Categoria: Racconti

L’invisibile sguardo della morte (2001)- Parte II

Tornato a casa Richard buttò l’impermeabile sul divano e si sedette alla sua scrivania per buttare giù l’articolo intitolato “L’invisibile sguardo della morte”. Tentò di scrivere qualcosa, ma non ci riuscì: le parole di Margaret gli risuonavano nella mente e sentiva ancora l’indefinibile voce di lei che diceva: “La morte genera solo la morte.”

Ora capiva benissimo chi fosse Margaret Milwer: era un fuoco ardente che l’implacabile durezza della vita aveva trasformato in gelo, era la vita che sprofondava nell’abisso della morte. Prese la sua decisione e sul suo articolo non parlò più della giusta condanna di una duplice omicida che con premeditazione e con freddezza aveva stroncato due giovani vite com’era intenzionato a fare all’inizio, ma parlò di ciò che il dolore può causare nelle persone e di come possa mutare il cuore e l’anima di coloro che hanno la sventura di trovarsi faccia a faccia con esso. Il risultato fu il rivolgere un appassionato appello al governatore chiedendogli la grazia. Quando finì l’articolo sorrise a se stesso. L’ex senatore Desmond era ancora un uomo molto potente e si sarebbe vendicato: con questo gesto aveva interrotto la sua carriera di giornalista ancor prima che questa cominciasse. Gli venne in mente ciò che aveva pensato solo poche ore prima: “Cos’altro importava nella vita?” Ora sapeva che in essa c’era di più, molto di più.

 

C’era voluta molta fatica per convincere il direttore a pubblicare il suo articolo e aveva dovuto promettere che si sarebbe assunto ogni responsabilità, ma alla fine c’era riuscito. Il direttore aveva congedato Richard dicendo:

“Ti stai rovinando con le tue stesse mani ragazzo, spero che tu sappia quello che stai facendo.”

Richard aveva replicato che sapeva benissimo ciò che stava facendo e che non avrebbe mollato a nessun costo.

Erano ormai passate più di quarantotto ore dal suo appello e la grazia non era ancora stata concessa. Quella mattina alle nove Margaret sarebbe stata giustiziata. Erano le otto e Richard si preparò per andare al suo macabro appuntamento con la morte. Quando arrivò alla prigione di stato mancava solo mezz’ora all’esecuzione.

Intanto nella stanza dove sarebbe dovuta andare incontro al suo destino Margaret fissava il soffitto sdraiata su un lettino. Poi improvvisamente disse alla guardia che le stava accanto:

“Non ha diritto un condannato all’ultimo desiderio?”

“E che cosa vorresti?” Rispose la guardia.

“Qui fuori c’è Richard Herrison, un giornalista del “New Gazette” ed io vorrei parlargli. “

“Non so se si può fare” disse rivolta ad un collega

“Se c’è lascialo entrare, dopo tutto che cosa può succedere? E poi questa poveretta avrà pure diritto a dire la sua un’ultima volta prima di morire, tutti ne avrebbero diritto.”

“Come vuoi.” Rispose la prima guardia.

Dopo qualche secondo la guardia riapparve con Richard al suo fianco. Il giovane le si avvicinò e le strinse forte la mano. Lei gli parlò dolcemente e trattenendo a stento le lacrime: “Ascolta le mie parole Richard. Io so di essere arrivata al capolinea e che niente può più essere fatto per me, ma ti ringrazio ugualmente per il tuo gesto, grazie al quale ho potuto ritrovare un po’ dell’umanità che c’è in me. Sai, è strano -continuò con un sorriso amaro- per otto anni ho aspettato questo momento ed ora che è arrivato io voglio solo e disperatamente vivere. Purtroppo però io non posso perché non sono riuscita a spezzare il circolo e grazie a me la morte ha generato la morte. Dopo tutto non sono stata poi così forte come credevo di essere, ma tu puoi farcela. Ora ascolta il mio consiglio: torna là fuori e vivi come non ho saputo fare io.”

