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Clara- Parte II

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Edward era al settimo cielo. Finalmente, dopo tanto lavoro, aveva tra le mani la prova definitiva a sostegno della sua intuizione. Jenner aveva avuto quell’idea folle e geniale osservando che i contadini che si ammalavano di vaiolo bovino diventavano immuni al ben più grave vaiolo umano. Aveva condotto vari esperimenti e infine somministrato al giovane James Phipps il vaiolo bovino. Dopo mesi gli aveva inoculato la forma umana e, come lui aveva previsto, il ragazzo si era rivelato del tutto immune alla malattia.
Era così felice che si ritrovò a fischiettare tra sé e sé. Se fosse riuscito ad applicare lo stesso principio anche ad altre malattie, avrebbe potuto salvare centinaia e centinaia di vite. Si apprestava a trascrivere le sue osservazioni quando sentì la porta del suo laboratorio aprirsi. Una donna dall’abbigliamento bizzarro varcò la sua soglia.
“Siete voi il dottor Jenner?”
Dall’accento era evidente che non fosse inglese.
“Sì, sono io. Avete bisogno di aiuto?”
Lei annuì debolmente.
Il giovane medico si alzò e solo quando le fu vicino notò che il suo volto era rigato di lacrime.
“Mi dispiace tanto.” Sussurrò Clara.
Edward non capì fino a che non vide la pistola brillare nella mano di lei. Il proiettile lo colpì al cuore prima che lui potesse emettere un suono. Il corpo di Jenner cadde di schianto e Clara rimase come ipnotizzata a fissare la muta maschera di orrore e stupore che era diventata il viso dell’uomo che aveva assassinato. Si sentì improvvisamente scossa dai conati e cadde anche lei in ginocchio, fino a che il senso di nausea non fu passato.
Si rimise in piedi barcollando e si impossessò degli appunti del medico. Trasse un accendino dalla tasca e lasciò che le fiamme lambissero i fogli fino a che non li sentì crepitare, poi li gettò a terra. Osservò le boccette ordinatamente disposte su una mensola fino a che non trovò quelle che contenevano liquidi infiammabili, poi ne rovesciò il contenuto sulla carta, sul pavimento e sulle pareti. Il fuoco divampò all’improvviso e mentre fuggiva via dal laboratorio, Clara intravide il proprio riflesso su un vetro. Lo mandò in frantumi per cancellare l’immagine di quella donna, a lei ormai sconosciuta.

Clara riprese i sensi lentamente e all’inizio non riuscì a ricordare cosa fosse accaduto, poi, quando si rese conto che stava fissando il soffitto della sua cantina, realizzò di trovarsi ancora nella macchina del tempo e che qualcosa aveva fatto aprire lo sportello. Quando uscì dal macchinario, sentì una goccia di sudore gelido correrle lungo la schiena: niente era come lo aveva lasciato, quella stanza, un tempo di stipata di ogni cianfrusaglia, era completamente vuota e uno spesso strato di polvere ricopriva il pavimento.
Sobbalzò quando sentì uno scoppio alle sue spalle. Dalla cassa di legno si alzò una voluta di fumo e Clara capì che il sistema era andato in corto circuito. Qualsiasi meccanismo lei avesse innescato cambiando il passato, ormai non poteva essere disfatto. Si diresse come una sonnambula verso la porta della cantina, ma non riuscì ad afferrarla, la sua mano attraversò lo stipite come se fosse diventata improvvisamente incorporea. Clara sentì il terrore attanagliarle il petto mentre, impalpabile come una fantasma, si dirigeva al piano superiore. Ogni singola stanza della casa era spoglia e abbandonata da mesi, era evidente. Suo figlio e suo marito erano spariti e qualsiasi traccia della loro esistenza era stata cancellata, del loro passaggio non era rimasto nulla.
Avrebbe voluto urlare e battere i pugni contro il muro, ma non aveva più voce per gridare il suo dolore né muscoli per sfogare la sua rabbia. Non sapeva come avesse fatto, ma era certa che tutto quella desolazione fosse stata causata da lei.
Il portone di ingresso che si apriva la riscosse dalla sua angoscia. Vide entrare due persone, una era Cristina, la sua giovane vicina di casa che salutava a malapena, l’altra era una sconosciuta sulla sessantina, impeccabile nel suo tailleur color cipria.
La più anziana delle due arricciò il naso nel sentire odore di chiuso.
“Per l’amor di Dio, apriamo le finestre, qui dentro l’aria è irrespirabile! Siamo sicuri che la casa sia stata bonificata?”
L’altra sospirò spazientita.
“Ovvio che è stata bonificata, altrimenti non vi avrebbero mai permesso di venire a stimarla per l’asta. Se solo penso alla povera famiglia che viveva qui dentro… Si chiamavano Clara e Lucio Parisi e avevano un bimbo piccolo.”
Clara era sempre più sotto shock, era chiaro che le due donne non fossero in grado di vederla e che una tragedia si fosse abbattuta sui suoi cari.
“Una delle tante famiglie devastate dall’ultima epidemia di vaiolo- continuò la donna più giovane – madre e padre morti e il figlio rimasto orfano.”
Fu allora che Clara capì. Uccidendo Jenner non aveva contribuito a salvare delle vite, ma aveva condannato a morte migliaia di persone, compresi sé e suo marito, e per qualche motivo era finita in quella sorta di limbo a scontare per l’eternità la sua colpa, osservando tutto il male che aveva provocato. In un momento di follia si ritrovò a pensare che suo figlio era comunque vivo e sicuramente sano grazie a lei, quindi in fondo ne era valsa la pena. Sperò ardentemente che una delle due donne dicesse qualcosa che la portasse a capire dove si trovava la sua creatura e la sua preghiera fu accolta.
“Il bambino è stato affidato a dei parenti?” Chiese la signora in tailleur.
“No- rispose l’altra con amarezza- nessuno lo ha voluto ed è finito in un istituto. Sai, è affetto da una grave forma di autismo.”

