Categoria: Racconti

Majella Madre

“Majella Madre”, la chiamiamo tutti così in paese.
Alessia si girò per un attimo e sorrise alla nonna, distogliendo lo sguardo dalla finestra. Le piaceva tanto guadare la cima della montagna che si ricopriva sempre più di neve.
“Vuoi sapere com’è nata?”
“Certo!”
“Allora vieni qui vicino a me e te lo racconterò.”
La bimba saltò giù dallo sgabello su cui si era appollaiata e corse dalla nonna. Le si accoccolò accanto e ascoltò attenta mentre l’anziana donna narrava…

Majella Madre

Maja si portò una mano davanti agli occhi per schermarli dalla luce del sole morente. Le era parso di intravedere qualcosa all’orizzonte, ma aveva timore di abbandonarsi alla speranza, da tanti giorni erano in balia delle onde su quella zattera che reggeva a malapena il loro peso. Volse lo sguardo sul figlio che le giaceva accanto. Ermete, il guerriero valoroso, ora era sdraiato al suo fianco in preda ad una violenta febbre, col volto cereo e imperlato di sudore. La tunica che indossava era ancora macchiata di sangue, laddove una lancia nemica gli aveva squarciato il fianco. Maja, dall’alto della volta celeste, aveva assistito alla scena ed era accorsa a portarlo via dal campo di battaglia. Nessuna donna mortale avrebbe potuto salvare Ermete, ma lei non era una donna mortale.

Gran Sasso

Gran Sasso

Osservò ancora  e poté distinguere con chiarezza la sagoma di una città. Pregò Poseidone di farli giungere presto a destinazione e il dio, agitando il suo tridente, inviò delle alte onde che li depositarono dolcemente sulla sabbia tiepida. E così la più bella ninfa tra le Pleiadi, era finalmente giunta nel porto di Orton.

Maja era indicibilmente stanca, ma era infine riuscita a condurre Ermete sul Gran Sasso, unico luogo in cui cresceva l’erba in grado di salvarlo dal veleno che gli stava facendo bruciare il sangue. Nascose il figlio in una grotta, poi si affrettò nei boschi per cercare la piantina, ma si scatenò una terribile nevicata. La ninfa continuò a cercare disperatamente, ma la spessa coltre di neve aveva reso impossibile trovare l’erba medica. Quando tornò nella grotta, per Ermete era troppo tardi. Maja lo pianse per giorni, poi lo seppellì sulla cima della montagna. Il mattino dopo, quando i pastori si svegliarono per radunare le greggi, si trovarono davanti un prodigio: il corpo di Ermete era mutato in un enorme monte, che da allora fu chiamato “Il gigante addormentato”.

Maja, col cuore spezzato, non volle continuare a vivere senza l’amato Ermete e si lasciò andare alla morte. Le Pleiadi, sue sorelle, la adornarono con ricche vesti e  la seppellirono su un imponente massiccio di fronte al Gran Sasso, affinché madre e figlio potessero vegliare l’uno sull’altra per l’eternità.

Da quel giorno la montagna che custodisce il corpo di Maja prese l’aspetto di una donna pietrificata e in suo onore venne chiamata Majella.

Ancora oggi, al soffiare del vento, sulla Majella è possibile ascoltare il lamento di Maja che piange il figlio perduto.

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Clara

Il tuo nome sarà Pace

L’invisibile sguardo della morte

Il mistero  della mezzaluna

L’alba di domani

Clara- Parte II

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Edward era al settimo cielo. Finalmente, dopo tanto lavoro, aveva tra le mani la prova definitiva a sostegno della sua intuizione. Jenner aveva avuto quell’idea folle e geniale osservando che i contadini che si ammalavano di vaiolo bovino diventavano immuni al ben più grave vaiolo umano. Aveva condotto vari esperimenti e infine somministrato al giovane James Phipps il vaiolo bovino. Dopo mesi gli aveva inoculato la forma umana e, come lui aveva previsto, il ragazzo si era rivelato del tutto immune alla malattia.
Era così felice che si ritrovò a fischiettare tra sé e sé. Se fosse riuscito ad applicare lo stesso principio anche ad altre malattie, avrebbe potuto salvare centinaia e centinaia di vite. Si apprestava a trascrivere le sue osservazioni quando sentì la porta del suo laboratorio aprirsi. Una donna dall’abbigliamento bizzarro varcò la sua soglia.
“Siete voi il dottor Jenner?”
Dall’accento era evidente che non fosse inglese.
“Sì, sono io. Avete bisogno di aiuto?”
Lei annuì debolmente.
Il giovane medico si alzò e solo quando le fu vicino notò che il suo volto era rigato di lacrime.
“Mi dispiace tanto.” Sussurrò Clara.
Edward non capì fino a che non vide la pistola brillare nella mano di lei. Il proiettile lo colpì al cuore prima che lui potesse emettere un suono. Il corpo di Jenner cadde di schianto e Clara rimase come ipnotizzata a fissare la muta maschera di orrore e stupore che era diventata il viso dell’uomo che aveva assassinato. Si sentì improvvisamente scossa dai conati e cadde anche lei in ginocchio, fino a che il senso di nausea non fu passato.
Si rimise in piedi barcollando e si impossessò degli appunti del medico. Trasse un accendino dalla tasca e lasciò che le fiamme lambissero i fogli fino a che non li sentì crepitare, poi li gettò a terra. Osservò le boccette ordinatamente disposte su una mensola fino a che non trovò quelle che contenevano liquidi infiammabili, poi ne rovesciò il contenuto sulla carta, sul pavimento e sulle pareti. Il fuoco divampò all’improvviso e mentre fuggiva via dal laboratorio, Clara intravide il proprio riflesso su un vetro. Lo mandò in frantumi per cancellare l’immagine di quella donna, a lei ormai sconosciuta.

Clara riprese i sensi lentamente e all’inizio non riuscì a ricordare cosa fosse accaduto, poi, quando si rese conto che stava fissando il soffitto della sua cantina, realizzò di trovarsi ancora nella macchina del tempo e che qualcosa aveva fatto aprire lo sportello. Quando uscì dal macchinario, sentì una goccia di sudore gelido correrle lungo la schiena: niente era come lo aveva lasciato, quella stanza, un tempo di stipata di ogni cianfrusaglia, era completamente vuota e uno spesso strato di polvere ricopriva il pavimento.
Sobbalzò quando sentì uno scoppio alle sue spalle. Dalla cassa di legno si alzò una voluta di fumo e Clara capì che il sistema era andato in corto circuito. Qualsiasi meccanismo lei avesse innescato cambiando il passato, ormai non poteva essere disfatto. Si diresse come una sonnambula verso la porta della cantina, ma non riuscì ad afferrarla, la sua mano attraversò lo stipite come se fosse diventata improvvisamente incorporea. Clara sentì il terrore attanagliarle il petto mentre, impalpabile come una fantasma, si dirigeva al piano superiore. Ogni singola stanza della casa era spoglia e abbandonata da mesi, era evidente. Suo figlio e suo marito erano spariti e qualsiasi traccia della loro esistenza era stata cancellata, del loro passaggio non era rimasto nulla.
Avrebbe voluto urlare e battere i pugni contro il muro, ma non aveva più voce per gridare il suo dolore né muscoli per sfogare la sua rabbia. Non sapeva come avesse fatto, ma era certa che tutto quella desolazione fosse stata causata da lei.
Il portone di ingresso che si apriva la riscosse dalla sua angoscia. Vide entrare due persone, una era Cristina, la sua giovane vicina di casa che salutava a malapena, l’altra era una sconosciuta sulla sessantina, impeccabile nel suo tailleur color cipria.
La più anziana delle due arricciò il naso nel sentire odore di chiuso.
“Per l’amor di Dio, apriamo le finestre, qui dentro l’aria è irrespirabile! Siamo sicuri che la casa sia stata bonificata?”
L’altra sospirò spazientita.
“Ovvio che è stata bonificata, altrimenti non vi avrebbero mai permesso di venire a stimarla per l’asta. Se solo penso alla povera famiglia che viveva qui dentro… Si chiamavano Clara e Lucio Parisi e avevano un bimbo piccolo.”
Clara era sempre più sotto shock, era chiaro che le due donne non fossero in grado di vederla e che una tragedia si fosse abbattuta sui suoi cari.
“Una delle tante famiglie devastate dall’ultima epidemia di vaiolo- continuò la donna più giovane – madre e padre morti e il figlio rimasto orfano.”
Fu allora che Clara capì. Uccidendo Jenner non aveva contribuito a salvare delle vite, ma aveva condannato a morte migliaia di persone, compresi sé e suo marito, e per qualche motivo era finita in quella sorta di limbo a scontare per l’eternità la sua colpa, osservando tutto il male che aveva provocato. In un momento di follia si ritrovò a pensare che suo figlio era comunque vivo e sicuramente sano grazie a lei, quindi in fondo ne era valsa la pena. Sperò ardentemente che una delle due donne dicesse qualcosa che la portasse a capire dove si trovava la sua creatura e la sua preghiera fu accolta.
“Il bambino è stato affidato a dei parenti?” Chiese la signora in tailleur.
“No- rispose l’altra con amarezza- nessuno lo ha voluto ed è finito in un istituto. Sai, è affetto da una grave forma di autismo.”

