Tag: giallo

Omicidio al civico 7 – Recensione

Titolo: Omicidio al civico 7

Autore: Angelo Marenzana

Casa Editrice: Fanucci editore

ISBN: 9788866883845

Anno: 2020

Prezzo (€): 14.00

Omicidio al civico 7

Torna la rubrica delle mie piccole recensioni con “Omicidio al civico 7” di Angelo Marenzana, pubblicato per la collana Nero Italiano di Fanucci Editore.

Questa volta ho scelto uno dei miei generi preferiti in assoluto, il giallo, tanto più che  l’opera di Marenzana può pienamente ascriversi nel mio adorato sottogenere del giallo storico – pur se la vicenda è calata nella storia contemporanea, gli ultimi anni del fascismo, per essere precisi.

Marenzana è un autore alessandrino, attivo fin dagli ultimi anni Novanta nella narrativa e che ha scelto l’Abruzzo come suo buen retiro. Pur essendosi cimentato con buon successo in vari generi e periodi storici, la sua vera passione è raccontare l’Alessandria degli anni del fascismo, con un occhio lucido e realistico, sottilmente critico verso la sciagurata dittatura del Ventennio.

Il protagonista di “Omicidio al civico 7” è il commissario Augusto Maria Bendicò, già al centro de “L’uomo dei temporali” e l’anno scelto è il 1936, proprio nei giorni della proclamazione dell’Impero. Bendicò è un personaggio molto particolare, debitore in parte alla scuola gialla francese, in particolare a quella del maestro Simenon, a cui anche lo stile di Marenzana pare fare riferimento, pur con caratteristiche molto personali.

La vicenda scaturisce dal ritrovamento della bellissima Eleonora Picchio, giovane promessa canora della città. L’intreccio è quello classico del giallo, con la trama che si dipana agli occhi acuti di Bendicò e a quelli del lettore, man mano che si va avanti, passo per passo.

Il commissario, rimasto tragicamente vedovo da poco tempo, pare quasi sfruttare l’occasione dell’indagine per una sorta di rinascita personale, che lo porterà a una salutare trasformazione anche nell’approccio al grave lutto che lo ha colpito.

Va detto che, pur essendo la trama un meccanismo perfettamente congegnato, il giallo è anche un mezzo che Marenzana usa per parlare d’altro, di quello che gli sta a cuore.
Del protagonista, e della sua vicenda umana, innanzitutto; ma anche di un periodo storico così tragico e della vita quotidiana che la cittadinanza conduceva, oltre che della sua città, quell’Alessandria suggestiva e nebbiosa da cui affiorano una malinconia e un fascino perfettamente reso tra le pagine del libro.

“Omicidio al civico 7” è consigliato dunque sia agli amanti del giallo classico, che vi troveranno tutti gli elementi a loro cari, ma anche agli appassionati di storia, che potranno ricostruire la vita di provincia in un periodo oscuro della nostra nazione, che ancora oggi ne segna le vicende politiche e sociali.

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La figlia del tempo – Recensione

Titolo: La figlia del tempo

Autore: Josephine Tey

Casa Editrice: Mondadori (versione italiana)

Anno: 1951 (ed. italiana 1976)

La figlia del tempo

Oggi, per la mia rubrica di piccole recensioni, vi voglio parlare di un classico del giallo che ho appena letto e che mi ha colpito moltissimo: La figlia del tempo di Josephine Tey. Mi sono imbattuta in questo libro per puro caso, saltellando qua è là tra le pagine di Wikipedia e venendo attratta dal link alla pagina dei Cento migliori romanzo gialli di tutti tempi. Io, lettrice di gialli da ben tre generazioni e fiera proprietaria di alcune librerie così abbaglianti da dover essere guardate con gli occhiali da sole, potevo mai non seguirlo? Ovviamente no.

Ho scoperto così che nel 1990 la Mistery Writers of America, un’organizzazione statunitense di scrittori di giallo, horror e thriller, ha stilato una classifica dei cento migliori libri crime della storia, inserendo al primo posto – sopra ad opere come “Il mastino dei Baskerville”, “Il nome della rosa” e “Dieci piccoli indiani” – proprio il romanzo di cui vi sto per parlare.

La mia curiosità è ulteriormente aumentata quando ho scoperto che anche la Crime Writers Association, omologo britannico della MWA, era dello stesso identico avviso, quindi mi sono procurata La figlia del tempo.