“Non morirai te lo giuro!”

“Non giurare ciò che non puoi mantenere. E’ assurdo che due estranei come noi si siano sentiti tanto legati, ma io credo di sapere perché è successo. Tu devi vivere per me, per impedire che il circolo di morte si compia di nuovo. Perciò se vuoi giurarmi qualcosa devi giurare che racconterai agli altri quanto male può portate il male e per me sarà sufficiente. E’ tutto ciò che puoi fare per me ed io non ti chiedo di più.”

Lei lo guardò un’ultima volta, poi Richard fu fatto uscire dalla stanza.

Guardandolo andare via gli disse: “Se Dio mi perdonerà pregherò per te.”

Mancavano ormai pochi minuti alle nove e Richard passeggiava nervosamente davanti alla stanza dell’esecuzione, aspettando che il telefono, attraverso cui sarebbe giunta la grazia, squillasse. Ma quel telefono non squillò mai. Un gesto, un sospiro, una lacrima, poi il nulla. Margaret Milwer moriva a soli trent’anni a causa di un’iniezione letale.

Richard non riusciva a capire, si rifiutava di capire. Aveva rovinato se stesso eppure non era servito a nulla, per la prima volta aveva creduto in qualcosa e aveva fallito. Non ce la faceva più a rimanere in quella stanza e decise di andarsene. Mentre tornava a casa in auto si fermò su un ponte e parcheggiata l’auto si appoggiò sul parapetto e si mise a fissare il vuoto torturato da un pensiero fisso: perché Margaret era morta? Margaret, Margaret, non riusciva a togliersi quel nome dalla testa, come non riusciva a dimenticare la fatidica frase che lei aveva pronunciato. D’improvviso un pensiero gli attraversò la mente e alzò lo sguardo verso il cielo. Chissà se Margaret era stata veramente perdonata e stava pregando per lui. Richard non lo credeva: l’anima di lei era persa e ormai lo era anche la sua. Scavalcare la balaustra e gettarsi nel vuoto fu cosa di un attimo.

La morte aveva di nuovo generato la morte.

L’invisibile sguardo della morte (2001) – Parte I

Richard parcheggiò la sua auto, poi entrò nella prigione esibendo con orgoglio il suo lasciapassare. Mentre un secondino lo accompagnava lungo il corridoio buio, si spaventò del proprio cinismo: non gli importava affatto che l’occasione della sua vita gli fosse data dalla morte di una donna. Poi si riscosse: si era impegnato al massimo per avere quel lavoro e nulla l’avrebbe fermato, nemmeno la morte. Si disse che aveva affrontato cose ben peggiori, come quegli squali del vecchio giornale che ogni attimo avevano tentato di farlo a pezzi: ma sapeva di mentire a se stesso. Pur dando l’impressione di sentirsi tranquillo e sicuro davanti alla porta che lo separava da Margaret Milwer l’enormità di ciò che stava per affrontare lo fece vacillare. Poi si fece coraggio, abbassò la maniglia ed entrò.

Si trovò davanti una giovane sui trent’anni che fissava con occhi vitrei la parete che le stava di fronte. Aveva capelli biondi cortissimi, come una convalescente dopo una lunga malattia e la tuta scura finiva col togliere qualsiasi parvenza di vita e di colore a quel viso assorto e pallidissimo.

Poi la giovane alzò gli occhi sul giornalista e disse freddamente:

“Così è lei Richard Herrison. Veda di fare un buon lavoro: sono servita a ben poco durante la mia vita, spero di essere almeno utile nella morte.”

Quelle parole dette con tanto gelo lo colpirono come uno schiaffo e qualcosa in quello sguardo gli aveva fatto gelare il sangue nelle vene. Richard riuscì a stento a controllarsi. Si sedette e le rispose:

“Si, io sono Herrison. Senta io non sono qui per speculare su…su quello che le sta per accadere, ma sono venuto solo per fare il mio lavoro e, come ha detto lei, per farlo bene.”