 

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Il mistero  della mezzaluna

Il tuo nome sarà Pace

L’alba di domani

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Clara – Parte I

Clara stava dritta davanti alla finestra spalancata e fissava il vuoto. Quella notte pioveva forte, ma lei sembrava incurante delle grosse gocce che la inzuppavano e colavano fino al pavimento, la sua mente era in un mondo lontano, diverso, senza dolore.
Non reagì nemmeno quando il pesante portone d’ingresso sbatté alle sue spalle né quando sentì la voce di suo marito carica d’angoscia.
“Dio onnipotente, che succede?”
Clara non rispose né si voltò, rimase semplicemente immobile. Lucio corse a chiudere i battenti, poi prese dolcemente la moglie per le spalle.
“Hai portato Mattia dall’ennesimo medico, non è vero?”
La donna annuì.
“E la prognosi è sempre la stessa, vero? Amore mio, dobbiamo accettare la realtà, smetterla di cercare altre diagnosi e seguire i consigli del neuropsichiatra, non abbiamo alternative.”
Ormai era passato quasi un anno da quando avevano sentito per la prima volta la notizia che aveva spaccato loro il cuore. Poteva rivedere davanti ai suoi occhi, come se fosse la scena di un film visto mille volte, il momento in cui il dottor Orsini aveva pronunciato quella frase:
“Signori Parisi, purtroppo non ci sono dubbi, vostro figlio è autistico.”
Il loro mondo era rimasto cristallizzato in quell’istante. La prima reazione di Clara era stata la negazione. Era sempre stata convinta che da lei, prima donna a dirigere il dipartimento di fisica dell’università in cui lavorava, e da suo marito, brillante astronomo, sarebbe nato un bimbo perfetto, e riteneva inaccettabile che la realtà la disingannasse con tale ferocia. Aveva cominciato ad interpellare ogni medico possibile nella speranza che la diagnosi venisse cambiata, per mesi aveva rifiutato di arrendersi, ma quell’ultima conferma le aveva tolto ogni forza.
Lucio l’abbracciò, vedere sua moglie in quello stato gli stritolava il cuore.
“Clara, promettimi che non cercherai altre opinioni e inizieremo con le terapie.”
“Te lo prometto.”
Se l’uomo in quel momento avesse potuto vedere gli occhi della moglie, avrebbe capito che lei stava per ingannarlo.

L’orologio segnava le 2 in punto. Clara si alzò dal letto cercando di non fare rumore e scese al piano inferiore. Accese il pc e digitò l’indirizzo del sito che stava cercando. Ci era capitata per caso alcuni mesi prima e inizialmente aveva pensato che fossero tutte sciocchezze, ma un seme le era rimasto piantato nel cervello. Più ci rifletteva, più si convinceva che quella era l’unica spiegazione possibile. Rimase a scorrere le pagine del forum finché non si fu del tutto convinta: il motivo per cui il suo bimbo perfetto ora era malato era il vaccino.

La polvere si era accumulata per quasi due anni sul drappo di stoffa che Clara si apprestava a rimuovere. Dapprima la donna allungò le mani verso di esso con timore, poi lo strappò via con decisione, provocando una nuvola di pulviscolo che le fece bruciare gli occhi e la gola.
Rimase per un po’ ad osservare la strana cabina di legno che si stagliava davanti a lei, poi si decise a girare la maniglia e ad entrare. Niente sembrava essere stato intaccato dal tempo o dall’umidità, l’unica cosa che mancava era il propellente adatto, ma nei laboratori dell’università non avrebbe avuto difficoltà a procurarselo. Uscì e si richiuse lo sportello alle spalle, poi ricoprì tutto, sperando che il marito non scendesse in cantina, se avesse sospettato ciò che lei aveva in mente avrebbe fatto di tutto per fermarla.
Lucio si versò una dose generosa di whiskey e sprofondò sul divano. Seduto sul tappeto di fronte a lui, Mattia allineava con precisione le costruzioni sparse davanti a sé, completamente indifferente a qualsiasi interazione suo padre tentasse. L’uomo quella mattina aveva acceso il pc e controllato la cronologia. Sapeva che era scorretto da parte sua, ma era preoccupato per la moglie e, visto ciò che aveva scoperto, ne aveva tutte le ragioni. Ancora quella sciocca storia del legame tra vaccini e autismo. Lucio aveva detto molte volte a sua moglie che ogni teoria in proposito era stata smentita e che il medico che l’aveva formulata era stato radiato dall’ordine per aver pubblicato dati falsi per denaro, ma evidentemente non l’aveva convinta. In fondo la capiva, per quanto sapesse razionalmente di non avere colpe per la malattia del loro bambino, il rimorso la divorava. Se credere in una menzogna le dava sollievo, forse era meglio che lui non la smentisse.

Clara scivolò via dalle coperte, tentando per l’ennesima volta di non svegliare il marito. Di solito Lucio faceva finta di niente e continuava a stare immobile con gli occhi chiusi, ma quella volta non riuscì a trattenersi, era come se sentisse addosso un presagio di tragedia. Le sfiorò il braccio per fermarla.
“Tutto bene, tesoro?”
La donna annuì con poca convinzione. Quando Lucio accese la luce notò quanto profonde fossero le ombre blu che le cerchiavano occhi.
“Non dormi da mesi, ti prego torna a letto. Clara, ci stiamo perdendo e io ho paura. Per favore, torna da me.”
Lei gli si sedette accanto e gli asciugò le lacrime col dorso della mano, poi, per la prima volta da quasi un anno, gli sorrise.
“Non temere, amore mio, le cose miglioreranno presto. Ti prometto che ci ritroveremo.”
Lucio l’attirò a sé per baciarla, poi, quasi inconsapevolmente, le fece scivolare la mano tra le cosce, era così tanto che non facevano l’amore. Si aspettava che lei si negasse, ma si sbagliava. Clara sollevò le lenzuola e si sdraiò su di lui. Lucio credette che sua moglie fosse finalmente tornata la donna che era e le sfilò la camicia da notte.