 

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L’alba di domani

Clara – Parte I

Clara stava dritta davanti alla finestra spalancata e fissava il vuoto. Quella notte pioveva forte, ma lei sembrava incurante delle grosse gocce che la inzuppavano e colavano fino al pavimento, la sua mente era in un mondo lontano, diverso, senza dolore.
Non reagì nemmeno quando il pesante portone d’ingresso sbatté alle sue spalle né quando sentì la voce di suo marito carica d’angoscia.
“Dio onnipotente, che succede?”
Clara non rispose né si voltò, rimase semplicemente immobile. Lucio corse a chiudere i battenti, poi prese dolcemente la moglie per le spalle.
“Hai portato Mattia dall’ennesimo medico, non è vero?”
La donna annuì.
“E la prognosi è sempre la stessa, vero? Amore mio, dobbiamo accettare la realtà, smetterla di cercare altre diagnosi e seguire i consigli del neuropsichiatra, non abbiamo alternative.”
Ormai era passato quasi un anno da quando avevano sentito per la prima volta la notizia che aveva spaccato loro il cuore. Poteva rivedere davanti ai suoi occhi, come se fosse la scena di un film visto mille volte, il momento in cui il dottor Orsini aveva pronunciato quella frase:
“Signori Parisi, purtroppo non ci sono dubbi, vostro figlio è autistico.”
Il loro mondo era rimasto cristallizzato in quell’istante. La prima reazione di Clara era stata la negazione. Era sempre stata convinta che da lei, prima donna a dirigere il dipartimento di fisica dell’università in cui lavorava, e da suo marito, brillante astronomo, sarebbe nato un bimbo perfetto, e riteneva inaccettabile che la realtà la disingannasse con tale ferocia. Aveva cominciato ad interpellare ogni medico possibile nella speranza che la diagnosi venisse cambiata, per mesi aveva rifiutato di arrendersi, ma quell’ultima conferma le aveva tolto ogni forza.
Lucio l’abbracciò, vedere sua moglie in quello stato gli stritolava il cuore.
“Clara, promettimi che non cercherai altre opinioni e inizieremo con le terapie.”
“Te lo prometto.”
Se l’uomo in quel momento avesse potuto vedere gli occhi della moglie, avrebbe capito che lei stava per ingannarlo.

L’orologio segnava le 2 in punto. Clara si alzò dal letto cercando di non fare rumore e scese al piano inferiore. Accese il pc e digitò l’indirizzo del sito che stava cercando. Ci era capitata per caso alcuni mesi prima e inizialmente aveva pensato che fossero tutte sciocchezze, ma un seme le era rimasto piantato nel cervello. Più ci rifletteva, più si convinceva che quella era l’unica spiegazione possibile. Rimase a scorrere le pagine del forum finché non si fu del tutto convinta: il motivo per cui il suo bimbo perfetto ora era malato era il vaccino.