“Lo faccia anche in fretta così mi lascerà in pace.” Ribatté la donna. Continuava a parlare freddamente e con distacco, come se ciò che le accadeva intorno non la riguardasse. Avrebbe parlato così durante tutto il colloquio. Solo per un momento sarebbe emerso il suo vero io, quella fiamma segreta che l’animava.

“Come vuole – continuò Herrison– mi parli dell’omicidio.”

“Che vuole sapere?”

“Parli pure a ruota libera.”

“Libera. Ho paura che la libertà sia ormai un concetto a me estraneo. Otto anni fa mio fratello Paul aveva deciso di sposarsi. La sua fidanzata, Caroline, però lo lasciò perché si era innamorata di Christopher Desmond, il figlio di un senatore. Per mio fratello lei era tutto. Aveva sempre detto che avrebbe dato anche la vita per lei e lo fece: s’impiccò. Paul mi aveva lasciato una lettera in cui aveva scritto: “Dopo tutto io l’ho perdonata, ora Meg tu perdona me e perdona anche lei”. Quando trovai il cadavere e la lettera dissi a me stessa che loro non meritavano il perdono. Mio fratello avrebbe perdonato me per avergli disobbedito: lui, al mio contrario, era capace di farlo. E sul suo corpo esangue promisi a Paul che chi lo aveva ucciso lo avrebbe seguito all’inferno. Così fu: mi recai a casa di Desmond con una pistola e feci fuoco. Dopo un attimo era tutto finito e sia Caroline che Desmond stesso erano a terra privi di vita. Mi costituii: giustizia era fatta, ma come loro erano stati puniti ora dovevo esserlo anch’io”

“Non considerarono le attenuanti? Tra l’altro si è anche costituita ”

“Non esistono attenuanti per chi uccide il figlio di un senatore.”

C’era qualcosa che Richard non riusciva a capire. Dopo tutto credeva di aver capito la personalità della donna che gli stava davanti e si chiedeva perché una persona tanto forte aveva gettato al vento la sua vita in quel modo: capiva il dolore e il desiderio di vendetta, ma ne valeva veramente la pena?

“Ma perché ha fatto un simile gesto? Così facendo ha distrutto la sua vita e non ha certo riavuto suo fratello.”

Di colpo negli occhi di Margaret arse una fiamma e balzando in piedi urlò con rabbia e con dolore:

“Perché? Perché Paul era tutto ciò che avevo e lo avevo sempre protetto da ogni cosa, ma non sono stata capace di proteggerlo da se stesso! Perché volevo dimostrare che a far del male si riceve solo male e che la morte genera solo la morte: la morte di mio fratello ha generato quella di Desmond e quella di Desmond la mia. E’ un ciclo che nessuno può fermare, nessuno.”

Poi improvvisamente si calmò e riprese il suo solito tono gelido e distaccato:

“Ora se ne vada e mi lasci sola.”

Poi Margaret lo guardò ancora una volta e lui ebbe l’impressione che quegli occhi gli scavassero dentro fino in fondo all’anima. Poi lei aggiunse:

“Mi auguro che verrà a vedermi morire.”

“Addio miss Milwer” Furono le uniche parole che riuscì a dire. Le avrebbe ricordate per sempre.