Ritratto di Riccardo III (Anonimo)

Il protagonista del romanzo è Alan Grant, ispettore di Scotland Yard costretto temporaneamente in un letto d’ospedale a causa di una brutta caduta. Per aiutarlo a passare il tempo, la sua amica Marta Hallard gli porta una serie di ritratti di personaggi storici legati a qualche mistero irrisolto e lo invita a sceglierne uno per cimentarsi in una sorta di indagine accademica. Alan, che si è sempre dimostrato molto abile nello studiare i volti e le espressioni, viene colpito da un viso in particolare, mesto e pensoso. Il viso, secondo l’opinione sua e della caposala, di una persona che ha patito dolori indicibili.

Quando lui – da sempre convinto di poter distinguere con uno sguardo “un giudice da un imputato”  scopre l’identità dell’uomo del dipinto il suo stupore non potrebbe essere più grande: quell’espressione di calma sofferenza appartiene infatti a re Riccardo III, passato alla storia come il più spietato assassino d’Inghilterra. Secondo la tradizione Riccardo si è macchiato di crudeltà e tirannia e, soprattutto, non ha esitato a far uccidere i nipotini, i celebri principi nella torre, pur di salire al trono.

Un piccolo cenno storico. Siamo allo scontro finale delle Guerra delle due Rose e nella battaglia di Bosworth (1485) Riccardo III viene sconfitto da Enrico Tudor, che diventa re al suo posto. Da quel momento su lui si abbatte una vera e propria damnatio. Ma era davvero lo spietato e folle tiranno di cui ci narrano Shakespeare e Tommaso Moro, che erano al servizio dei Tudor? Ed era davvero lui quello che aveva più da guadagnare dalla sparizione dei due piccoli principi?

Con l’aiuto del giovane ricercatore Brent Carradine, Grant si lancia in un’indagine attraverso libri di storia, biografie e cronache dell’epoca, portandoci con sé a conoscere storie e personaggi dimenticati, che gettano nuova luce su come potrebbero essere andate davvero le cose.

Un giallo sui generis, che farebbe impazzire gli appassionati di storia, ma forse storcere un po’ il naso agli amanti di una trama più canonica. Io l’ho apprezzato tantissimo, complici sia la mia passione per il passato sia la simpatia immediata per il protagonista, disincantato, dotato di una pungente ironia e rabbiosamente insofferente a quelle che ora chiameremmo “fake news”.

Consigliatissimo, non solo per il fatto che è stato di recente definito “uno dei libri più importanti mai scritti”, ma anche per guardare il romanzo giallo da un’altra prospettiva.

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La Madama – Recensione

La Madama

Scheda

Titolo: La Madama

Autore: Antonio Tenisci

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno:

Genere: Giallo storico

ISBN: 978-88-7475-502-8

Prezzo (Euro): 10

N. Pagine: 104

La Madama

La recensione del libro che vi propongo oggi mi è particolarmente cara, infatti si tratta de “La Madama” di Antonio Tenisci ed è un romanzo storico, uno dei miei generi di riferimento.

“La Madama” che dà il titolo al libro, non è altri che Margherita d’Austria, personaggio che ha dato lustro alla storia della vicina Ortona, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Antonio Tenisci è uno scrittore nato proprio ad Ortona, dove lavora nel campo dell’informatica – collaborando con Telecom e con la Camera dei Deputati – e ha iniziato la carriera letteraria con la pubblicazione di alcuni racconti.
Il suo primo romanzo è “Nuvole rosse sotto il mare”, per i tipi di Solfanelli. L’opera prima narra una struggente storia d’amore sullo sfondo della tragica Battaglia di Ortona del 1943. Ha poi pubblicato la raccolta di racconti “Tommies” e “Akhenaton l’eretico”, ambientato nella civiltà egizia e firmato col collettivo Valery Esperian; un’altra prestigiosa collaborazione è quella col Giallo Mondadori, per il quale ha scritto “Ombre viola”, breve romanzo inserito nella raccolta “Amori malati”.