La polvere si era accumulata per quasi due anni sul drappo di stoffa che Clara si apprestava a rimuovere. Dapprima la donna allungò le mani verso di esso con timore, poi lo strappò via con decisione, provocando una nuvola di pulviscolo che le fece bruciare gli occhi e la gola.
Rimase per un po’ ad osservare la strana cabina di legno che si stagliava davanti a lei, poi si decise a girare la maniglia e ad entrare. Niente sembrava essere stato intaccato dal tempo o dall’umidità, l’unica cosa che mancava era il propellente adatto, ma nei laboratori dell’università non avrebbe avuto difficoltà a procurarselo. Uscì e si richiuse lo sportello alle spalle, poi ricoprì tutto, sperando che il marito non scendesse in cantina, se avesse sospettato ciò che lei aveva in mente avrebbe fatto di tutto per fermarla.
Lucio si versò una dose generosa di whiskey e sprofondò sul divano. Seduto sul tappeto di fronte a lui, Mattia allineava con precisione le costruzioni sparse davanti a sé, completamente indifferente a qualsiasi interazione suo padre tentasse. L’uomo quella mattina aveva acceso il pc e controllato la cronologia. Sapeva che era scorretto da parte sua, ma era preoccupato per la moglie e, visto ciò che aveva scoperto, ne aveva tutte le ragioni. Ancora quella sciocca storia del legame tra vaccini e autismo. Lucio aveva detto molte volte a sua moglie che ogni teoria in proposito era stata smentita e che il medico che l’aveva formulata era stato radiato dall’ordine per aver pubblicato dati falsi per denaro, ma evidentemente non l’aveva convinta. In fondo la capiva, per quanto sapesse razionalmente di non avere colpe per la malattia del loro bambino, il rimorso la divorava. Se credere in una menzogna le dava sollievo, forse era meglio che lui non la smentisse.

Clara scivolò via dalle coperte, tentando per l’ennesima volta di non svegliare il marito. Di solito Lucio faceva finta di niente e continuava a stare immobile con gli occhi chiusi, ma quella volta non riuscì a trattenersi, era come se sentisse addosso un presagio di tragedia. Le sfiorò il braccio per fermarla.
“Tutto bene, tesoro?”
La donna annuì con poca convinzione. Quando Lucio accese la luce notò quanto profonde fossero le ombre blu che le cerchiavano occhi.
“Non dormi da mesi, ti prego torna a letto. Clara, ci stiamo perdendo e io ho paura. Per favore, torna da me.”
Lei gli si sedette accanto e gli asciugò le lacrime col dorso della mano, poi, per la prima volta da quasi un anno, gli sorrise.
“Non temere, amore mio, le cose miglioreranno presto. Ti prometto che ci ritroveremo.”
Lucio l’attirò a sé per baciarla, poi, quasi inconsapevolmente, le fece scivolare la mano tra le cosce, era così tanto che non facevano l’amore. Si aspettava che lei si negasse, ma si sbagliava. Clara sollevò le lenzuola e si sdraiò su di lui. Lucio credette che sua moglie fosse finalmente tornata la donna che era e le sfilò la camicia da notte.

La cantina era fredda e umida e Clara si strinse più forte nella felpa che si era gettata sulle spalle.
Si avvicinò alla cabina di legno, la scoprì ed entrò. Dentro c’era tutto ciò di cui aveva bisogno, dei vestiti comodi e caldi, acqua e cibo. Non aveva potuto prendere molte cose perché lo spazio era ristretto, ma non importava, ciò di cui aveva principalmente bisogno poteva portarlo addosso. Sperò che il propellente fosse sufficiente, poi accese quell’assurdo macchinario di sua costruzione, pensando al fatto che lo aveva assemblato per gioco e consapevole che se i suoi calcoli fossero stati sbagliati avrebbe potuto far esplodere l’intera casa. Digitò sul display una data e delle coordinate geografiche, poi sfiorò il pulsante di avvio con mano tremante. Respirò a fondo e si disse che non poteva esitare, era suo dovere salvare suo figlio e tanti altri bambini. Doveva tornare indietro e uccidere Edward Jenner, il medico che aveva inventato il vaccino nel 1796.

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Il tuo nome sarà Pace (2016)- Epilogo

Maggio era appena giunto con il suo tepore quando Piero si rese conto di essere finalmente nei pressi del fronte. Il sole che splendeva quella mattina lo aveva rinfrancato e il ragazzo si ritrovò ad annusare rapito il profumo di fiori che si era diffuso nell’aria, un profumo incredibilmente simile a quello che aveva Ninetta. Era ancora perso nel pensiero di lei quando intravide un movimento con la coda dell’occhio. Poco più a valle c’era un uomo, un soldato nemico con la divisa rossa. Piero avrebbe dovuto istintivamente imbracciare il fucile, ma guardando il suo nemico ebbe quasi la sensazione di guardarsi in uno specchio.

Il soldato percepì la sua presenza e si voltò col terrore negli occhi.

A Piero sembrò ancora di guardare se stesso ed esitò.

L’altro ragazzo fece fuoco.