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L’invisibile sguardo della morte (2001)- incipit

Erano le 9: 30 di una fredda mattina d’autunno. La pioggia batteva incessantemente sui vetri della piccola auto che sfrecciava verso la prigione di stato, ma niente avrebbe potuto rovinare l’umore dell’uomo che vi stava seduto dentro: Richard Herrison. Era un giovane giornalista di un giornale di provincia, il “New Gazette”, al suo primo incarico importante e sapeva che quel giorno avrebbe cambiato la sua vita. Vedeva già la sua firma sotto l’articolo in prima pagina. Non era certo come vincere il Pulitzer, ma avrebbe comunque fatto andare su tutte le furie quelli che l’anno precedente l’avevano licenziato. Da quando aveva cominciato a lavorare al “Gazette” la sua carriera era stata in ascesa e quest’ultimo articolo avrebbe coronato i suoi sforzi. Cos’altro importava nella vita? Non immaginava certo di doversi ricredere di lì a poco, non immaginava certo che si sarebbe presto trovato di fronte a qualcosa che l’avrebbe fatto pentire di quell’affermazione.

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L’alba di domani (2011)- Epilogo

Parte II

L’alba di domani (2011)- Epilogo

A Margherita non piaceva l’atmosfera che c’era a Santa Elisabetta, la trovava greve, opprimente. Quando lei e Andrea bussarono alla porta della superiora, si aspettava di trovarsi davanti una donna dallo sguardo freddo e severo, ma così non fu. Suor Caterina aveva un’aria energica, ma allo stesso tempo materna. Ascoltò con pazienza mentre Andrea esponeva i motivi della sua visita con brutale sincerità e, quando lui tacque, rimase alcuni istanti ad osservarlo in silenzio. “Chiederò a suor Chiara, è questo il nome che Lidia ha preso quando è entrata qui, se vuole parlarvi. É dovere cristiano perdonare, ma io non le imporrò di farlo. Attendetemi qui, andrò io stessa a parlarle.”

La superiore ritornò dopo un tempo che a Margherita parve un’eternità. Non era sola, con lei c’era un’altra monaca col viso coperto da un velo.

“Suor Chiara ha accettato di parlare con voi signor Altieri- poi si rivolse a Margherita- Venite signora Doria, lasciamoli soli.”

Lei la seguì, chiudendosi la porta alle spalle.

Lidia rimase muta e immobile di fronte ad Andrea, altera e impenetrabile, poi, con lentezza studiata, si scoprì il viso. Andrea sobbalzò alla vista dell’occhio cieco e dello spesso cordone di tessuto cicatriziale che le solcava la guancia, avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma ne era incapace: davanti aveva la cruda testimonianza della sua colpa e la sua coscienza lo costringeva a guardare.           “Perché sei qui?” La voce di lei risuonò dura, metallica, molto diversa da quella vellutata e carezzevole che Andrea ricordava. “Per chiedere perdono? Il mio voto mi impone di dartelo, come mi ha imposto di ingoiare tanti altri bocconi amari, ma questa volta non seguirò né doveri né regole.”

“Non lo hai fatto nemmeno allora ed è per questo che entrambi siamo stati puniti. Sono qui non solo per chiedere il tuo perdono, ma anche affinché tu chieda il mio. Siamo stati l’uno l’artefice della rovina dell’altro.”                                                  L’unico occhio sano di Lidia scintillò di collera.

“Vattene e non tornare.”

Andrea sospirò. “Vorrei che potesse essere tutto così semplice. Tutto questo è iniziato da trent’anni e sono venuto qui per porvi fine.”

La spinse contro il muro e la baciò, lei cercò di divincolarsi, ma inutilmente, poi d’improvviso smise di muoversi.

Quando la lasciò andare lei rimase appoggiata alla parete scossa dai tremiti.

“É il bacio che non sono riuscito a darti allora.”

Lei continuava a guardarlo ansimante, incapace di proferire parola.

“Doveva andare tutto diversamente, amore mio. Tu non avresti dovuto tradirmi e io avrei dovuto essere in grado di controllarmi. Saremmo stati felici insieme e per la nostra infelicità non possiamo biasimare altri che noi stessi. Avrei cantato anche io per te, sai? Al banchetto di nozze. Avrei usato la musica del valzer, che tu amavi tanto, e avrei scritto versi sulla bellezza dei tuoi occhi. Ti ho amata da morire e tu hai calpestato il mio amore per un attimo di lussuria. Ora i tuoi occhi non brillano più come allora, la tua bellezza è sfiorita…che cosa ti è rimasto? Solo il rimpianto per ciò che hai gettato via.”