Il romanzo

Ma parliamo de “La Madama”. Il romanzo è tratto da un’opera teatrale, scritta dallo stesso Tenisci; la storia inizia proprio la notte in cui è previsto l’arrivo della Madama a Ortona.
Sullo sfondo della vicenda, avviene l’omicidio del depravato Podestà Girolamo Riccardi. A indagare è il capitano Rulen, un personaggio ispirato a Cristoforo il Moro, garzone di stalla di Carlo V che lo seguì nelle Fiandre dalla Spagna.

Il filo narrativo si svolge nello stile più classico del giallo, tra colpi di scena e una storia d’amore appena accennata.
Nella continuità temporale della storia e nei dialoghi secchi si scorge l’origine teatrale della vicenda. Ovviamente non manca il finale a sorpresa, nel quale Tenisci riannoda abilmente i vari fili della storia, con un imprevedibile colpo di scena di cui non vi svelo nulla.

La grande abilità di Tenisci è quella di portare avanti l’intreccio giallo senza buchi nella trama e mantenendo costante la tensione narrativa; un valore aggiunto è la bella ricostruzione di una Ortona rinascimentale, un periodo che amo molto.
Un altro pregio, infine, è quello di dare spazio a un personaggio come la Madama, Margherita d’Austria, una donna moderna che portò un governo illuminato ovunque ne avesse la responsabilità, ma che non viene ricordata troppo spesso.

 

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Nero. Dramma in provincia

 

 

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Nero. Dramma in provincia – Recensione

Giancarlo-Giuliani-Nero-Dramma-in-provincia

Scheda

Titolo: Nero. Dramma in provincia

Autore: Giancarlo Giuliani

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2018

Genere: Giallo

ISBN: 978-88-7475-601-8

Prezzo (Euro): 13

N. Pagine: 160

 

Nero. Dramma in provincia

Per la rubrica delle mie piccole recensioni, oggi ho scelto una pubblicazione che soddisfa appieno i miei gusti letterari: “Nero. Dramma in provincia” di Giancarlo Giuliani.

Come suggerisce il titolo, si tratta di un giallo ambientato in una cittadina di provincia che a tratti ricorda la Pescara in cui l’autore vive da tempo.
Giancarlo Giuliani ha passato gran parte della sua esistenza ad insegnare nelle scuole superiori, portando però avanti una carriera parallela come scrittore, poeta e saggista. Giuliani è un autore molto prolifico, ha infatti dato alle stampe per Tabula Fati alcuni romanzi storici, raccolte di versi e il giallo di cui vi parlo.

“Nero” mi ha colpito per la sua struttura di giallo classico e sperimentale nello stesso tempo. Si tratta infatti di un’opera che rimanda ai classici americani per la scelta di adottare uno stile secco e senza fronzoli, ma anche atipico nell’artificio narrativo di mostrare subito ai lettori l’assassino e per l’approfondita analisi psicologica dei vari caratteri.

Due parole sulla trama, senza correre il rischio di anticipare troppo gli avvenimenti, trattandosi di un giallo. Una serie di omicidi sconvolge la vita di una placida città di provincia; il serial killer pare tanto spietato quanto insospettabile, ma una serie di colpi di scena porteranno il tutto fuori dai binari tipici del genere.

Nato inizialmente per un progetto di giallo radiofonico, poi non andato in porto, “Nero” gioca più sull’introspezione psicologica dei personaggi, sulle loro azioni e reazioni e sulle pulsioni che ognuno di noi cerca di tenere a bada, che non sull’intreccio giallo vero e proprio, che pure è ben presente e costituisce la solida ossatura della trama.

Il personaggio che più colpisce è sicuramente Gaia Altieri, una dark lady da antologia, tanto classica nell’aspetto di bionda fatale, quanto peculiare nei suoi comportamenti da manuale di psicologia.

Nero. Dramma in provincia è una lettura snella e godibile – a tratti pare quasi di assistere a un film noir – ed è perfetto per conoscere uno scrittore dai tanti volti, che si è cimentato in opere anche più impegnative, dal giallo storico alla poesia.

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La strana morte di Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe è stato uno dei più grandi autori americani e l’ideatore indiscusso del racconto giallo e dell’orrore. Uomo sensibile e tormentato, ha lottato tutta la vita contro le dipendenze e contro l’incomprensione dei suoi contemporanei.