La cantina era fredda e umida e Clara si strinse più forte nella felpa che si era gettata sulle spalle.
Si avvicinò alla cabina di legno, la scoprì ed entrò. Dentro c’era tutto ciò di cui aveva bisogno, dei vestiti comodi e caldi, acqua e cibo. Non aveva potuto prendere molte cose perché lo spazio era ristretto, ma non importava, ciò di cui aveva principalmente bisogno poteva portarlo addosso. Sperò che il propellente fosse sufficiente, poi accese quell’assurdo macchinario di sua costruzione, pensando al fatto che lo aveva assemblato per gioco e consapevole che se i suoi calcoli fossero stati sbagliati avrebbe potuto far esplodere l’intera casa. Digitò sul display una data e delle coordinate geografiche, poi sfiorò il pulsante di avvio con mano tremante. Respirò a fondo e si disse che non poteva esitare, era suo dovere salvare suo figlio e tanti altri bambini. Doveva tornare indietro e uccidere Edward Jenner, il medico che aveva inventato il vaccino nel 1796.

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Il tuo nome sarà Pace (2016)- Epilogo

Maggio era appena giunto con il suo tepore quando Piero si rese conto di essere finalmente nei pressi del fronte. Il sole che splendeva quella mattina lo aveva rinfrancato e il ragazzo si ritrovò ad annusare rapito il profumo di fiori che si era diffuso nell’aria, un profumo incredibilmente simile a quello che aveva Ninetta. Era ancora perso nel pensiero di lei quando intravide un movimento con la coda dell’occhio. Poco più a valle c’era un uomo, un soldato nemico con la divisa rossa. Piero avrebbe dovuto istintivamente imbracciare il fucile, ma guardando il suo nemico ebbe quasi la sensazione di guardarsi in uno specchio.

Il soldato percepì la sua presenza e si voltò col terrore negli occhi.

A Piero sembrò ancora di guardare se stesso ed esitò.

L’altro ragazzo fece fuoco.

Piero sentì un dolore violento esplodergli nel petto e si ritrovò a terra. Avrebbe voluto invocare il nome di Ninetta un’ultima volta, ma gliene mancò la forza. Continuò ad artigliare convulsamente il fucile mentre il sangue scarlatto usciva copioso ad inzuppargli la giubba della divisa. Ora anche la sua era rossa come quella del suo nemico. Ora non c’erano più differenze.

 

Ninetta si affacciò alla finestra, tenendo tra le braccia la sua creatura nata pochi giorni prima. Aveva atteso Piero a lungo, poi la guerra era finita e col passare dei mesi aveva cominciato a rassegnarsi. Non ammetteva nemmeno con se stessa che in fondo ancora sperava di vederlo comparire alla sua porta. Aveva sposato un brav’uomo, che la trattava bene, ma i suoi sogni d’amore erano andati irrimediabilmente perduti.

Strinse più forte la piccola, a cui non aveva ancora dato un nome. Suo marito le aveva promesso che se avesse partorito una femmina avrebbe potuto sceglierlo lei.

Aprì la porta ed uscì a passeggiare vicino ai campi di grano che erano tornati rigogliosi, poi si avvicinò al torrente per osservare ancora una volta la ruota del mulino che girava lenta. Finalmente ora non c’erano più cadaveri di soldati a galleggiare sul pelo dell’acqua.

Fu in quel momento che la colse una rivelazione. La sua bimba era qualcosa di preziosissimo e meritava un nome altrettanto prezioso.

Sorrise mentre la piccola le stringeva forte il dito con la manina.

“Il tuo nome sarà Pace.”

 

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Il tuo nome sarà Pace (2016) – Parte II

Il giorno della partenza Piero aveva salutato i suoi genitori con il sorriso sulle labbra e l’aria sicura, ma in fondo al cuore era terrorizzato. Suo padre era orgoglioso di lui, era evidente, ma come sempre quando era preoccupato non diceva una parola. Sua madre, con gli occhi lucidi, continuava a raccomandargli di coprirsi bene, come se il freddo fosse l’unico pericolo a cui andava incontro. Negava l’evidenza. Piero mise il fucile a tracolla e lasciò la casa. Cominciò a camminare lungo il percorso del torrente, era così che gli era stato detto di fare per arrivare dove i suoi commilitoni erano accampati. Si avviò di buon passo, consapevole che avrebbe dovuto camminare per diverse settimane.

 

Ninetta prese un secchio e uscì. Le bastò guardare il torrente da lontano per capire che era successo qualcosa, attorno alla ruota del mulino si era radunato un gruppo di persone. Lanciò il secchio a terra e corse verso la folla, ma prima che potesse vedere cosa stava accadendo un uomo la bloccò.

“Papà, lasciami passare.”

“No, bambina, non voglio che tu veda.”

“Un altro soldato nel fiume?”

“Sì, uno dei nostri.”

“Voglio vederlo…”

Il padre scosse la testa.

“É rimasto incastrato nella ruota…il suo viso…il suo viso non c’è più.”

Ninetta cercò di divincolarsi, se fosse riuscita a vederlo sarebbe stato il suo istinto a dirle se era Piero, ma il padre la trattenne.

“Credi sia Piero? Dimmelo!”

L’uomo scosse stancamente la testa.

“Non lo so. E’ alto e robusto come il tuo Piero, ma di più non posso dire.”

Ninetta smise di agitarsi e il padre allentò la presa.

“Lasciami andare.”

L’uomo notò qualcosa di diverso nella sua voce, una determinazione e un coraggio che lo spinsero ad obbedire.

Ninetta si avvicinò alla riva, dove alcuni uomini avevano adagiato il corpo martoriato, e rimase alcuni istanti ad osservarlo.

Suo padre la vide cadere in ginocchio e corse al suo fianco.

“Credi sia lui?”

“Non lo so. So solo che questo è l’inferno.”

 

Piero era stanco, atrocemente stanco. Aveva camminato per giorni e infine si era reso conto di essersi perso. Si sentiva confuso, smarrito e stupido. Soprattutto stupido. Non sarebbe mai dovuto partire, quello non era il suo posto, quello non era il suo mondo, ma ormai era tardi. Sapeva che per arrivare al fronte si sarebbe dovuto dirigere a nord, quindi si avviò sconsolato, trascinando i piedi e ripetendo a se stesso che stava compiendo il proprio dovere, ma ormai era il primo a non crederci. Era così assorto nei suoi pensieri che quasi non si avvide del gruppo di bambini che giocavano poco lontano. Fu il grido pieno d’angoscia di una donna a riscuoterlo.

“Allontanatevi, presto!”

I bimbi corsero via spaventati, ad eccezione di una ragazzina con le trecce rosse, tutta occhi e guance scavate, che era rimasta pietrificata.Piero non riusciva a capire da dove provenisse il pericolo che aveva terrorizzato la donna, ma il suo primo istinto fu quello di avvicinarsi alla bambina per proteggerla.

La donna che aveva gridato si gettò sulla piccola per farle scudo col suo corpo e Piero si rese atrocemente conto che il pericolo era lui, il soldato sconosciuto e armato comparso all’improvviso.

Lei si voltò a guardarlo negli occhi, con uno sguardo in cui non c’erano più né sfida né paura, ma solo un vuoto e una rassegnazione che lo fecero vergognare. Avrebbe voluto dirle che non avrebbe fatto loro del male, avrebbe voluto tenderle la mano per aiutarla ad alzarsi, ma non ne ebbe il coraggio. Corse via senza voltarsi indietro fino a rimanere senza fiato.

Epilogo

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Il tuo nome sarà Pace (2016) – Parte I

La mattinata di fine marzo era incredibilmente gelida. Piero si strinse più forte addosso la sciarpa logora, ma non riuscì ad eliminare il freddo che sentiva nelle ossa. Si fermò un attimo ad osservare la ruota del mulino che girava lenta nel ruscello, sperando che quel movimento ipnotico e rassicurante gli desse un po’ di coraggio. Socchiuse gli occhi e trasse un profondo respiro, a Ninetta non sarebbe piaciuto quello che stava per dirle, non le sarebbe piaciuto affatto. Piero si chiese come lei avrebbe reagito alla notizia, se avrebbe pianto, urlato, se lo avrebbe pregato di non andare o se gli avrebbe dato la risposta che temeva più della morte: che non era disposta ad aspettarlo.