Andrea le si avvicinò e prese la mano di lei tra le sue.

“Per trent’anni ho atteso di essere liberato e ora non so che farmene della libertà.

Non c’è più niente per me a questo mondo, non so più nemmeno come si fa a vivere una vita normale, sono solo un peso per mia sorella. Questa notte porrò fine a tutto, ho pagato un servitore affinché mi procurasse alcune fiale di veleno. Mi ha portato della cicuta, dicono che uccida in fretta.”

Quando lui ritrasse la mano, Lidia rimase imbambolata a fissare la boccetta di vetro che le aveva lasciato sul palmo.

Andrea si diresse verso la porta e prima di andare via le disse soltanto:

“Dovremmo morire insieme amore mio, sarà la nostra punizione e la nostra consolazione. L’alba di domani non ci appartiene.”

 

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L’alba di domani (2011)- Parte II

Prima parte

L’alba di domani (2011)- Parte II

Margherita si riscosse improvvisamente dall’incubo. Erano passati quasi trent’anni da quella notte, ma ultimamente quei sogni la tormentavano. Si alzò pian piano dal letto cercando di non svegliare suo marito. Prima di uscire dalla stanza si mise la vestaglia e gli rivolse un ultimo sguardo. Quando la sua vita era andata in frantumi Riccardo si era rivelato un uomo degno di essere definito tale, le aveva dato fiducia e sostegno e aveva impedito che lei perdesse tutto ciò che aveva. Fino ad allora aveva pensato che a lui importasse solo dei suoi soldi, invece Riccardo aveva dimostrato di tenere a lei e continuava a dimostrarlo ogni giorno.

Si chiuse la porta alle spalle e scese al piano inferiore. Si accorse subito di non essere sola, seduto sull’ampia poltrona, immobile a fissare il vuoto c’era suo fratello. Il tempo e la prigionia non erano stati clementi con lui e ora sembrava molto più vecchio di quanto fosse. Lo avevano rilasciato da poco più di una settimana e non si era ancora riabituato alla vita al di fuori della prigione. Era sopravvissuto in quei trent’anni perché era un uomo forte, ma era comunque profondamente segnato, devastato. Dal giorno dell’omicidio di Simone del Duca non aveva più pronunciato parola, Margherita sperava che il ritorno a casa lo avrebbe sbloccato, ma Andrea conservava il suo ostinato silenzio.

Lei gli si sedette accanto e gli prese la mano e lui la strinse.

“Nemmeno tu riesci a dormire?”

Lui scosse la testa.

“Nemmeno io. Ho sognato la festa stanotte.”

Andrea si irrigidì per un istante poi, per la prima volta da trent’anni, parlò.

“Ho rischiato di distruggere anche la tua vita quella notte. Perdonami.”

Lei sentì il cuore mancarle un colpo e gli strinse più forte la mano.

“Hai fatto ciò che ritenevi giusto e non ti biasimo per questo.”

“Dovresti. E’ ora che tu ascolti quello che è accaduto dalle mie labbra.”

“Non è necessario, so bene ciò che accadde.”

“No, tu non lo sai. Nessuno lo sa, solo io e Lidia.”

Tacque per un istante, rapito dal ricordo.

“Lidia. Nessuno mi ha mai detto cosa ne è stato di lei, non so nemmeno se sia ancora viva.”

“É viva. La ferita che Simone le inferse era profonda e finì col perdere la vista dall’occhio sinistro. Una volta guarita fu praticamente costretta a prendere i voti. La vita è stata ingiusta con lei, profondamente ingiusta, era così bella e così innocente…”

Margherita si interruppe turbata dal lampo di rabbia che aveva visto balenare negli occhi del fratello.