“Reynolds, Reynolds”

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

“Reynolds, Reynolds”. Pare fosse questo il nome misterioso che il paziente invocava nel suo stato di delirio, mentre attendeva la morte in un letto dell’ospedale del Washington College. Era la notte tra il 6 e il  7 ottobre 1849 e l’uomo sarebbe spirato di lì a poco, dopo quattro giorni di ricovero in stato confusionale.

Aveva vagato per le strade di Baltimora, allucinato e farneticante, fino a che si era accasciato a terra. Joseph Walker lo aveva trovato così, mentre camminava davanti alla sede dei Whig (attuale partito repubblicano) e aveva soccorso quello sventurato lacero e stravolto. Nonostante la prostrazione il ferito era riuscito a fare un nome di un editore, Joseph Snodgrass, e a rivelare la sua identità: era lo scrittore Edgar Allan Poe.

Walker riuscì a contattare Snodgrass, ma né lui né la famiglia dello scrittore riuscirono a spiegare la sua presenza a Baltimora, in quanto Edgar era partito da Richmond il 27 settembre per recarsi a Filadelfia, o perché indossasse abiti non suoi. Cosa sia accaduto in quei giorni rimane avvolto nel mistero, Allan Poe non tornò mai abbastanza lucido per spiegarlo, come non riuscì mai a rivelare chi fosse Reynolds.

All’inizio i medici attribuirono la sua morte a congestione cerebrale o delirium tremens, tutti eufemismi per indicare una grave intossicazione da alcool, ma l’effettiva causa della morte resta sconosciuta. I referti ospedalieri del tempo e il certificato di morte sono andati persi e nemmeno riesumare il corpo è servito a dare risposte. Sono state fatte molto illazioni, dalla meningite alla rabbia, ma sicuramente una delle più diffuse ai tempi fu il cooping: Edgar Allan Poe sarebbe stato rapito e costretto a bere alcool misto a narcotici allo scopo di portarlo ripetutamente e votare per lo stesso candidato contro la sua volontà. Addirittura ci fu chi ventilò l’ipotesi dell’omicidio, in quanto sembra che l’uomo stesse per chiedere la mano di una ricca vedova.

Col tempo e col progredire della tecnologia alcune cause sono state escluse, come l’alcolismo o l’avvelenamento, ma cosa abbia effettivamente portato via il padre della letteratura di genere permane un mistero che non avrebbe sfigurato in uno dei suoi racconti.

I primi anni

Edgar Allan Poe nacque a Boston il 19 gennaio 1809. Rimasto orfano in tenera età fu adottato da una famiglia di commercianti scozzesi, gli Allan, insieme a cui si trasferì in Inghilterra nel 1815. Qui studiò per un anno presso un collegio di Chelsea, il cui preside aveva metodi educativi che sicuramente non aiutarono l’equilibrio mentale del ragazzo: insegnava a i ragazzi a far di conto utilizzando le date di nascita e morte del vicino cimitero e consegnava ad ogni studente una pala di legno, allo scopo di scavare la tomba di chi moriva durante il periodo scolastico.

Il suo percorso scolastico proseguì presso la Manor House School di Stoke Newington, dove studiò i massimi scrittori inglesi, poi nel 1820 Poe e la sua famiglia tornarono negli Stati Uniti.

Nel 1825, dopo l’espulsione dalla Richmond Academy, i primi segni dei problemi nervosi che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita cominciarono a farsi evidenti, soprattutto in seguito alla morte di Elena Stannard, madre di un suo compagno di classe, di cui Edgar si era infatuato.

Edgar Allan Poe nel 1848

Edgar Allan Poe nel 1848

Poco dopo il cuore di Allan Poe si sarebbe nuovamente spezzato. Da prima ancora della sua partenza per la Gran Bretagna c’era stata tenerezza tra lo scrittore e la figlia dei vicini, Sarah Elmira Royster. I due ragazzi si erano ritrovati nel 1826 e avevano deciso di fidanzarsi segretamente, ben conoscendo la disapprovazione del padre di lei nei confronti della loro unione. Poco dopo Edgar Allan Poe partì per l’Università della Virginia, ma nessuna delle lettere che scriveva alla sua amata finivano nelle mani della fanciulla. Il padre di Sarah li aveva scoperti e intercettava e distruggeva le missive. La ragazza, credendosi dimenticata, finì con lo sposare un altro uomo.