Piero sentì un dolore violento esplodergli nel petto e si ritrovò a terra. Avrebbe voluto invocare il nome di Ninetta un’ultima volta, ma gliene mancò la forza. Continuò ad artigliare convulsamente il fucile mentre il sangue scarlatto usciva copioso ad inzuppargli la giubba della divisa. Ora anche la sua era rossa come quella del suo nemico. Ora non c’erano più differenze.

 

Ninetta si affacciò alla finestra, tenendo tra le braccia la sua creatura nata pochi giorni prima. Aveva atteso Piero a lungo, poi la guerra era finita e col passare dei mesi aveva cominciato a rassegnarsi. Non ammetteva nemmeno con se stessa che in fondo ancora sperava di vederlo comparire alla sua porta. Aveva sposato un brav’uomo, che la trattava bene, ma i suoi sogni d’amore erano andati irrimediabilmente perduti.

Strinse più forte la piccola, a cui non aveva ancora dato un nome. Suo marito le aveva promesso che se avesse partorito una femmina avrebbe potuto sceglierlo lei.

Aprì la porta ed uscì a passeggiare vicino ai campi di grano che erano tornati rigogliosi, poi si avvicinò al torrente per osservare ancora una volta la ruota del mulino che girava lenta. Finalmente ora non c’erano più cadaveri di soldati a galleggiare sul pelo dell’acqua.

Fu in quel momento che la colse una rivelazione. La sua bimba era qualcosa di preziosissimo e meritava un nome altrettanto prezioso.

Sorrise mentre la piccola le stringeva forte il dito con la manina.

“Il tuo nome sarà Pace.”

 

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Il tuo nome sarà Pace (2016) – Parte II

Il giorno della partenza Piero aveva salutato i suoi genitori con il sorriso sulle labbra e l’aria sicura, ma in fondo al cuore era terrorizzato. Suo padre era orgoglioso di lui, era evidente, ma come sempre quando era preoccupato non diceva una parola. Sua madre, con gli occhi lucidi, continuava a raccomandargli di coprirsi bene, come se il freddo fosse l’unico pericolo a cui andava incontro. Negava l’evidenza. Piero mise il fucile a tracolla e lasciò la casa. Cominciò a camminare lungo il percorso del torrente, era così che gli era stato detto di fare per arrivare dove i suoi commilitoni erano accampati. Si avviò di buon passo, consapevole che avrebbe dovuto camminare per diverse settimane.

 

Ninetta prese un secchio e uscì. Le bastò guardare il torrente da lontano per capire che era successo qualcosa, attorno alla ruota del mulino si era radunato un gruppo di persone. Lanciò il secchio a terra e corse verso la folla, ma prima che potesse vedere cosa stava accadendo un uomo la bloccò.

“Papà, lasciami passare.”

“No, bambina, non voglio che tu veda.”

“Un altro soldato nel fiume?”

“Sì, uno dei nostri.”

“Voglio vederlo…”

Il padre scosse la testa.

“É rimasto incastrato nella ruota…il suo viso…il suo viso non c’è più.”

Ninetta cercò di divincolarsi, se fosse riuscita a vederlo sarebbe stato il suo istinto a dirle se era Piero, ma il padre la trattenne.

“Credi sia Piero? Dimmelo!”

L’uomo scosse stancamente la testa.

“Non lo so. E’ alto e robusto come il tuo Piero, ma di più non posso dire.”

Ninetta smise di agitarsi e il padre allentò la presa.

“Lasciami andare.”

L’uomo notò qualcosa di diverso nella sua voce, una determinazione e un coraggio che lo spinsero ad obbedire.

Ninetta si avvicinò alla riva, dove alcuni uomini avevano adagiato il corpo martoriato, e rimase alcuni istanti ad osservarlo.

Suo padre la vide cadere in ginocchio e corse al suo fianco.

“Credi sia lui?”

“Non lo so. So solo che questo è l’inferno.”

 

Piero era stanco, atrocemente stanco. Aveva camminato per giorni e infine si era reso conto di essersi perso. Si sentiva confuso, smarrito e stupido. Soprattutto stupido. Non sarebbe mai dovuto partire, quello non era il suo posto, quello non era il suo mondo, ma ormai era tardi. Sapeva che per arrivare al fronte si sarebbe dovuto dirigere a nord, quindi si avviò sconsolato, trascinando i piedi e ripetendo a se stesso che stava compiendo il proprio dovere, ma ormai era il primo a non crederci. Era così assorto nei suoi pensieri che quasi non si avvide del gruppo di bambini che giocavano poco lontano. Fu il grido pieno d’angoscia di una donna a riscuoterlo.

“Allontanatevi, presto!”

I bimbi corsero via spaventati, ad eccezione di una ragazzina con le trecce rosse, tutta occhi e guance scavate, che era rimasta pietrificata.Piero non riusciva a capire da dove provenisse il pericolo che aveva terrorizzato la donna, ma il suo primo istinto fu quello di avvicinarsi alla bambina per proteggerla.

