

Un messaggio per il diavolo

“Se qualcuno di voi ha un messaggio per il diavolo me lo dia ora, perché lo vedrò tra poco”. Si dice siano state queste le ultime parole di Lavina Fisher prima di penzolare dalla forca, in una gelida e grigia mattina del febbraio 1820. Era giunta al patibolo con indosso il suo abito da sposa e con quel vestito rosso e bianco aveva chiesto di essere sepolta. Lavinia non credeva davvero di morire, convinta che la grazia sarebbe presto giunta, nessuna donna era stata mai impiccata in South Carolina. Si, sbagliava, lei sarebbe stata la prima.

Molti misteri circondano la vita, la morte e la tumulazione di questa donna bellissima, tanto che nelle notizie che ci sono giunte travolta la leggenda si insinua nei fatti storici. Fu giustiziata insieme al complice e marito, John, e il luogo dove furono sepolti rimane sconosciuto. L’ipotesi più probabile è quella del potter’s field (un cimitero per morti non reclamati dalle famiglie) della prigione, ma il mito vuole che riposino nel cimitero della Chiesa Congregazionalista e che accanto a loro, pochi anni dopo, sia stato inumato il giudice che li condannò.

Cosa ha portato al capestro Lavinia, il cui fantasma in abito bianco e cremisi si dice infesti ancora la prigione di Charleston?

The Six Mile Wayfarer House

Lavinia era nata nel 1793 e insieme al marito gestiva una locanda chiamata Six Mile Wayfarer House. L’albergo era in una posizione favorevole, a sole sei miglia da Charleston, e la clientela non mancava, ma ai coniugi Fisher gli introiti legali non bastavano. Col tempo la loro locanda era diventata in rifugio di una banda responsabile di una serie di brutali rapine e omicidi.

Nel tentativo di mettere fine alle scorribande un gruppo di vigilanti aveva cominciato a indagare e arrivati nei dintorni della Six Mile Wayfarer House l’avevano collegata con i crimini accaduti. Quegli uomini tornarono a Charleston per riferire quanto scoperto e lasciarono di guardia un ragazzo, David Ross. Il giovane fu catturato dalla banda e quando vide tra i membri una donna la implorò di aiutarlo. Lei, per tutta risposta, cercò prima di soffocarlo, poi di fracassargli la testa. Lavinia Fisher però fallì nel suo intento omicida e David riuscì a fuggire e a chiamare aiuto. Nessuno però era pronto a ciò che sarebbe stato trovato alla locanda.

Il tè della morte

La perquisizione della Six Mile Wayfarer House disvelò un modo di furti e omicidi ancora più inquietante di quanto si ritenesse. Lo sceriffo incaricato dichiarò aver trovato gli effetti personali di centinaia di viaggiatori, i cui corpi smembrati giacevano nel terreno circostante. Non possiamo sapere quale sia stato in realtà il numero vittime, ma quel che è certo è che Lavinia Fisher e il marito si sporcarono abbondantemente le mani di sangue.

Lavina era bella e sapeva come affascinare un uomo. Quando un cliente arrivava alla locanda lo spingeva rivelare quanto denaro avesse con sé e se l’avventore era danaroso scattava la trappola. Una calda, rinfrancante tazza di tè veniva offerta al malcapitato, che non si svegliava mai più. Non è chiaro se la bevanda fosse avvelenata o contenesse un potente narcotico che permetteva a John di finire indisturbato il lavoro a colpi di coltello.

Una leggenda decisamente fantasiosa narra che a Lavinia bastasse tirare una leva per uccidere le sue vittime: mentre i clienti dormivano profondamente a causa della droga il loro letto si rovesciava facendoli cadere in una fossa. Sul fondo li attendevano degli spuntoni.