Ninetta si punse con l’ago e mandò un grido soffocato. Scattò in piedi vedendo il rivolo di sangue che le colava dal dito e coprì la piccola ferita con un avanzo di stoffa, di certo non voleva macchiare di rosso il suo abito da sposa. Non ancora per lo meno, penso ridendo tra sé. Arrossì per un istante al pensiero malizioso, se i suoi genitori avessero anche solo immaginato che certe cose le passavano per la testa l’avrebbero presa a schiaffi. Si risedette col vestito in grembo, ma prima che potesse ricominciare a cucire sentì dei passi fuori dalla porta. Avrebbe riconosciuto quel modo di camminare ovunque, posò il lavoro sulla sedia e lo coprì, Piero non doveva vederlo, poi andò ad aprire la porta prima ancora che lui bussasse.

Quando lo vide in divisa rimase pietrificata.

“Ninetta mi sono arruolato.” Aveva parlato tutto d’un fiato, temendo di perdere il coraggio.

Ninetta si portò una mano alla bocca.

“No!”

La voce di lei era a malapena un sussurro.

Ninetta si sentì un macigno sul petto, non riusciva a respirare, per un momento pensò che sarebbe morta soffocata. Piero la vide sbiancare e cominciare a tremare. Si avvicinò per sostenerla, ma lei lo respinse con rabbia.

“Perché? Perché ti sei arruolato? Ti avevo implorato di non farlo!”

Piero non riusciva a staccare gli occhi dalle proprie scarpe, non poteva sopportare di vederla in lacrime.

“Mi dispiace…Dovevo andare…Io non sono un codardo…”.

“Tu no, ma lo è chi ti manda a rischiare la vita al suo posto. Che farò se morirai?”

Pierò alzò finalmente la testa.

“Non morirò, te lo prometto. Tu promettimi che mi aspetterai.”

Ninetta lo fissò senza rispondere, alzò una mano e lentamente gliela passò tra i capelli.

Piero la strinse a sé. “Credevo volessi schiaffeggiarmi.”

“Lo volevo e volevo dirti che non ti aspetterò, ma avrei mentito. Al tuo ritorno mi troverai qui.”

Seconda Parte

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Il mistero della mezzaluna (2005)- Epilogo

Uscita dalla stanza di Michele, andò a rimettere il diario dove l’aveva trovato, poi tornò nella sua camera.

Dafne aveva bisogno di respirare un po’ d’aria fresca, così si affacciò alla finestra, fissando la luna, come un poeta che attende l’ispirazione. Mentre pensava e ripensava le venne in mente un particolare che aveva tralasciato e capì qual era la chiave per arrivare al ritrovamento del misterioso tesoro.

Non fece in tempo a voltarsi per andare da Michele, che sentì due mani afferrarla e gettarla di sotto. Senza sapere come, riuscì ad aggrapparsi miracolosamente al davanzale e a urlare. La fortuna volle che Michele, che aveva la sua stanza adiacente alla sua, la sentisse e venisse a tirarla su. La paura le impediva di respirare e di parlare, riuscì solo a piangere tra le braccia di Michele.

Lui le alzò il viso, le asciugò le lacrime e, guardandola negli occhi, la baciò.

Le disse piano:

“Non puoi lasciarmi adesso, chi mi aiuterebbe nelle indagini? Chi svelerebbe questo insolubile mistero? Forse non potevo scegliere luogo e momento peggiori, ma io ti amo ancora e non intendo perderti di nuovo.”

Lei non rispose, l’espressione dolcissima dei suoi occhi parlava per lei.

Poi finalmente disse sorridendo:

“Non preoccuparti, non intendo essere persa di nuovo.”

Lui la baciò ancora e fu solo dopo lunghi istanti che lei gli parlò di nuovamente del delitto.

“Credo di aver capito dove si trova il fantomatico tesoro.”

Gli mostrò il pendente e lui lo guardò, ma il suo sguardo si spostò all’improvviso su qualcos’altro: a terra c’era l’ennesimo biglietto misterioso, destinato all’ennesimo cadavere, quello di Dafne.

Michele lo raccolse e disse che l’avrebbe portato a Marco, ma lei glielo impedì e gli chiese di andare con lei. Dafne prese una torcia elettrica e andarono nella cripta. La donna andò dritta verso il muro dove c’erano l’iscrizione e la raffigurazione della donna che offriva doni alla luna. E proprio in quella luna incastonò il pendente. Con un rumore si aprì un altro nel muro: entrarono in un’altra piccola stanza e videro un altare posto nel mezzo, su cui erano posati un candelabro ed uno scrigno chiuso. Lo aprirono e dentro trovarono il movente di quei delitti: diamanti, rubini, smeraldi, zaffiri. In quello scrigno c’erano gioielli per milioni di euro e la leggenda era stata creata per proteggerli. A terra videro un candelabro, ammaccato e sporco e da esso partivano delle macchie di sangue che conducevano verso la parete di fondo su cui era incisa un’altra mezza luna. Dafne e Michele presero i diamanti, poi lei riprese il pendente e lo incastonò sul disegno: si aprì un altro passaggio, più basso del precedente, che conduceva attraverso un caminetto ad una stanza tristemente nota, lo studio.

Si ritrovarono nella stanza e finalmente, dopo tanto brancolare nel buio, una piccola luce si era accesa nella mente di Dafne: ora le era chiaro il ruolo che ognuno aveva svolto.

Dafne e Michele decisero di non rivelare a nessuno la loro scoperta: erano ormai le tre di notte e dovevano necessariamente aspettare il giorno seguente.

La mattina dopo Dafne chiamò Michele e scesero insieme nel salone. Nella stanza c’erano già tutti e discutevano nervosamente: non avevano ancora smesso di accusarsi a vicenda.

Dafne interruppe quei discorsi privi di senso e disse:

“Credo sia ora di parlare seriamente degli omicidi. Andiamo per ordine: l’obiettivo principale dell’assassino erano i gioielli contenuti nella cripta, ma degli imprevisti hanno fatto precipitare la situazione ed allora gli é venuta in soccorso la storia della maledizione che lui, o lei, ha sfruttato abilmente.

A questo punto vorrei adesso rivolgere una domanda a due degli ospiti: Luisa, Elisabetta, chi siete in realtà? E chi era Monsieur Verdier, che era francese quanto me? Per favore, non insultate la mia intelligenza mettendovi a mentire.”

Fu Elisabetta a rispondere:

“Tanto vale che dica la verità. Io, mia sorella e nostro fratello Luca, alias il presunto Verdier, avevamo deciso di cercare i diamanti. Io e Luisa studiamo storia dell’arte ed esaminando dei documenti abbiamo scoperto l’esistenza in questo castello di un tesoro perduto. Era tutto troppo preciso e particolareggiato per essere falso, perciò io e mia sorella abbiamo deciso di cercarlo. Nostro fratello, all’ultimo momento, si era rifiutato di partecipare e non capisco perché sia venuto. E’ vero siamo state disoneste, ma non abbiamo ucciso nessuno, ve lo posso giurare.”

Luisa prese la parola:

“Facemmo delle ricerche e scoprimmo che il proprietario del castello era Alberto Dantoni. Quando scoprimmo che la figlia studiava nelle nostra stessa facoltà l’avvicinammo. Un nostro complice ce la descrisse nei minimi dettagli e, sfruttando la sua debolezza, le facemmo credere che le eravamo amiche, che nessun altro l’amava e che doveva vendicarsi.”

Mentre quella donna spregevole parlava Alice si era fatta sempre più pallida, non parlava, non si muoveva, solo le lacrime continuavano a scorrerle sul viso.