La donna che aveva gridato si gettò sulla piccola per farle scudo col suo corpo e Piero si rese atrocemente conto che il pericolo era lui, il soldato sconosciuto e armato comparso all’improvviso.

Lei si voltò a guardarlo negli occhi, con uno sguardo in cui non c’erano più né sfida né paura, ma solo un vuoto e una rassegnazione che lo fecero vergognare. Avrebbe voluto dirle che non avrebbe fatto loro del male, avrebbe voluto tenderle la mano per aiutarla ad alzarsi, ma non ne ebbe il coraggio. Corse via senza voltarsi indietro fino a rimanere senza fiato.

Epilogo

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Il tuo nome sarà Pace (2016) – Parte I

La mattinata di fine marzo era incredibilmente gelida. Piero si strinse più forte addosso la sciarpa logora, ma non riuscì ad eliminare il freddo che sentiva nelle ossa. Si fermò un attimo ad osservare la ruota del mulino che girava lenta nel ruscello, sperando che quel movimento ipnotico e rassicurante gli desse un po’ di coraggio. Socchiuse gli occhi e trasse un profondo respiro, a Ninetta non sarebbe piaciuto quello che stava per dirle, non le sarebbe piaciuto affatto. Piero si chiese come lei avrebbe reagito alla notizia, se avrebbe pianto, urlato, se lo avrebbe pregato di non andare o se gli avrebbe dato la risposta che temeva più della morte: che non era disposta ad aspettarlo.

Ninetta si punse con l’ago e mandò un grido soffocato. Scattò in piedi vedendo il rivolo di sangue che le colava dal dito e coprì la piccola ferita con un avanzo di stoffa, di certo non voleva macchiare di rosso il suo abito da sposa. Non ancora per lo meno, penso ridendo tra sé. Arrossì per un istante al pensiero malizioso, se i suoi genitori avessero anche solo immaginato che certe cose le passavano per la testa l’avrebbero presa a schiaffi. Si risedette col vestito in grembo, ma prima che potesse ricominciare a cucire sentì dei passi fuori dalla porta. Avrebbe riconosciuto quel modo di camminare ovunque, posò il lavoro sulla sedia e lo coprì, Piero non doveva vederlo, poi andò ad aprire la porta prima ancora che lui bussasse.

Quando lo vide in divisa rimase pietrificata.

“Ninetta mi sono arruolato.” Aveva parlato tutto d’un fiato, temendo di perdere il coraggio.

Ninetta si portò una mano alla bocca.

“No!”

La voce di lei era a malapena un sussurro.

Ninetta si sentì un macigno sul petto, non riusciva a respirare, per un momento pensò che sarebbe morta soffocata. Piero la vide sbiancare e cominciare a tremare. Si avvicinò per sostenerla, ma lei lo respinse con rabbia.

“Perché? Perché ti sei arruolato? Ti avevo implorato di non farlo!”

Piero non riusciva a staccare gli occhi dalle proprie scarpe, non poteva sopportare di vederla in lacrime.

“Mi dispiace…Dovevo andare…Io non sono un codardo…”.

“Tu no, ma lo è chi ti manda a rischiare la vita al suo posto. Che farò se morirai?”

Pierò alzò finalmente la testa.

“Non morirò, te lo prometto. Tu promettimi che mi aspetterai.”

Ninetta lo fissò senza rispondere, alzò una mano e lentamente gliela passò tra i capelli.

Piero la strinse a sé. “Credevo volessi schiaffeggiarmi.”

“Lo volevo e volevo dirti che non ti aspetterò, ma avrei mentito. Al tuo ritorno mi troverai qui.”

Seconda Parte

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L’alba di domani (2011)- Epilogo

Parte II

L’alba di domani (2011)- Epilogo

A Margherita non piaceva l’atmosfera che c’era a Santa Elisabetta, la trovava greve, opprimente. Quando lei e Andrea bussarono alla porta della superiora, si aspettava di trovarsi davanti una donna dallo sguardo freddo e severo, ma così non fu. Suor Caterina aveva un’aria energica, ma allo stesso tempo materna. Ascoltò con pazienza mentre Andrea esponeva i motivi della sua visita con brutale sincerità e, quando lui tacque, rimase alcuni istanti ad osservarlo in silenzio. “Chiederò a suor Chiara, è questo il nome che Lidia ha preso quando è entrata qui, se vuole parlarvi. É dovere cristiano perdonare, ma io non le imporrò di farlo. Attendetemi qui, andrò io stessa a parlarle.”