Al processo John e Lavina Fisher furono riconosciuti colpevoli, ma la sentenza di morte fu inizialmente sospesa. Reclusi nella medesima cella, cercarono in tutti i modi di fuggire. Arrivarono a creare una corda di lenzuola che però si ruppe prima che Lavinia potesse arrivare a terra. John, che era già riuscito a scendere, si rifiutò di scappare senza di lei.

Il 4 febbraio 1820 la corte costituzionale respinse i loro ricorsi e la coppia fu definitivamente condannata alla pena capitale. Davanti alla morte John si affidò al conforto spirituale del Reverendo Richard Furman, invece Lavinia si rifiutò categoricamente di avere a che fare col religioso.

John e Lavina Fisher furono impiccati insieme, come insieme erano vissuti. La definita scelta delle vittime e la presenza di un modus operandi li hanno inseriti a pieno titolo tra quelli che più di un secolo dopo sarebbero stati chiamati serial killer.

 

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Erzsébet Báthory, la contessa Dracula

Erzsébet Báthory

Erzsébet Báthory, soprannominata la Contessa Dracula o la Contessa Sanguinaria, è stata una delle più note e prolifiche donne serial killer.

Un’orrenda mattanza

Erzsébet Báthory

Erzsébet Báthory

Orrore. Un orrore indicibile fu quello che dovettero trovarsi davanti i soldati inviati a perquisire il castello di Csejthe. Pavimenti scivolosi per il sangue, pareti con ampi schizzi color cremisi, corpi accasciati. Alcune fanciulle, a malapena vive, erano state seviziate e mutilate, altre invece avevano già incontrato la morte. Al centro di tutto la contessa Erzsébet Báthory, sorpresa nell’atto di torturare fanciulle.

Nonostante la preoccupazione per la scomparsa di alcune ragazze di nobile di schiatta affidate alla cura della donna e nonostante le inquietanti voci sul suo conto nessuno avrebbe potuto immaginare cosa stesse accadendo davvero tra quelle spesse mura di pietra. Nemmeno  la chiesa cattolica e l’imperatore Mattia II, che avevano ordinato l’indagine.

I diari di Erzsébet Báthory, che molti ritengono apocrifi, ci narrano la morte di 650 giovinette. Gli storici hanno stimato un numero compreso tra le 100 e le 300 vittime, ma come si arrivò a queste atrocità?

Una terribile genìa

La famiglia di Erzsébet non era estranea ai disturbi mentali, soprattutto a causa dei ripetuti matrimoni tra consanguinei. Nata nel 1560 a Nyírbátor, nell’attuale Ungheria, la ragazza crebbe in Transilvania e fin dall’infanzia mostrò segni di squilibrio, passando subitaneamente dalla calma, alla cupezza all’ira più feroce. L’ambiente di estrema violenza in cui Erzsébet visse non poté che peggiorare la situazione. La tortura di una zingaro da parte dei soldati della sua famiglia e la mutilazione di 54 persone da parte del cugino, il principe di Transilvania, con ogni probabilità diedero il colpo di grazia al suo già precario equilibrio.

Ferenc Nádasdy I

Ferenc Nádasdy I

A 11 anni fu promessa in moglie al conte Ferenc Nádasdy, che sposò quattro anni più tardi. La tradizione racconta che il marito si rivelò un uomo brutale verso i suoi servi, che amava torturare nei modi più svariati. Si narra che uno dei suoi tormenti preferiti consistesse nel legare fanciulle presso le arnie di sue proprietà, dopo averle denudate e cosparse di miele.

Erzsébet non era da meno. Si racconta che una sera una domestica dodicenne riuscì a fuggire dal castello, ma venne presa poco dopo e condotta dalla contessa. La donna la costrinse ad entrare in una gabbia in cui non poteva stare né in piedi né seduta, che venne spinta contro dei paletti appuntiti. In un’altra occasione volle che delle fanciulle nude fossero condotte sotto la sua finestra, esposte al gelido rigore invernale. Non paga del freddo che le tormentava, fece versare loro addosso dell’acqua e le osservò morire assiderate. Un’altra volta, insieme marito, fece infilare tra le dita di una serva, che si era dichiarata malata, dei pezzi di carta impregnati d’olio ai quali fu poi dato fuoco.