Nel frattempo Edgar, ancora ignaro dell’accaduto, stava già sprofondando in una spirale autodistruttiva fatta di alcol e gioco d’azzardo. Abbandonata l’università tornò a Richmond, ma essendo ai ferri corti col col padre e straziato dal matrimonio di Sarah decise di trasferirsi a Boston.

 

Nell’esercito

Edgar Allan Poe cercò per un po’ di mantenersi con lavori occasionali, ma alla fine per poter sopravvivere decise di arruolarsi. Il 27 maggio 1827, mentendo sulla sua età e sul suo nome, divenne un soldato del Fort Independence. In quello stesso anno pubblicò in forma anonima “Tamerlano e altre poesie”, che però non riscosse alcun successo.

Virginia Clemm

Virginia Clemm

Dopo due anni nell’esercito e dopo aver raggiunto il grado di sergente maggiore, Poe decise di congedarsi. Confessata la verità al suo tenente, si sentì rispondere che sarebbe stato lasciato libero solo se avesse fatto pace col padre adottivo.

Tutte le suppliche di Edgar caddero però nel vuoto e il ragazzo non fu nemmeno informato della malattia che stava uccidendo la madre, tanto che non poté mai darle il suo ultimo saluto.

Dopo la morte della moglie il signor Allan accettò di aiutare Poe, che lasciò l’esercito e si stabilì per un breve periodo dalla sua zia naturale, Maria Clemm, e dalla sua famiglia.

Nel 1930 Poe entrò all’accademia militare di West Point, ma pochi mesi dopo, a causa di liti furibonde, fu nuovamente rinnegato dal padre e decise di lasciare l’accademia facendosi processare deliberatamente dalla corte marziale per aver disubbidito ad un ordine. Nel 1931 si recò a New York e, grazie ad un colletta dei compagni di West Point, pubblicò il volume di poesie “Poems”

 

Vivere della propria penna

Prima pagina dei Racconti del grottesco e dell'arabesco

Prima pagina dei Racconti del grottesco e dell’arabesco

Edgar Allan Poe fu il primo statunitense a cercare di fare della scrittura la unica fonte di reddito, ma purtroppo le sue aspettative furono presto disilluse e lo scrittore fu costretto ad accettare altri lavori.

Nel 1933 il racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” vinse un premio assegnato dal Baltimore Saturday Visiter. Poe attirò così l’attenzione del ricco John Pendleton Kennedy, che lo presentò al direttore del Southern Literary Messenger di Richmond. Edgar fu assunto in quest’ultimo giornale, ma l’impiego durò poco: sorpreso in stato di ubriachezza fu licenziato.

Tornato a Baltimora, il 22 settembre 1835 sposò in segreto sua cugina Virgina Clemm, che aveva solo 13 anni. La promessa di migliorare il proprio comportamento lo face riassumere al Southern Literary Messenger, quindi si trasferì a Richmond con la moglie e la suocera. Negli anni successivi pubblicò poesie, recensioni e articoli di critica, inoltre furono dati alle stampe “Storia di Arthur Gordon Pym” e “I racconti del grottesco e dell’arabesco”: era nato il racconto dell’orrore.

Trasferitosi a Filadelfia scrisse “La caduta della casa degli Usher” e diversi racconti. Cercò anche di trovare un impiego stabile alla dogana della città grazie alla sue conoscenze, ma non si presentò mai all’incontro per discutere la sua nomina, forse perché ubriaco.

Nel 1841, Egar Allan Poe diede la vita al romanzo poliziesco, scrivendo “I delitti della Rue Morgue”, in cui compare il primo detective della letteratura, Auguste Dupin. Acuto osservatore, fine conoscitore dell’animo umano, freddamente distaccato, Dupin sarà il capostipite di tanti altri investigatori, da Sherlok Holmes a Nero Wolfe. Di quegli anni sono anche racconti come “Il pozzo e il pendolo”, “Il mistero di Marie Roget” e “Il ritratto ovale”.

Una perdita incolmabile

Tomba di Poe

Tomba di Poe

Nel 1842 Virgina iniziò a mostrare i segni della tubercolosi e il mondo di Poe andò in frantumi. Cominciò a bere ancora di più e lasciò il lavoro. Tornato a New York, divenne editore e poi proprietario del Broadway Journal. Nel 1943 ottenne un po’ della meritata celebrità con “Lo scarabeo d’oro” e “Il gatto nero” e nel 1845 la poesia “Il corvo” fece grande scalpore. Al riconoscimento però non corrispose un’adeguata retribuzione economica, inoltre il Broadway Journal fallì. Poe e la moglie si trasferirono in un cottage a Fordham (attuale) Bronx, in cui Virginia morì il 30 gennaio 1847. Erano così poveri che Edgar fu costretto ad usare le lenzuola del corredo come sudario.

