Il Giglio Insanguinato

Parigi 1601. Il corpo senza vita dell’arcivescovo Marconi viene rinvenuto dal suo segretario con un giglio bianco fra le mani e la gola squarciata.
Fiamma e Giulio Ranieri, baroni italiani ed emissari della Santa Sede, giungono nella città allo scopo di investigare sull’efferato omicidio dell’alto prelato e testare la lealtà del re e della sua corte al papato romano.
Dagli sfarzi del Louvre di Enrico IV allo squallore dei vicoli più poveri di Parigi, la ricerca della verità li conduce indietro di trent’anni, a un periodo sanguinoso della Storia di Francia che ripercorreranno addentrandosi nel rigore dei monasteri e dei conventi benedettini, luoghi di assistenza e cura, ma anche di segreti e di lucida espiazione, contraltari dell’ambiente frivolo e lussurioso di una corte vendicativa.

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INCIPIT

Parigi.

Fratello Jacques bussò alla porta senza ottenere risposta.

Bussò ancora, di nuovo silenzio.

Provò allora a chiamare, invano. Sentì all’improvviso il sudore gelido attraversargli la fronte.
L’arcivescovo aveva preso l’abitudine di chiudersi a chiave di notte. Fratello Jacques gli aveva fatto notare mille volte che se avesse avuto un malore sarebbe stato difficile soccorrerlo, ma non c’era stato nulla da fare.

Il panico cominciò a impadronirsi di lui.
Gridò il nome di uno dei servitori e, quando questi si palesò, gli diede l’ordine di sfondare la porta. Quando fu aperta, il monaco fece pochi passi barcollanti e poi cadde a terra in ginocchio, urlando come un animale ferito e richiudendo il viso fra le mani.

L’arcivescovo era steso sul letto, il suo corpo composto come in una bara. Il sangue  della gola recisa aveva inzuppato le lenzuola, coprendone il candore di un cupo scarlatto. Tra le dita intrecciate sul petto c’era un giglio, i cui petali bianchi erano screziati di rosso.

Roma.

Mentre conduceva la sua compagna lontano dalla folla del ballo in maschera, Orazio non riusciva a credere alla fortuna che gli era capitata  La donna gli aveva detto di chiamarsi Ecate, come la dea pagana della magia; un nome quanto mai azzeccato, visto che in quelle feste c’era assai poco di cristiano. Nessuno rivelava la propria identità e nessuno mostrava il proprio volto, erano le uniche due regole. Orazio ed Ecate si fermarono in un corridoio semibuio. Lui l’attirò a sé e tentò di baciarla, ma lei lo fermò mettendogli un dito sulle labbra.

Lo fece accostare alla parete e gli sussurrò nell’orecchio: «Chiudete gli occhi e lasciate fare a me.»

L’uomo rimase un attimo come incantato sulla bocca scarlatta della donna, pregustandone il piacere, poi appoggiò la testa al muro e obbedì.

La mano che lei gli teneva sul viso scese lentamente sul suo petto, mentre l’altra, con un gesto fluido, scioglieva i capelli color dell’ebano.

Il movimento della donna fu così preciso e veloce che Orazio nemmeno si accorse dello stiletto che gli sprofondava nel collo. Per un istante il suo corpo rimase addossato al muro, poi cadde con un tonfo sordo.

Lei estrasse il pugnale e lo ripulì sulla veste dell’uomo. Era stato un colpo perfetto, c’era pochissimo sangue. Infilò la lama sotto il vestito e ritornò alla festa.

Non appena rimesso piede nel salone sfiorò il braccio dell’uomo che la stava aspettando, poi insieme si mischiarono alla folla e guadagnarono con calma l’uscita.

Si incamminarono senza fretta attraverso i vicoli e si diressero verso una carrozza. Una volta saliti, lui ordinò al cocchiere di partire, e solo quando i cavalli cominciarono a muoversi la donna si tolse la maschera e la parrucca.

 

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