 

Il mondo dell’occulto e gli omicidi

La contessa Erzsébet

La contessa Erzsébet

Ferenc Nádasdy, impegnato a combattere i Turchi, trascorreva poco tempo nel castello di Csejthe e Erzsébet presto cominciò a tradire il marito e a dedicarsi a quella che sarebbe diventata la sua grande passione: l’occultismo. Conosciuti Dorothea Szentes e Thorko, una sedicente esperta di magia nera e il suo servitore, la nobildonna cominciò ad essere ossessionata dalla stregoneria. C’era una cosa che le stava a cuore più di ogni altra e il suo pensiero la tormentava giorno e notte: stava invecchiando e alla sua bellezza non voleva assolutamente rinunciare.

Un giorno, dopo essersi sporcata le mani col sangue di una serva che aveva picchiato, Erzsébet Báthory si convinse che la sua pelle fosse ringiovanita. Assecondando questo delirio, si persuase di aver trovato la chiave dell’eterna giovinezza: il sangue di vergine, che la nobildonna avrebbe dovuto bere o utilizzare per bagnarsi.

Le prime a cadere sotto i colpi della contessa e dei suo complici furono le contadine del luogo. Ferenc con ogni probabilità sapeva, ma non fece nulla. Inoltre, nel 1604 morì.

Nessuno prestò davvero attenzione alla scomparsa delle ragazze e se qualcuno lo fece fu messo a tacere. Solo quando Erzsébet osò colpire le famiglia più agiate il castello di carte crollò.

castello di Csejthe

castello di Csejthe

La scoperta

Nel 1609 Erzsébet Báthory istituì un’accademia per l’educazione delle ragazze, allo scopo di attirare nel suo castello fanciulle provenienti da famiglie di maggior nobiltà. Era convinta che il sangue aristocratico fosse il più efficace. Le fanciulle che cadevano nella sua trappola erano appese a testa in giù sopra una vasca e sgozzate, oppure rinchiuse in minuscole gabbie con punte di ferro nelle quali finivano impalate.

Nel 1610, proprio durante uno dei suoi efferati rituali, fu sorpresa dagli emissari dall’imperatore. Arrestata, fu condannata ad essere murata viva, con una piccola feritoia come unico contatto col mondo. Morì 4 anni più tardi. I suoi complici furono puniti con la tortura e la morte.

 

 

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Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Giorgio William Vizzardelli, detto il killer di Sarzana, è stato un assassino seriale e il più giovane ergastolano italiano.

I primi delitti

Giorgio nacque il 23 agosto 1922 a Francavilla al Mare, ma trascorse la sua vita a Sarzana, dove il padre Guido era direttore del registro.

Studente indisciplinato e svogliato, Giorgio William Vizzardelli aveva tre grande passioni: la distillazione dell’alcol, le armi da fuoco e il desiderio sfrenato di diventare come il suo mito, Al Capone, e mal sopportava a disciplina richiesta presso la sua scuola, il Collegio delle Missioni di Sarzana.

Il collegio della missione

Il 4 gennaio 1937 il rettore dell’istituto, Don Umberto Bernardelli, venne aggredito nel suo studio e freddato a colpi di pistola. Il colpevole, a volto coperto, fuggì fino alla portineria dove fece fuoco anche contro don Andrea Bruno, poi sparì portando con sé un bottino di 15500 lire. Da subito gli inquirenti si fecero l’idea che la vera vittima fosse don Umberto, uomo integerrimo di giorno e frequentatore di donne di notte, e che don Andrea si trovasse solo al posto sbagliato nel momento sbagliato.