“Sai- la voce di lui si era fatta improvvisamente fredda, come se raccontasse qualcosa che non lo riguardava affatto- quella notte c’era la luna piena, il tempo era mite e sul terrazzo arrivava il profumo dei gelsomini del giardino. Era tutto perfetto. Io e Lidia parlavamo piano fino a che vinsi ogni paura avvicinai la mie labbra alle sue. Stavo per baciarla quando arrivò lui, Simone del Duca, ci vide abbracciati e rise, una risata forte, spontanea, piena di derisione. Gli dissi di andare fuori da casa mia, ma lui continuava a fissarmi con aria divertita. Sono passati tanti anni eppure ricordo ancora perfettamente la sua espressione di scherno mentre mi diceva che Lidia era stata sua, fin dalla prima notte in cui aveva cantato per lei, che lei lo aveva rifiutato così platealmente solo per salvare la sua reputazione, ma, a festa finita, lo aveva incontrato nel giardino e gli si era data.

Io non gli credetti, ma quando mi volsi a guardare Lidia e vidi la colpa dipinta sul suo volto, mi resi conto di essere stato uno sciocco. Lei mi implorò di perdonarla, che era stata innamorata di lui ma ora non voleva altri che me, si aggrappò al mio braccio ma la spinsi via. Si avvicinò di nuovo e io la schiaffeggiai, facendola cadere a terra e Simone tirò fuori il pugnale. Lottammo per pochi istanti. Non so nemmeno io come accadde, ma mi ritrovai a stringere il coltello tra le mani e ad affondarglielo nella gola Quando Lidia gridò mi voltai verso di lei e la colpii al volto. Fu solo quando vidi il sangue che le inondava il viso che mi resi conto di ciò che avevo fatto.”

Andrea si prese il volto tra le mani e tacque. Margherita era troppo sconvolta per pronunciare una sola parola. Per tanti anni aveva creduto che Simone del Duca fosse un essere mostruoso e che suo fratello fosse una sorta di eroe che aveva compiuto una follia per amore. In quella storia invece non c’erano eroi, non c’erano innocenti fanciulle in pericolo e non c’erano cattivi astiosi e rancorosi che si accanivano contro di loro. In quella storia c’erano un uomo reso folle dalla gelosia, una donna sciocca e un uomo arrogante, le tre figure da tragedia erano ritornate tristemente, pateticamente umane.

Margherita fece per alzarsi, ma Andrea la trattenne.

“Voglio andare da lei, io devo chiederle perdono, ti prego accompagnami da lei.”

Avrebbe voluto schiaffeggiare suo fratello, a causa sua aveva rischiato di perdere ogni cosa, ma alla fine la pietà ebbe il sopravvento sulla rabbia.

“Domattina andremo al convento di Santa Elisabetta.”

Si sciolse dalla stretta di lui e si avviò lungo le scale.

Epilogo

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L’alba di domani (2011)- Parte 1

L’alba di domani (2011)- Parte 1

Quella notte villa Alfieri risplendeva dei gioielli che luccicavano sotto la luce delle lampade ad etilene. Margherita guardò con soddisfazione il salone gremito, cullata dalle note del valzer e dal tintinnio dei bicchieri. Era la serata di chiusura della stagione mondana e l’onore e il prestigio di ospitarla sarebbero spettati ad una famiglia più in vista della sua e ad una padrona di casa più matura, ma lei aveva fatto di tutto per ottenere quel privilegio ed era riuscita nel suo intento.  Poco più che ventenne, Margherita Alfieri era una donna forte, decisa e intelligente e aveva capito che i rapporti sociali erano estremamente importanti per incrementare gli affari di famiglia.

Dopo che il vaiolo si era portato via i loro genitori era rimasto suo fratello Andrea ad occuparsi della banca di famiglia e lei aveva esercitato su di lui ogni possibile pressione affinché si convincesse a spostare i loro affari a Roma, la nuova capitale del Regno d’Italia. Erano partiti in sordina ma pian piano l’impresa si era trasformata in un successo: Andrea era bravo a gestire il denaro, Margherita era brava a procurarsi amicizie e clienti influenti.