La superiore ritornò dopo un tempo che a Margherita parve un’eternità. Non era sola, con lei c’era un’altra monaca col viso coperto da un velo.

“Suor Chiara ha accettato di parlare con voi signor Altieri- poi si rivolse a Margherita- Venite signora Doria, lasciamoli soli.”

Lei la seguì, chiudendosi la porta alle spalle.

Lidia rimase muta e immobile di fronte ad Andrea, altera e impenetrabile, poi, con lentezza studiata, si scoprì il viso. Andrea sobbalzò alla vista dell’occhio cieco e dello spesso cordone di tessuto cicatriziale che le solcava la guancia, avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma ne era incapace: davanti aveva la cruda testimonianza della sua colpa e la sua coscienza lo costringeva a guardare.           “Perché sei qui?” La voce di lei risuonò dura, metallica, molto diversa da quella vellutata e carezzevole che Andrea ricordava. “Per chiedere perdono? Il mio voto mi impone di dartelo, come mi ha imposto di ingoiare tanti altri bocconi amari, ma questa volta non seguirò né doveri né regole.”

“Non lo hai fatto nemmeno allora ed è per questo che entrambi siamo stati puniti. Sono qui non solo per chiedere il tuo perdono, ma anche affinché tu chieda il mio. Siamo stati l’uno l’artefice della rovina dell’altro.”                                                  L’unico occhio sano di Lidia scintillò di collera.

“Vattene e non tornare.”

Andrea sospirò. “Vorrei che potesse essere tutto così semplice. Tutto questo è iniziato da trent’anni e sono venuto qui per porvi fine.”

La spinse contro il muro e la baciò, lei cercò di divincolarsi, ma inutilmente, poi d’improvviso smise di muoversi.

Quando la lasciò andare lei rimase appoggiata alla parete scossa dai tremiti.

“É il bacio che non sono riuscito a darti allora.”

Lei continuava a guardarlo ansimante, incapace di proferire parola.

“Doveva andare tutto diversamente, amore mio. Tu non avresti dovuto tradirmi e io avrei dovuto essere in grado di controllarmi. Saremmo stati felici insieme e per la nostra infelicità non possiamo biasimare altri che noi stessi. Avrei cantato anche io per te, sai? Al banchetto di nozze. Avrei usato la musica del valzer, che tu amavi tanto, e avrei scritto versi sulla bellezza dei tuoi occhi. Ti ho amata da morire e tu hai calpestato il mio amore per un attimo di lussuria. Ora i tuoi occhi non brillano più come allora, la tua bellezza è sfiorita…che cosa ti è rimasto? Solo il rimpianto per ciò che hai gettato via.”

Andrea le si avvicinò e prese la mano di lei tra le sue.

“Per trent’anni ho atteso di essere liberato e ora non so che farmene della libertà.

Non c’è più niente per me a questo mondo, non so più nemmeno come si fa a vivere una vita normale, sono solo un peso per mia sorella. Questa notte porrò fine a tutto, ho pagato un servitore affinché mi procurasse alcune fiale di veleno. Mi ha portato della cicuta, dicono che uccida in fretta.”

Quando lui ritrasse la mano, Lidia rimase imbambolata a fissare la boccetta di vetro che le aveva lasciato sul palmo.

Andrea si diresse verso la porta e prima di andare via le disse soltanto:

“Dovremmo morire insieme amore mio, sarà la nostra punizione e la nostra consolazione. L’alba di domani non ci appartiene.”

 

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L’alba di domani (2011)- Parte II

Prima parte

L’alba di domani (2011)- Parte II

Margherita si riscosse improvvisamente dall’incubo. Erano passati quasi trent’anni da quella notte, ma ultimamente quei sogni la tormentavano. Si alzò pian piano dal letto cercando di non svegliare suo marito. Prima di uscire dalla stanza si mise la vestaglia e gli rivolse un ultimo sguardo. Quando la sua vita era andata in frantumi Riccardo si era rivelato un uomo degno di essere definito tale, le aveva dato fiducia e sostegno e aveva impedito che lei perdesse tutto ciò che aveva. Fino ad allora aveva pensato che a lui importasse solo dei suoi soldi, invece Riccardo aveva dimostrato di tenere a lei e continuava a dimostrarlo ogni giorno.

Si chiuse la porta alle spalle e scese al piano inferiore. Si accorse subito di non essere sola, seduto sull’ampia poltrona, immobile a fissare il vuoto c’era suo fratello. Il tempo e la prigionia non erano stati clementi con lui e ora sembrava molto più vecchio di quanto fosse. Lo avevano rilasciato da poco più di una settimana e non si era ancora riabituato alla vita al di fuori della prigione. Era sopravvissuto in quei trent’anni perché era un uomo forte, ma era comunque profondamente segnato, devastato. Dal giorno dell’omicidio di Simone del Duca non aveva più pronunciato parola, Margherita sperava che il ritorno a casa lo avrebbe sbloccato, ma Andrea conservava il suo ostinato silenzio.