Dafne prese il pendente, il diario e i diamanti e li posò lentamente sul tavolo uno alla volta, sotto lo sguardo attonito dei presenti.

Poi lentamente cominciò:

“Ognuno di voi aveva un motivo valido per uccidere Alberto, a causa dei diamanti, solo uno però ha avuto il coraggio, se così lo si può chiamare, di mettere in atto il suo diabolico piano. Così ha pensato bene di ispirarsi ad una leggenda, che era stata creata con l’intento di tenere lontani gli estranei dai gioielli. Probabilmente l’assassino ha dato appuntamento ad Alberto nel passaggio che conduce alla cripta con una scusa qualsiasi e poi ha deciso di costringerlo a rivelare il nascondiglio delle pietre, sotto la minaccia di un pugnale. Alberto in questo diario diceva di non saperlo, ma voleva solo proteggere il segreto del castello. Per salvarsi ha raccontato la storia del passaggio segreto, ma l’assassino ha voluto eliminate uno scomodo testimone. Dopo essersi fatto consegnare il pendente ha ucciso Alberto e ha seguito le indicazioni per arrivare nella seconda cripta dove ha trovato i preziosi ed ha deciso che li avrebbe presi in un momento più propizio. Ha aperto con il pendente l’altra parete pensando che lo studio fosse vuoto, ma Carlo disgraziatamente era appena entrato. Si sarà meravigliato non poco di vedere la parete dietro il caminetto che si apriva e sicuramente avrà cercato di entrare nel passaggio, dato che il caminetto era spento. Alberto, infatti, conoscendo il segreto del passaggio, teneva sempre spento quel camino o avrebbe rischiato di riempire di fumo il passaggio. Ecco perché non capivo come mai a metà ottobre, con un freddo del genere e in una costruzione dove non c’é riscaldamento, il camino stranamente non fosse acceso. Ma torniamo a noi. Il nostro uomo, o donna, non ha perso tempo: ha preso uno dei candelabri ed ha colpito Carlo alla testa. Poi, assicuratosi che non arrivasse nessuno, ha messo a posto il candelabro, ha trascinato il corpo senza vita nello studio, ha chiuso il passaggio e, pensando bene di sfruttare la leggenda, ha colpito di nuovo e nello stesso punto il cadavere con l’attizzatoio. Ha pulito le tracce di sangue lasciate sul caminetto, ma non si è minimamente preoccupato di pulire le altre all’interno della cripta, in quanto era convinto che nessuno avrebbe mai scoperto quel passaggio. Ma per fare una messinscena a regola d’arte si è procurato subito un biglietto su cui Marco, il suo complice, scrisse frasi sulla maledizione. Stava andando tutto per il meglio, quando arrivò lo strano signor Verdier, che propose al nostro killer di dividere la refurtiva. In un primo momento l’assassino gli fece credere di accettare e lo accompagnò nella cripta con la promessa di mostrargli il passaggio, ma una volta arrivati lì, volendo tenere tutto per sé, lo accoltellò. Voi ora vi starete chiedendo perché il falso Verdier non mi abbia rivelato in punto di morte il nome del colpevole e mi abbia invece detto uno di quegli stupidi e strani messaggi sulla luna. Nonostante tutto ha voluto proteggere una delle persone che amava di più al mondo: sua sorella, vero Elisabetta? Non puoi negare l’evidenza, come non può negarla Marco, che era d’accordo con te e che decifrava i biglietti per il semplice motivo che era lui a scriverli. Ma lui non avrebbe mai avuto il coraggio di uccidere qualcuno ed ha lasciato questo compito a te. Poi sareste fuggiti insieme e vi sareste goduti i soldi ricavati dalla vendita dei diamanti. Avreste così estromesso anche Luisa e Alice dalla divisione. Ma loro non c’entrano, volevano soltanto una parte del bottino e d’altronde l’omicidio nel vostro piano non era previsto. Alice non avrebbe mai permesso che si facesse del male a suo padre e a suo fratello, voleva soltanto dar loro una piccola “lezione”. E tu Elisabetta le avevi promesso questo. Ingegnoso!  Assicurarti la preziosa collaborazione di un membro della famiglia Dantoni e poi tradire tutti, compresi i tuoi fratelli. Il piano era perfetto, peccato che tu abbia involontariamente compiuto due errori: il primo é stato quello di non accorgersi di aver perso il pendente, ma é il secondo che mi ha insospettita maggiormente. La sera in cui Alice accusò Chiara, tu affermasti che questa aveva usato un candelabro per commettere l’omicidio, ma tutti credevamo che Carlo fosse stato assassinato con l’attizzatoio e solo il vero omicida poteva conoscere questo particolare!”

Elisabetta la guardò con freddezza ed estrasse una pistola dalla tasca:

“Bene, suppongo che negare non serva. Si, è andata proprio come hai detto, ma non ho la benché minima intenzione di finire in galera. Marco, coraggio, prendi i gioielli e vieni vicino a me.”

L’uomo obbedì prontamente, poi la donna continuò:

“Visto che ormai ha smesso di piovere da un po’, credo che potremo partire tranquillamente in macchina e …”

Improvvisamente si irrigidì e tacque. Alle sue spalle la sorella, puntandole un coltello contro il fianco, le sibilò:

“Da’ quella pistola a Dafne.”

“Non essere stupida Luisa, se mi lasci andare avrai anche tu la tua parte.”

“Dalle quella pistola.” Ripeté la donna.

“Non mi ucciderai, non ne avrai il coraggio.”

“Avrò lo stesso coraggio che hai avuto tu quando hai ucciso nostro fratello! Dai a Dafne la pistola, è l’ultima volta che te lo dico!”

Dal suo tono Elisabetta capì che la sorella l’avrebbe uccisa e abbassò la mano in cui stringeva l’arma.

Dafne si affrettò a disarmarla e stava per chiedere a Michele di trovare qualcosa per legare i due complici quando il momentaneo silenzio fu interrotto dalla sirena della volante della polizia che si avvicinava. Quella mattina il telefono aveva ripreso a funzionare e Dafne era riuscita ad avvertire le autorità. All’arresto di Elisabetta e Marco seguì un rapido processo, che si concluse con la condanna di entrambi. I drammatici eventi di quei giorni avevano in qualche modo segnato e cambiato coloro che vi erano stati coinvolti, ma nessuno avrebbe sofferto come Alice, che si sentiva responsabile della morte del padre e del fratello. Ogni notte, per tutta la vita, avrebbe ricordato i loro volti lividi chiedendo perdono al cielo.

 

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Clara

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L’alba di domani

 

 

L’alba di domani (2011)- Parte 1

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Il mistero della mezzaluna (2005)- Parte III

Quella mattina Dafne si alzò presto. Per il corridoio incontrò la signora Lucia, la governante, che era allarmatissima e le chiese cosa stesse succedendo.

“Vicecommissario, le strade qui intorno sono tutte bloccate per la pioggia e poi si sono interrotte anche le linee telefoniche.”

“Siamo in montagna e siamo in autunno. Per di più piove e c’è vento, sono cose che succedono. Vedrà che ripristineranno tutto al più presto.”

“Non so perché, ma non mi sento tranquilla.”

Dafne tentò ancora di tranquillizzarla:

“Non c’é motivo di preoccuparsi.”

La donna non parve molto convinta, ma annuì e poi si allontanò.

Dafne scese in cucina, ma la stanza era vuota. Un rumore la fece sobbalzare.

“Scusa Dafne, non volevo spaventarti!”

“Santo cielo Michele, mi hai fatto prendere un colpo! Non si arriva così alle spalle di una persona!”

Lui stava per ribattere, ma un grido lo interruppe.