La prima pista, quella del marito geloso, venne però presto accantonata. Poco prima di morire il rettore aveva litigato con Vincenzo Montepagani, studente di ingegneria in difficoltà economiche e con un fisico simile a quello dell’aggressore. Il giovane venne arrestato e processato, ma l’abilità del suo avvocato e la presenza di testimoni a favore gli salvarono la vita. Esaurita anche questa ipotesi, la polizia si trovò ad un punto morto. Nessuno avrebbe potuto sospettare del giovane Giorgio William Vizzardelli.

Ancora sangue

Il 2 agosto 1938 due corpi senza vita vennero ritrovati vicino a Sarzana. Livio Delfini, barbiere, e Bruno Veneziani, tassista, giacevano accanto alla vettura di quest’ultimo, assassinati con due rivoltelle diverse, una calibro 9 e una 6.5.

Delle indagini venne incaricato Paolo Cozzi, che nonostante le pressioni per seguire la pista politica, si convinse che il delitto aveva a che fare con quello, ancora irrisolto, dei due sacerdoti. Cozzi non riuscì però ad arrivare ad una svolta, almeno fino al 29 dicembre 1939.

Giorgio William Vizzardelli

Giorgio William Vizzardelli

Quel giorno Guido Vizzardelli, arrivato al lavoro si trovò davanti uno spettacolo raccapricciante: il custode, Giuseppe Bernardini, aveva un’ascia conficcata nella fronte, il cui manico era stranamente appiccicoso. La cassaforte, totalmente vuota, non era stata scassinata e l’unica chiave era in possesso di Guido.

Scattata la perquisizione a casa Vizzardelli, la polizia trovò in cantina delle bottiglie sporche della sostanza trovata sul manico dell’arma. Guido rivelò che quel materiale apparteneva al figlio e quando gli inquirenti scoprirono che Giorgio William Vizzardelli frequentava l’avviamento commerciale proprio al Collegio delle Missioni non ci volle molto a fare il collegamento.

Il processo

Giorgio William Vizzardelli venne convocato per essere interrogato e non ci mise molto a confessare. Don Umberto Bernardelli – rivelò – lo aveva rimproverato una volta di troppo, invece Don Andrea, che forse lo aveva riconosciuto, era stato solo un danno collaterale. Giorgio si era convinto di averla fatta franca, ma Livio Delfini lo aveva disilluso: scoperta la sua colpevolezza lo aveva ricattato.

La notizia della grazia

La notizia della grazia

Vizzardelli decise di dargli appuntamento fuori città e Delfini, forse preoccupato, si recò all’appuntamento in taxi, segnando il suo destino e quello del suo accompagnatore.

Sempre più fuori controllo, a poco più di un anno dagli ultimi delitti, Giorgio compì la sua ultima “impresa”: deciso a trasferirsi negli Stati Uniti, rubò al padre la chiave della cassaforte. Per arrivare al denaro sacrificò l’ultima delle sue vittime, il custode Giuseppe Bernardini.

Giorgio William Vizzardelli venne processato e condannato al carcere a vita, scampando alla pena di morte in virtù della sua età e divenendo il più giovane ergastolano italiano.

Nel 1968 venne graziato dal presidente Saragat e si trasferì a Carrara, dove viveva la sorella. Giorgio morì suicida il 12 agosto 1973,  tagliandosi  un braccio e la gola con un coltello da cucina.

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Aileen Wuornos, the Monster

Aileen Wuornos è stata un’assassina seriale statunitense, magistralmente interpretata sul grande schermo da Charlize Theron nel film “Monster”.

La giovinezza

Aileen Wuornos  ebbe un’infanzia molto travagliata. Quando era molto piccola il  padre venne condannato per violenza su minori e poco dopo si impiccò nella cella. Inoltre, a quattro anni, la madre affidò lei e il fratello Keith ai nonni.

Aileen Wuornos da giovane

A 14 anni Aileen rimase incinta dopo essere stata violentata da un amico di famiglia e venne costretta a dare il bambino in adozione. Poco dopo sua nonna morì e il nonno, alcolista,  la cacciò casa. Per mantenersi iniziò a prostituirsi.