La perdita della moglie avrebbe definitamente sconvolto Edgar ed influenzato profondamente la sua produzione successiva. Tornato a Richmond, nel 1848 incontrò nuovamente il suo amore di gioventù, che tanto aveva ispirato le sua prime opere, Sarah Elmira Royster, che era diventata vedova. Non si è mai saputo se i due si fossero fidanzati ufficialmente, ma è sicuro che tra loro fosse rinata l’antica tenerezza.

Il 26 settembre 1849, il giorno prima della sua partenza per Filadelfia, Edgar si recò a casa di Sarah per salutarla. I due non si sarebbero mai più rivisti.

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Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

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Agatha Christie, creatrice di  personaggi del calibro di Hercule Poirot e di Miss Marple, è stata una delle più straordinarie autrici di romanzi gialli.  Scrisse a suo nome 66 romanzi e 14 raccolte di racconti polizieschi e sei romanzi d’amore con lo pseudonimo di Mary Westmacott.  Dalle sue opere sono stati tratti molteplici film opere teatrali e serie TV.

La giovinezza

Agatha Christie da bambina

Agatha Christie da bambina

Agatha nacque a Torquay, nel Devon, il 15 settembre 1890. La sua famiglia, benestante, curò la sua educazione a casa, quindi Agatha, già schiva per natura, non trascorreva molto tempo con gli altri bambini. I suoi grandi compagni erano i libri e gli animali domestici. In seguito avrebbe fatto amicizia con alcune ragazza, apparendo con in una produzione giovanile di Gilbert e Sullivan, “The Yeomen of the Guard”. Nel 1901 il padre di Agatha morì, lasciando la famiglia in una situazione economica complicata.

Nel 1902 andò a studiare presso la scuola per ragazze della signorina Guyer a Torquay, ma adattarsi le risultò difficile, quindi nel 1905 si trasferì a Parigi per la sua istruzione.
Quando la ragazza tornò in Inghilterra nel 1910, scoprì che sua madre Clara era malata. Le due donne decisero di trasferirsi momentaneamente a Il Cairo, che aveva due indiscussi vantaggi: il clima più salubre e la presenza di ricchi turisti britannici, tra cui Agatha avrebbe potuto trovare marito.

La prima guerra mondiale e la nascita di Poirot

In realtà fu ad un ballo vicino Torquay che Agatha conobbe Archie Christie, ufficiale dell’esercito distaccato al Royal Flying Corps. I due si innamorarono, ma con lo scoppio della Grande Guerra Archie fu inviato in Francia. Riuscirono comunque a posarsi il 24 dicembre 1914, mentre l’uomo era in licenza.

Agatha Christie nel 1925 a 35 anni

Agatha Christie nel 1925 a 35 anni

Agatha Christie, da sempre appassionata di romanzi polizieschi, nel 1916 iniziò a lavorare al suo giallo di esordio, “Poirot a Styles Court”, che però inizialmente non fu dato alle stampe. In quel libro nacque uno dei più conosciuti detective della letteratura, Hercule Poirot, ex ufficiale di polizia belga dalle eccezionali “celluline grigie”.

Durante il conflitto Archie divenne colonnello nel Ministero dell’Aeronautica e anche Agatha Christie diede il suo contributo allo sforzo bellico, lavorando come infermiera volontaria. Dopo la guerra, Agatha e Archie si trasferirono a Londra ed ebbero una figlia, Rosalind (1919 – 2004).

Nel 1920, dopo varie traversie, “Poirot a Styles Court” fu finalmente pubblicato dalla casa editrice The Bodley Head. Era l’inizio di un mito.

Che fine ha fatto Agatha Christie?

Notizia del ritrovamento della scrittrice sul Daily Herald del 15 dicembre del 1926.

Notizia del ritrovamento della scrittrice sul Daily Herald del 15 dicembre del 1926.