I due accorsero nello studio e si trovarono davanti un orrendo spettacolo: Carlo giaceva a terra in un lago di sangue. Al suo fianco c’erano l’attizzatoio insanguinato e Alice in lacrime. Il grido aveva svegliato tutti ed é impossibile descrivere ciò che accadde. Per riportare la calma Dafne fece uscire tutti tranne Michele e Marco, poi si avvicinò al cadavere e lo esaminò:

“E’ freddo, quindi é già morto da alcune ore e il suo orologio segna le 22.40, presumibilmente è l’ora della morte, ma senza un’autopsia non possiamo esserne sicuri.”

“Dobbiamo chiamare la polizia!” disse Michele.

“Ma la signora Lucia- lo contraddisse Dafne – mi ha detto che tutte le vie di comunicazione sono interrotte e poi……”

Un’idea tanto sciocca quanto terribile le stava attraversando la mente e mandò Marco a cercare Alberto, dato che nessuno lo aveva visto. Poi lei e Michele chiusero a chiave la stanza e scesero nel salone, dove regnava un silenzio interrotto soltanto dai singhiozzi di Giovanna e dalle preghiere della signora Lucia, che disse di aver avuto il presentimento che sarebbe successo qualcosa di terribile.

“Non c’é nessun fantasma, c’é solo un assassino e, anche se non voglio sembrare melodrammatica, sono costretta a dirvi che è uno di voi.” Disse Dafne con calma.

Luisa obbiettò che anche lei era tra i sospettati e che essere un poliziotto non la rendeva al di sopra di ogni sospetto.

“Io e Dafne a quell’ora eravamo chiusi nella cripta- precisò Michele –e questo ci scagiona automaticamente.”

In quel momento Marco rientrò e disse:

“Fuori non c’é traccia di Alberto. Deve essere per forza all’interno del castello.”

“Dividiamoci- disse Dafne decisa – voi cercate al secondo piano, io e Michele andremo al primo.”

Mentre cercavano, Dafne notò che una delle pareti mobili del corridoio era semiaperta. Da lì, attraverso una lunga scalinata, si arrivava direttamente alla cripta. La spalancò e rimase immobilizzata: Alberto era riverso davanti ai suoi occhi con la gola tagliata. Stringeva fra le mani un biglietto su cui era vergata una scritta. I caratteri non erano indecifrabili come narrava la leggenda e Dafne, pur non conoscendo la lingua, si rese subito conto che si trattava di greco antico. Rimaneva comunque un problema di non poco conto: c’era al castello qualcuno in grado di tradurlo? Chiamò Michele, che arrivò subito e rimase pietrificato di fronte al corpo esanime di quello che era stato un suo amico.

In silenzio si fece il segno della croce, poi le disse soltanto:

“Andiamo, dobbiamo avvertire gli altri.”

Tornati nel salone, riferirono a tutti l’accaduto e alle iniziali scene di panico e disperazione, seguì un silenzio di tomba: ognuno sospettava dell’altro.

Dafne e Michele chiesero a tutti di chiudersi nelle proprie stanze, poi si recarono verso la porta mobile dove c’era ancora il cadavere di Alberto, per cercare qualunque cosa potesse condurli al colpevole. Ma oltre al biglietto non trovarono niente, allora decisero allora di tornare nello studio. Dafne andò a prendere la macchina fotografica in camera sua e poi raggiunse Michele. Dopo aver fotografato la macabra scena, per consegnare le foto come prova alla polizia, cominciarono a perquisire la stanza. Sembrava tutto a posto e non mancava niente. Lo sapevamo con certezza poiché Michele era stato al castello un’infinità di volte, eppure c’era qualcosa che insospettiva Dafne.

Non sapeva esattamente cosa fosse, ma continuava ad avere davanti agli occhi la scena vista appena entrata nello studio: Carlo che giaceva a terra col cranio fracassato e con lo stupore dipinto sul volto esangue, il camino spento, il tappeto intriso di sangue.

Ora però bisognava risolvere un altro problema: dove sistemare i due cadaveri? Dopo un breve scambio di opinioni decisero di portarli entrambi nella cantina, dove il freddo avrebbe senz’altro ritardato la decomposizione. Dopo aver sistemato i corpi con l’aiuto di Marco, Michele tornò da Dafne, che lo aspettava nella propria stanza. Non appena entrato le disse:

“L’unica cosa da fare é ricostruire tutti i movimenti di Alberto e Carlo, da ieri pomeriggio fino al momento dei delitti, e scoprire dov’erano gli altri in quel periodo di tempo.”

“Credo di doverti dire una cosa Michele – intervenne Dafne – a quanto pare é stata Giovanna a chiuderci nella cripta.”

“Cosa? E tu come lo sai?”

“Alice me lo detto involontariamente, ma credo, anzi spero, che sia solo una coincidenza.”

“Lo spero anch’io!”

Michele era furioso quanto Dafne.

“Aspettiamo domani per interrogarli, siamo tutti stremati- consigliò lei – E, francamente, sono a pezzi anch’io: ho visto decine e decine di cadaveri, ma vedere un tuo amico barbaramente assassinato è una cosa che ti distrugge.”

La voce di lei era incrinata dal dolore e Michele le cinse le spalle con un braccio per consolarla. La capiva benissimo: anche lui voleva bene ad Alberto e a Carlo e si sentiva come trascinato dalla marea degli eventi.

A cena erano tutti presenti, ma in verità pochi toccarono cibo. Prima che i presenti si alzassero da tavola Alice recitò una preghiera per il padre ed il fratello.

La pioggia cadeva fitta ed il castello aveva un’aria più cupa del solito.

Terminata la preghiera Alice cambiò improvvisamente tono e, puntando il dito contro Chiara disse con durezza:

“Sei stata tu a rovinare la mia famiglia, ne sono certa! Sei soltanto un’assassina, e tutto solo perché non ti hanno voluto accontentare!”

Marco le intimò di tacere.

E’ impossibile descrivere ciò che accadde: chi urlava, chi piangeva. Luisa urlò che Alice era impazzita, Barbara che Chiara era l’omicida, Marco che le accuse erano infondate, Elisabetta che Chiara aveva colpito il nipote col candelabro, Chiara che era innocente.

Alla fine la voce di Dafne sovrastò le altre:

“Tacete! Qui sono morte due persone che amavamo e voi pensate solo ad accusarvi!”

A quel punto Michele intervenne:

“Credo che io e Dafne dovremmo parlare in privato con Chiara e Alice.”

Mentre si alzava, Dafne osservò Giovanna: l’aria arrogante era scomparsa e il suo viso era rigato dal pianto. La donna non poteva fare a meno di collegarla in qualche modo alla tragedia, eppure sembrava sinceramente addolorata.

Dafne, Michele, Alice e Chiara andarono nel salone. Le due donne si fulminavano con lo sguardo mentre si sedevano.

“Alice, ti spiace spiegarci il motivo della tua scenata?” chiese Dafne.

“La mattina della gita, prima di visitare il castello, lei ha incontrato papà e Carlo in quel maledetto studio. Quando sono arrivata li ho sentiti litigare. Chiara pretendeva qualcosa e loro rispondevano che non avrebbe avuto niente. Poi lei ha giurato che si sarebbe vendicata ed é uscita come una furia dirigendosi in sala.”

Michele guardò Chiara aria interrogativa e lei disse con calma.

“E’ vero che ho litigato con Alberto e Carlo, sarebbe inutile negarlo, ma non li ho uccisi io.”

“Perché litigavate?”

“Non vi dirò niente, però posso dimostrare di essere innocente.”

Così dicendo sfilò il guanto destro e mostrò una profonda ferita sulla mano.

“Questa me la sono fatta ieri pomeriggio cadendo e non avrei potuto assolutamente impugnare qualcosa. Come avrete notato ho mangiato con la sinistra.”

“Potresti essere benissimo in grado di usare anche la sinistra.” Insinuò Michele.