Nel 1976, appena ventenne, sposò il ricco sessantanovenne Lewis Gratz Fell, ma il matrimonio fu annullato dopo sole nove settimane a causa del comportamento violento della donna, arrestata per aver assalito un cliente e per aver colpito il marito stesso.

Negli anni continuarono gli arresti e nel 1986 fece l’incontro che avrebbe segnato la sua vita: conobbe Tyria Moore, con cui andò a vivere e che mantenne continuando a prostituirsi

I delitti

Il primo omicidio avvenne il 30 novembre 1989. Aileen Wuornos uccise Richard Mallory e gli rubò l’auto, poi confessò tutto a Tyria. Il corpo dell’uomo venne trovato il 13 dicembre in un bosco vicino all’autostrada.

Aileen Wuornos

Il 5 maggio 1990 venne rinvenuto il cadavere di un uomo in avanzato stato di decomposizione, ucciso da una calibro 22.

La terza vittima si chiamava David Spears ed era un camionista. Il suo corpo fu ritrovato nei pressi della strada Interstate 19 in Florida e anche stavolta l’arma era una calibro 22. Gli inquirenti non trovarono alcun indizio, ma un’analisi criminologica suggerì che l’assassino era probabilmente una donna.

Seguirono gli omicidi di Charles Carskadonn e di Eugene Burness e l’investigatore Tom Muck, date le analogie tra i crimini e la vicinanza dei luoghi del delitto, cominciò a ipotizzare l’esistenza di un serial killer.

Verso la fine del 1990, Aileen Wuornos uccise Dick Humphreys e Walter Jeno Antonio, sempre con una calibro 22.

L’arresto

Una task force della polizia elaborò un profilo del killer: probabilmente si trattava di una prostituta. La svolta nelle indagini arrivò quando Aileen Wuornos depositò a un banco dei pegni una videocamera appartenuta a una delle sue vittime. Le impronte su di essa furono confrontate con successo con quelle ritrovate su una delle scene del crimine.

Charlize Theron in “Monster”

Aileen Wuornos fu arrestata per porto d’armi abusivo e, nel corso di un interrogatorio, la compagna di Aileen, Tyria,  confessò i crimini della convivente.

Per avere conferme, i poliziotti chiesero a Tyria di parlare con Aileen Wuornos al telefono per spingerla a tradirsi. Aileen, nonostante avesse forse capito di essere intercettata, confessò e scagionò la fidanzata.

Nel 1992, Aileen Wuornos fu processata e la corte della Florida, non tenendo in considerazione le attenuanti sostenute dalla difesa, la condannò alla sedia elettrica. Dopo il processo, Aileen e Tyria non si incontrarono e non si parlarono mai più.

Aileen Wuornos venne giustiziata tramite iniezione letale il 9 ottobre 2002.

 

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Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio

Leonarda Cianciulli, detta “la saponificatrice di Correggio”, è stata un’assassina seriale italiana attiva a ridosso della seconda guerra mondiale.

Dalla Campania all’Emilia

Nata a Montella il 14 aprile 1894, nel 1917, Leonarda sposò Raffaele Pansardi, un impiegato al catasto di Montella, nonostante l’opposizione dei genitori.  La giovane coppia, dal 1921 al 1927, si trasferì a Lauria, in provincia di Potenza, e successivamente a Lacedonia.

La saponificatrice di Correggio

La loro vita coniugale fu funestata dal fatto che le prime 13 gravidanze di Leonarda finirono con 3 aborti spontanei e 10 neonati morti nella culla. Infine, la donna riuscì ad avere quattro figli, a cui si legò in modo quasi morboso. Nel 1930, dopo il terremoto del Vulture, Leonarda e il marito si trasferirono a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.