Lei gli si sedette accanto e gli prese la mano e lui la strinse.

“Nemmeno tu riesci a dormire?”

Lui scosse la testa.

“Nemmeno io. Ho sognato la festa stanotte.”

Andrea si irrigidì per un istante poi, per la prima volta da trent’anni, parlò.

“Ho rischiato di distruggere anche la tua vita quella notte. Perdonami.”

Lei sentì il cuore mancarle un colpo e gli strinse più forte la mano.

“Hai fatto ciò che ritenevi giusto e non ti biasimo per questo.”

“Dovresti. E’ ora che tu ascolti quello che è accaduto dalle mie labbra.”

“Non è necessario, so bene ciò che accadde.”

“No, tu non lo sai. Nessuno lo sa, solo io e Lidia.”

Tacque per un istante, rapito dal ricordo.

“Lidia. Nessuno mi ha mai detto cosa ne è stato di lei, non so nemmeno se sia ancora viva.”

“É viva. La ferita che Simone le inferse era profonda e finì col perdere la vista dall’occhio sinistro. Una volta guarita fu praticamente costretta a prendere i voti. La vita è stata ingiusta con lei, profondamente ingiusta, era così bella e così innocente…”

Margherita si interruppe turbata dal lampo di rabbia che aveva visto balenare negli occhi del fratello.

“Sai- la voce di lui si era fatta improvvisamente fredda, come se raccontasse qualcosa che non lo riguardava affatto- quella notte c’era la luna piena, il tempo era mite e sul terrazzo arrivava il profumo dei gelsomini del giardino. Era tutto perfetto. Io e Lidia parlavamo piano fino a che vinsi ogni paura avvicinai la mie labbra alle sue. Stavo per baciarla quando arrivò lui, Simone del Duca, ci vide abbracciati e rise, una risata forte, spontanea, piena di derisione. Gli dissi di andare fuori da casa mia, ma lui continuava a fissarmi con aria divertita. Sono passati tanti anni eppure ricordo ancora perfettamente la sua espressione di scherno mentre mi diceva che Lidia era stata sua, fin dalla prima notte in cui aveva cantato per lei, che lei lo aveva rifiutato così platealmente solo per salvare la sua reputazione, ma, a festa finita, lo aveva incontrato nel giardino e gli si era data.

Io non gli credetti, ma quando mi volsi a guardare Lidia e vidi la colpa dipinta sul suo volto, mi resi conto di essere stato uno sciocco. Lei mi implorò di perdonarla, che era stata innamorata di lui ma ora non voleva altri che me, si aggrappò al mio braccio ma la spinsi via. Si avvicinò di nuovo e io la schiaffeggiai, facendola cadere a terra e Simone tirò fuori il pugnale. Lottammo per pochi istanti. Non so nemmeno io come accadde, ma mi ritrovai a stringere il coltello tra le mani e ad affondarglielo nella gola Quando Lidia gridò mi voltai verso di lei e la colpii al volto. Fu solo quando vidi il sangue che le inondava il viso che mi resi conto di ciò che avevo fatto.”

Andrea si prese il volto tra le mani e tacque. Margherita era troppo sconvolta per pronunciare una sola parola. Per tanti anni aveva creduto che Simone del Duca fosse un essere mostruoso e che suo fratello fosse una sorta di eroe che aveva compiuto una follia per amore. In quella storia invece non c’erano eroi, non c’erano innocenti fanciulle in pericolo e non c’erano cattivi astiosi e rancorosi che si accanivano contro di loro. In quella storia c’erano un uomo reso folle dalla gelosia, una donna sciocca e un uomo arrogante, le tre figure da tragedia erano ritornate tristemente, pateticamente umane.

Margherita fece per alzarsi, ma Andrea la trattenne.

“Voglio andare da lei, io devo chiederle perdono, ti prego accompagnami da lei.”

Avrebbe voluto schiaffeggiare suo fratello, a causa sua aveva rischiato di perdere ogni cosa, ma alla fine la pietà ebbe il sopravvento sulla rabbia.

“Domattina andremo al convento di Santa Elisabetta.”

Si sciolse dalla stretta di lui e si avviò lungo le scale.