Suo fratello era sempre stato un uomo calmo, pacato, noioso addirittura, finché tre mesi prima qualcosa era cambiato e quel cambiamento aveva un nome, si chiamava Lidia Salviati. Era bella Lidia, di una bellezza eterea, quasi angelica, aveva gli occhi innocenti e l’aria di chi si fida di chiunque. Ora lei e suo fratello stavano ballando, felici e sorridenti e Margherita non poté fare a meno di sorridere a sua volta, almeno finché il suo sguardo non si spostò sulla figura che stava appoggiata vicino alla finestra e che guardava la coppia con il suo stesso interesse ma con molta meno benevolenza.  Simone Del Duca era il tipico uomo per cui le donne perdevano la testa ed era troppo abituato ad ottenere quello che voleva per accettare un rifiuto con buona grazia.

Era cominciato tutto ad una festa data proprio a casa Salviati. Simone si era messo al pianoforte e aveva cantato per lei. Era stata una canzone dolce, struggente, resa ancora più bella dalla sua splendida voce. Quel canto aveva ammaliato più di una donna quella sera, ma non Lidia. Lei lo aveva ascoltato con un sorriso di circostanza sul volto, lo aveva ringraziato e poi non lo aveva più degnato di uno sguardo. Lui non si era arreso e aveva ripetuto la sua serenata nell’evento mondano seguente. La canzone era stata ancora più appassionata, ma la reazione era stata la stessa della festa precedente.

Lidia lo aveva respinto ancora e ancora e quando quella sera lei lo aveva rifiutato per l’ennesima volta, Margherita aveva temuto una scenata, invece Simone aveva incassato il colpo a denti stretti ed era uscito dalla sala. Era convinta che fosse andato via e non si era aspettata di vederlo ricomparire. Si ritrovò a sperare ardentemente che non avrebbe causato guai. Si riscosse dai suoi pensieri quando il figlio minore del conte Doria la invitò a danzare. La corteggiava da mesi ormai, Margherita era più che consapevole che il vero oggetto del corteggiamento era il suo patrimonio, ma in fondo non le importava, Riccardo era una persona mite e gentile e in fondo le piaceva, sarebbe stato sicuramente un marito migliore di molti altri. Lasciò che la conducesse in mezzo alla sala e rimase a volteggiare a lungo tra le sue braccia.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato quando sentirono gridare. Era stato un grido profondo, animalesco, che aveva improvvisamente pietrificato tutti i presenti. Erano rimasti immobili come statue di marmo e l’orchestra aveva improvvisamente taciuto. Non c’erano più note di valzer di sottofondo quando i convitati si riscossero e corsero verso la balconata come un solo uomo. Margherita fu la prima a uscire. Riccardo tentò di bloccarla, ma lei corse da suo fratello e lo abbracciò incurante del sangue che le imbrattava il vestito.

“Cosa è successo?” Cercò di riscuoterlo, ma lui non le rispondeva, i suoi occhi vitrei continuavano a vagare dal corpo di Simone del Duca al volto insanguinato di Lidia, un volto sfregiato da un uomo che non aveva potuto averla. Improvvisamente era diventato tutto molto confuso. Un medico presente al ricevimento aveva soccorso e medicato la ragazza e qualcuno era andato ad avvertire le guardie. Margherita era sconvolta, ma si impose di riprendere il controllo di sé. Dedurre ciò che era accaduto non era stato difficile, Simone aveva aggredito Lidia e l’aveva sfigurata, Andrea era intervenuto per difenderla e avevano lottato. Fino alla morte.

Prima che lo portassero via, Andrea aveva pronunciato una sola frase. “E’ stato per lei.” Da quel momento in poi non aveva più parlato.

Parte 2

 

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