“Ma non lo sono e pretendo che questa pazza ritiri le sue accuse!”

Ma Alice si alzò e, impassibile, disse che sarebbe andata a riposare.

Subito dopo anche Chiara si allontanò.

Michele stava per dire qualcosa a Dafne, quando un grido le gelò il sangue: cosa diavolo poteva essere successo ancora? Raggiunsero frettolosamente la cucina e trovarono la signora Lucia a terra svenuta, mentre uno sconosciuto tentava di rianimarla.

Michele gridò:

“Chi é lei? Cosa vuole?”

L’uomo si alzò in piedi tremando come una foglia e disse:

“Escusez-moi. Je m’appelle Martin Verdier et je suis français.”

Né Dafne né Michele capirono una parola, ma, compreso che lo sconosciuto parlava francese, l’uomo andò a chiamare Luisa, che aveva precedentemente raccontato loro di conoscere bene la lingua. Quando Luisa vide l’uomo quasi impallidì, poi parlò con lui. Infine disse a Dafne e Michele:

“Quest’uomo é un francese di nome Martin Verdier. Dice che é stato sorpreso dalla tempesta e si è riparato tra le rovine. Era venuto qui per chiedere ospitalità, ma la governante, non appena lo ha visto é svenuta.”

La situazione si stava complicando ulteriormente.

“Digli che se vuole rimanere qui, dovrà essere chiuso a chiave in una stanza e spiegagli il perché.” disse Michele.

Luisa fece come Michele aveva detto, poi avvertirono gli altri che accettarono la situazione senza contestare. Erano troppo stanchi persino per quello.

Quella sera Dafne ripensò a tutto ciò che stava accadendo e me ne chiedevo il perché. Perché il litigio con Chiara? Perché Luisa era turbata dall’arrivo di Verdier? Perché Giovanna li aveva chiusi nella cripta? Perché due uomini erano stati uccisi? Perché l’assassino si ispirava a quella leggenda? E soprattutto chi diavolo era l’assassino?

In quella fredda notte di ottobre Dafne si rigirava nel letto ponendosi mille domande e non trovando alcuna risposta.

Il mattino dopo Dafne si alzò presto. Sapeva che sarebbe stata una giornata terribile e che gli interrogatori sarebbero stati estenuanti, ma in fondo stava solo per fare il suo lavoro. Si recò da Michele e decisero di iniziare gli interrogatori alle 10.00 in punto, inoltre Michele le disse che Marco aveva studiato lingue antiche e che si era offerto di decifrare il misterioso biglietto.

Alle 10.00 in punto erano tutti nel salone, tutti eccetto Verdier.

Michele consegnò il biglietto a Marco, il quale gli disse

“Per fortuna ricordo ancora bene il greco, non ci metterò molto a decifrarlo.”

Poi l’inquisizione iniziò. La prima fu Giovanna.

Dafne si limitò a porle una sola domanda:

“Perché ci hai chiusi nella cripta il giorno della gita?”

“Così lo sapete. Non li ho uccisi io, io amavo Carlo. Era solo uno stupido scherzo, credimi. L’idea è venuta a Carlo quando ha visto il tuo orecchino cadere, io non ero d’accordo. Lui pensava che se foste rimasti un po’ da soli avreste potuto chiarirvi e magari ricominciare…Lo so, è stato stupido, ma lui ci teneva e io l’ho accontentato.”

Per la prima volta nella sua vita Dafne era seriamente in imbarazzo, ma Michele la tolse d’impaccio chiedendo a Giovanna:

“Dov’eri tra le 22.30 e le 23.00?”

“In camera mia, sola. Carlo mi aveva detto che sarebbe venuto a letto tardi perché doveva parlare col padre.”

A quel punto accadde un imprevisto: Chiara entrò e comunicò ai tre che nessuno aveva intenzione di farsi interrogare. Incredibile!

Ormai Dafne e Michele potevamo soltanto fare due chiacchiere con il misterioso Monsieur Verdier. Così si recarono nella sua stanza insieme a Luisa, che fungeva da interprete.

Li attendeva una nuova sgradita sorpresa: la porta era spalancata e la stanza era vuota. Michele avvertì gli altri e cominciò a cercare il fantomatico signor Verdier insieme a Dafne. In tutto il castello non c’era traccia dell’uomo. L’istinto allora suggerì a Dafne di recarsi nella cripta: Verdier giaceva riverso a terra, con un pugnale conficcato nel petto fino all’impugnatura. Dafne si avvicinò e si accorse che era ancora vivo. Riuscì appena a sussurrarle queste parole:

“Il giorno della luna si è compiuto, la maledizione è vicina.” Poi spirò tra le sue braccia.

Dafne vide che tra le mani stringeva un pendente d’argento a forma di mezza luna e lo raccolse. Di colpo si resi conto che Verdier aveva parlato in italiano, quindi conosceva la lingua perfettamente!

La ragazza raccolse da terra l’ennesimo biglietto lasciato accanto al corpo, poi si alzò, tornò nel salone e, una volta chiamati tutti gli altri, annunciò la macabra scoperta. Lo stupore di Marco fu immenso: le parole pronunciate in punto di morte da Verdier erano le stesse del primo biglietto. A quel punto la paura ebbe il sopravvento e nessuno ebbe il coraggio di parlare. Ormai tutti erano convinti che la maledizione esistesse, tutti tranne Dafne e Michele.

La triste riunione fu interrotta per pranzare e subito dopo Dafne, Michele e Marco, che doveva portare a termine la traduzione dei vari biglietti, rimasero da soli nel salone. Dopo poche decine di minuti di attesa, scoprirono finalmente il significato del secondo biglietto:

“Finalmente ecco la mia luna, la vendetta é arrivata e nessuno si salverà.”

“Questi stupidi biglietti mi hanno stancata. Ma come si fa a credere ad una maledizione? Cosa potrà avere a che fare una luna con degli omicidi? E’ assurdo.” chiese Dafne più a se stessa che ad altri.

Michele consigliò a Marco di non rivelare agli altri il contenuto del messaggio, al fine di evitare inutili scene di isterismo collettivo.

Dafne non avevo più la forza di continuare a riflettere e decise di andare in camera sua per riposare, ma lungo la strada accadde qualcosa di imprevisto.

Mentre passava davanti alla camera di Luisa, il ciondolo che aveva preso al presunto francese e che fino ad allora aveva insistentemente rigirato tra le mani, le cadde. Si chinò per raccoglierlo ed involontariamente ascoltò un’interessante conversazione:

“Luisa, io ho paura, ci sono già stati tre morti. Dobbiamo andarcene finché siamo in tempo.”

“Stai calma Elisabetta, prima di scappare dobbiamo riuscire a trovare quel maledetto diario, sono sicura che la risposta e lì.”

“Il problema é risolto – disse Alice – l’ho trovato io, anche se non l’ho ancora letto. E’ al sicuro nel cassetto di mio padre e nessuno lo troverà, perché ormai non c’é più nessuno che sa della sua esistenza.”

Luisa intervenne:

“Adesso dobbiamo sbrigarci a trovarli, evidentemente qualcun altro conosce il segreto e sta uccidendo per arrivarci.”

Dafne aveva sentito abbastanza. Corse nella camera di Alberto e cominciò a frugare nei cassetti del suo comodino, cercando di non fare troppo disordine. Finalmente trovò il diario, se lo mise in tasca e, sollevata dal fatto di non essere stata scoperta, corse in camera di Michele e gli mostrò l’interessante scoperta.

Cominciarono subito ad esaminare il contenuto del diario.

In quelle pagine era riportata tutta la storia della vita di Alberto, ma la parte più importante era sicuramente contenuta nell’ultima, datata il giorno precedente.