Epilogo

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L’alba di domani (2011)- Parte 1

L’alba di domani (2011)- Parte 1

Quella notte villa Alfieri risplendeva dei gioielli che luccicavano sotto la luce delle lampade ad etilene. Margherita guardò con soddisfazione il salone gremito, cullata dalle note del valzer e dal tintinnio dei bicchieri. Era la serata di chiusura della stagione mondana e l’onore e il prestigio di ospitarla sarebbero spettati ad una famiglia più in vista della sua e ad una padrona di casa più matura, ma lei aveva fatto di tutto per ottenere quel privilegio ed era riuscita nel suo intento.  Poco più che ventenne, Margherita Alfieri era una donna forte, decisa e intelligente e aveva capito che i rapporti sociali erano estremamente importanti per incrementare gli affari di famiglia.

Dopo che il vaiolo si era portato via i loro genitori era rimasto suo fratello Andrea ad occuparsi della banca di famiglia e lei aveva esercitato su di lui ogni possibile pressione affinché si convincesse a spostare i loro affari a Roma, la nuova capitale del Regno d’Italia. Erano partiti in sordina ma pian piano l’impresa si era trasformata in un successo: Andrea era bravo a gestire il denaro, Margherita era brava a procurarsi amicizie e clienti influenti.

Suo fratello era sempre stato un uomo calmo, pacato, noioso addirittura, finché tre mesi prima qualcosa era cambiato e quel cambiamento aveva un nome, si chiamava Lidia Salviati. Era bella Lidia, di una bellezza eterea, quasi angelica, aveva gli occhi innocenti e l’aria di chi si fida di chiunque. Ora lei e suo fratello stavano ballando, felici e sorridenti e Margherita non poté fare a meno di sorridere a sua volta, almeno finché il suo sguardo non si spostò sulla figura che stava appoggiata vicino alla finestra e che guardava la coppia con il suo stesso interesse ma con molta meno benevolenza.  Simone Del Duca era il tipico uomo per cui le donne perdevano la testa ed era troppo abituato ad ottenere quello che voleva per accettare un rifiuto con buona grazia.

Era cominciato tutto ad una festa data proprio a casa Salviati. Simone si era messo al pianoforte e aveva cantato per lei. Era stata una canzone dolce, struggente, resa ancora più bella dalla sua splendida voce. Quel canto aveva ammaliato più di una donna quella sera, ma non Lidia. Lei lo aveva ascoltato con un sorriso di circostanza sul volto, lo aveva ringraziato e poi non lo aveva più degnato di uno sguardo. Lui non si era arreso e aveva ripetuto la sua serenata nell’evento mondano seguente. La canzone era stata ancora più appassionata, ma la reazione era stata la stessa della festa precedente.

Lidia lo aveva respinto ancora e ancora e quando quella sera lei lo aveva rifiutato per l’ennesima volta, Margherita aveva temuto una scenata, invece Simone aveva incassato il colpo a denti stretti ed era uscito dalla sala. Era convinta che fosse andato via e non si era aspettata di vederlo ricomparire. Si ritrovò a sperare ardentemente che non avrebbe causato guai. Si riscosse dai suoi pensieri quando il figlio minore del conte Doria la invitò a danzare. La corteggiava da mesi ormai, Margherita era più che consapevole che il vero oggetto del corteggiamento era il suo patrimonio, ma in fondo non le importava, Riccardo era una persona mite e gentile e in fondo le piaceva, sarebbe stato sicuramente un marito migliore di molti altri. Lasciò che la conducesse in mezzo alla sala e rimase a volteggiare a lungo tra le sue braccia.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato quando sentirono gridare. Era stato un grido profondo, animalesco, che aveva improvvisamente pietrificato tutti i presenti. Erano rimasti immobili come statue di marmo e l’orchestra aveva improvvisamente taciuto. Non c’erano più note di valzer di sottofondo quando i convitati si riscossero e corsero verso la balconata come un solo uomo. Margherita fu la prima a uscire. Riccardo tentò di bloccarla, ma lei corse da suo fratello e lo abbracciò incurante del sangue che le imbrattava il vestito.

“Cosa è successo?” Cercò di riscuoterlo, ma lui non le rispondeva, i suoi occhi vitrei continuavano a vagare dal corpo di Simone del Duca al volto insanguinato di Lidia, un volto sfregiato da un uomo che non aveva potuto averla. Improvvisamente era diventato tutto molto confuso. Un medico presente al ricevimento aveva soccorso e medicato la ragazza e qualcuno era andato ad avvertire le guardie. Margherita era sconvolta, ma si impose di riprendere il controllo di sé. Dedurre ciò che era accaduto non era stato difficile, Simone aveva aggredito Lidia e l’aveva sfigurata, Andrea era intervenuto per difenderla e avevano lottato. Fino alla morte.

Prima che lo portassero via, Andrea aveva pronunciato una sola frase. “E’ stato per lei.” Da quel momento in poi non aveva più parlato.

Parte 2

 

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