Nel 1926 Archie chiese il divorzio ad Agatha perché si era innamorato di un’altra donna, Nancy Neele. Il 3 dicembre, dopo un terribile litigio, l’uomo andò via dalla casa dove vivevano. Quella stessa sera Agatha Christie lasciò un biglietto alla sua segretaria in cui scriveva che sarebbe andata nello Yorkshire, poi scomparve nel nulla. La sua auto fu ritrovata nei pressi di una cava di gesso, dentro c’erano una patente di guida scaduta e dei vestiti.

La sua sparizione ebbe tale risonanza che il segretario agli interni, William Joynson-Hicks, fece pressione sulla polizia e un giornale offrì addirittura una ricompensa di cento sterline. Alle ricerche parteciparono oltre mille agenti di polizia, 15000 volontari e diversi aerei. Persino Sir Arthur Conan Doyle cercò di dare il suo contributo.

Agatha vene rintracciata il 14 dicembre 1926, presso lo Swan Hydropathic Hotel di Harrogate, nello Yorkshire. Si era registrata come “signora Teresa Neele”  da Città del Capo. Agatha Christie dichiarò di non ricordare dove fosse stata e cosa avesse fatto in quei dieci giorni. L’opinione pubblica dell’epoca la giudicò duramente,  supponendo che la sua fosse una trovata pubblicitaria o un tentativo di incastrare il marito per omicidio.

Il secondo matrimonio e l’esordio di Jane Marple

Agatha Christie con Max Mallowan a Tell Halaf negli anni '30.

Agatha Christie con Max Mallowan a Tell Halaf negli anni ’30.

Agatha Christie e il marito divorziarono nel 1928 e la donna mantenne la custodia della figlia Rosalind e il cognome di Christie per la sua scrittura. Nello stesso anno l’autrice si recò a Istanbul e poi a Baghdad viaggiando sull’Orient Express, che le ispirò il capolavoro “Assassinio sull’Orient Express”. Durante i suoi vagabondaggi, nel 1930, incontrò e sposò il giovane archeologo Max Mallowan.

Il secondo matrimonio sarebbe stato molto più felice del primo e le spedizioni archeologiche di Max contribuiranno in maniera sostanziale a molte delle ambientazioni dei romanzi della Christie.

Nel 1930 vede la luce anche l’altra formidabile investigatrice nata dalla penna della Christie: miss Marple, acuta e anziana “signorina” con un  grande talento nell’indagare l’animo umano. Il personaggio esordì nella raccolta di racconti “Miss Marple e i tredici problemi”.

Nel 1934, Agatha e Max acquistarono Winterbrook House a Winterbrook, nel Berkshire, e questa divenne la loro residenza principale e il luogo in cui la donna scrisse la maggior parte delle sue opere.

La seconda guerra mondiale e gli ultimi anni

Durante il secondo conflitto mondiale, Agatha Christie lavorò nella farmacia dello University College Hospital di Londra e acquisì una notevole conoscenza sui veleni, che le sarebbe tornata utile nei suoi libri successivi.

Agatha Christie visita l'Acropoli di Atene nel 1958

Agatha Christie visita l’Acropoli di Atene nel 1958

Intorno al 1941-42, l’agenzia di intelligence britannica MI5 indagò su Agatha dopo che nel suo thriller “Quinta Colonna” era apparso personaggio chiamato “maggiore Bletchley”. L’MI5 temeva che Christie avesse una spia a Bletchley Park, il centro top-secret della divisione del codice segreto inglese . Ovviamente il tutto si rivelò infondato.

Durante la seconda guerra mondiale, Agatha Christie scrisse due romanzi, “Sipario” e “Addio Miss Marple”, intesi come gli ultimi casi di Hercule Poirot e Miss Marple. I due libri furono messi in un caveau e furono pubblicati solo dopo 30 anni, quando la giallista si rese conto che non poteva scrivere altri romanzi.

Nel 1956, per i suoi successi letterari, Agatha Christie fu nominata comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico e nel 1971 fu promossa a dama comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico. Tre anni prima suo marito era stato nominato cavaliere per il suo lavoro archeologico e per questo la Christie assunse il titolo di Lady Mallowan.

Agatha Christie morì Winterbrook House il 12 gennaio 1976. Aveva fatto in tempo di far pubblicare “Sipario”, ma “Addio miss Marple” uscirà solo dopo la scomparsa della scrittrice.

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