In Emilia, la Cianciulli avviò un commercio di abiti e mobili, oltre ad offrire “servizi” di chiromanzia e astrologia.  A Correggio Leonarda era benvoluta e stimata da tutti  e accoglieva spesso ospiti in casa sua, intrattenendoli con aneddoti e dolci fatti in casa. In particolare riceveva spesso tre donne, tutte sole, non più giovani, insoddisfatte e desiderose di rifarsi una vita altrove. Fu proprio approfittando di questo loro desiderio che Leonarda le attirò nella sua trappola.

Nel 1939, abbandonata dal marito e terrorizzata all’idea che il figlio Giuseppe venisse chiamato al fronte, decise di ricorrere alla magia: avrebbe compiuto dei sacrifici umani, in cambio della vita del figlio.

Gli omicidi

Gli omicidi furono perpetrati tra 1939 e il 1940 e le vittime furono tre.

Ermelinda Faustina Setti, settantenne, fu attirata da Leonarda con la scusa di averle trovato un marito a Pola.

Leonarda la convinse inoltre a non parlare a nessuno della novità, per evitare invidie e maldicenze.

Leonarda Cianciulli

Il 17 dicembre 1939, il giorno della partenza, Faustina si recò a casa dell’amica per farsi scrivere da Leonarda una lettera da spedire appena giunta a Pola e per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni.  Il viaggio non inizierà mai:  Ermelinda venne uccisa a colpi di ascia e sezionata in nove parti. Il suo sangue, raccolto il sangue in un catino, venne usato per fare dei pasticcini da offrire agli ospiti.

Francesca Clementina Soavi, a cui Leonarda aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, cadde nella trappola il 5 settembre 1940. La Cianciulli la convinse anche a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell’assenza, poi la uccise e la derubò. Infine, mandò il figlio Giuseppe a Piacenza, per spedire le missive della sua vittima. Quello che Leonarda non sapeva è che Francesca non aveva mantenuto segreto il suo imminente trasferimento, ma ne aveva parlato con una vicina di casa.

Virginia Cacioppo, ex soprano cinquantanovenne, fu attirata con l’offerta di un lavoro a Firenze come segretaria di un impresario teatrale. Anche a lei Leonarda chiese di mantenere riservata la partenza, ma Virginia si confidò con un’amica la mattina stessa della sua “partenza”. La Cianciulli la assassinò e dal suo corpo ricavò dei saponi e dei dolci.

La scoperta dei delitti

Nel 1941 cominciarono a diffondersi voci sulla scomparsa delle tre donne. Non ricevendo più da tempo notizie della cognata

Gli strumenti usati dalla Cianciulli e le foto delle vittime (Museo criminologico di Roma)

Virginia, la signora Albertina Fanti denunciò ufficialmente le sparizioni al questore di Reggio Emilia e i sospetti ricaddero subito su Leonarda, che venne interrogata e arrestata. Anche il figlio Giuseppe fu tratto in arresto. Nonostante la madre lo scagionasse, sconterà cinque anni di reclusione per poi essere rilasciato per insufficienza di prove.

Dopo lunghi interrogatori, Leonarda Cianciulli confessò di aver assassinato le tre donne e di averne distrutto il corpo per saponificazione. Ammise anche di aver usato il loro sangue per fare dei biscotti, che aveva fatto mangiare ai figli per proteggerli dalla malasorte. Leonarda fu dichiarata colpevole di triplice omicidio, distruzione di cadavere tramite saponificazione e furto aggravato, con la pena di 15.000 lire, trenta anni di reclusione e tre da scontare prima in un ospedale psichiatrico.

La Cianciulli entrò in manicomio e non ne uscì più. Morì dopo ventiquattro anni, il 15 ottobre 1970, per apoplessia cerebrale.

Il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede, cioè gli strumenti di morte usati da Leonarda Cianciulli per compiere i tre omicidi, sono conservati dal 1949 a Roma nel Museo Criminologico.

 

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