“ Ho paura. Credevo che dare questa festa mi avrebbe permesso di chiarirmi con le persone che mi stanno accanto, ma ho commesso un errore e mi sono messo in trappola con le mie mani. Sanno tutti che in questo castello è nascosto qualcosa di prezioso e temo che sarebbero in grado di farmi del male per ottenerlo. L’unica cosa che mi tranquillizza è la presenza di Carlo, Dafne e Michele, domani stesso dovrò avvertirli di quello che sta succedendo.”

Dafne e Michele si guardarono per un attimo, poi continuarono a leggere.

“ Mio Dio, sono stato così sciocco da circondarmi di un nugolo di serpi! Giovanna ha sposato mio figlio solo per il suo denaro e tra lei e l’eredità ci siamo solo io, Carlo e Alice. Barbara ha sempre desiderato avere carta bianca nelle decisioni riguardanti la nostra società e so che anche lei cerca disperatamente ciò che è nascosto qui. Marco e Chiara sono indebitati fino al collo e ce l’hanno con me perché ho rifiutato loro un prestito. Anche Alice vuole il “tesoro” a tutti i costi, persino mia figlia mi ha tradito! Crede che la sua famiglia non l’ami, ma si sbaglia, lei è sempre stata e sarà sempre il mio angelo. Spero di riuscire a risolvere la faccenda entro domani sera e …”

La pagina finiva lì, probabilmente qualcuno lo aveva interrotto.

Dafne e Michele si guardarono increduli, ma erano troppo stanchi per discutere.

Nell’uscire gli disse solo:

“Indagheremo domattina.”

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Il Mistero della Mezzaluna (2005) – Parte II

Alberto andò ad aprire personalmente e accolse cordialmente il nuovo venuto:

“Finalmente sei arrivato, cominciavamo a disperare.”

“Non preoccuparti Alberto, non mi sarei perso la tua festa per niente al mondo.”

Il ragazzo che entrò era sulla trentina, con capelli scuri e mossi e gli occhi neri. Dafne, prima ancora di vederlo, ne aveva riconosciuto la voce vellutata, una voce che lei conosceva benissimo: era Michele Grandi, l’avvocato della famiglia Dantoni.

Alberto lo accompagnò nel salone e disse:

“Mio caro Michele lascia che ti presenti le amiche di mia figlia, Elisabetta e Luisa. Quanto agli altri, credo che tu li conosca già.”

Michele strinse la mano alle due ragazze, salutò Carlo, Alice e Giovanna, poi si avvicinò a Dafne e le disse con voce un po’ incerta:

“Ciao vicecommissario.”

“Ciao avvocato.” Rispose lei, sentendo una morsa che le serrava lo stomaco.

“Come mai sei sola, Claudio dov’è?”

“Aveva un impegno.”

“Come stai?”

“Bene e tu?”

“Tutto ok.”

Dafne e Michele erano usciti insieme a lungo, ma poi tutto era finito quando Michele era diventato geloso del collega di lei, Claudio. Dafne e Claudio erano uniti da un’amicizia fraterna e innocente, ma a poco a poco il loro affiatamento aveva fatto nascere degli infondati sospetti in Michele. Dafne aveva sopportato per poco la sua gelosia e aveva interrotto la relazione, ma i due erano riusciti in qualche modo a rimanere amici.

Alberto e i suoi amici conversarono insieme per un po’ in attesa degli ultimi ospiti che non tardarono ad arrivare. In meno di mezz’ora fecero il loro ingresso Barbara Giordani, socia in affari di Alberto, e i nipoti del festeggiato Chiara e Marco Barca. Dopo le debite presentazioni continuarono a chiacchierare per un po’, poi la conversazione fu interrotta per cenare e ripresa dopo cena nel salone.

Verso mezzanotte Alice chiese:

“Papà, perché non racconti la leggenda del castello? Credo che sia l’ora giusta!”

“Hai ragione. Questo maniero è al centro di un’intrigante leggenda. Circa quattrocento anni fa, il proprietario del castello acquistò durante un suo viaggio una statuetta di alabastro appartenuta ad una donna che era stata bruciata sul rogo per stregoneria e la regalò a sua figlia. Costei il giorno dopo il suo matrimonio, si recò nello studio di suo marito e, inspiegabilmente, lo uccise con l’attizzatoio. Poi fuggì nei sotterranei del castello dove fu inspiegabilmente ritrovata morta, mentre stringeva fra le mani una lettera su cui erano scritti caratteri indecifrabili. Cento anni dopo un uomo fu ucciso nello stesso luogo e nello stesso modo dalla sorella. La donna fu trovata morta nella cripta del castello e vicino al cadavere stava un messaggio. Ciò si ripeté ancora nel secolo seguente e da allora nessuno violò il castello fino a quando non lo acquistai.” narrò Alberto.

Dopo il racconto Alice disse che era stanca e che sarebbe andata a dormire e Dafne la seguì. Non furono le uniche a coricarsi e nel salone rimasero solo Alberto e Barbara.

Il mattino dopo Dafne si alzò tardi e fu l’ultima a scendere a colazione. Poi si recò in giardino dove trovò Carlo, Alberto e Giovanna che discutevano animatamente. Non appena la videro si interruppero.

“Mi dispiace di avervi interrotto.” Disse la ragazza.

“Stai tranquilla, non stavamo dicendo niente di importante.”disse Carlo con poca convinzione.

Poi Alberto aggiunse:

“Dafne, preparati a visitare il castello perché a mezzogiorno farò fare a te e agli altri il giro turistico più emozionante della vostra vita.”

A mezzogiorno si ritrovarono tutti nel salone per la spedizione. Mancavano soltanto Luisa, Barbara e Chiara.

Cominciarono a visitare il castello dai sotterranei. Il tour fu lungo ed emozionante, il castello era straordinariamente conservato ed era stato restaurato a regola d’arte. Durante la visita decisero, nonostante il freddo pungente, di fare nel pomeriggio una gita al fiume, che era in piena e offriva un magnifico spettacolo. Finita la visita tornarono nel salone per pranzare e Dafne si accorse di aver perso un orecchino. Giovanna le disse, con inspiegabile gentilezza, che non lo aveva più da quando erano stati nella cripta, così Dafne decise di recarsi là e Michele si offrì di aiutarla.

Entrarono nella cripta: quel posto metteva i brividi e la luce di una torcia elettrica dava ben poca sicurezza, di sicuro era molto più rassicurante andarci in gruppo. Improvvisamente sentirono un tonfo: la porta si era richiusa alle loro spalle e non riuscivano più ad aprirla. Come se non bastasse in quel posto non andava mai nessuno e fuori si stava scatenando un terribile temporale.

Dafne ritrovò l’orecchino vicino ad una parete con strane incisioni e le fece particolarmente impressione l’immagine di una donna che pregava la luna e le offriva doni. Per un attimo rimase incantata a guardare l’immagine, poi si riscosse e Michele le disse con rassegnazione:

“Credo che ci convenga armarci di pazienza e aspettare che gli altri si accorgano della nostra assenza.”

Fu solo verso mezzanotte che Marco li liberò. Dafne e Michele gli chiesero di avvertire gli altri e si coricarono.

Poco dopo Dafne ricevette la visita di Alice che le chiese come stava e le disse che temeva qualcosa: per lei l’incidente della cripta non era stato casuale.

Dafne la rassicurò e le domandò:

“Come mai non ci siete venuti a cercare prima?”

“Giovanna ci aveva detto che non volevate venire alla gita sul fiume e quando siamo tornati siamo andati subito a dormire, eravamo esausti. Poi mio fratello é andato da Michele per parlargli e quando si é accorto che era sparito ha dato l’allarme.”

“Ma pioveva!”

“Ci siamo riparati in una casetta sulla riva e quando la pioggia é diminuita siamo tornati. Ora ti saluto, buonanotte. “

“Buonanotte.”

Quando Alice uscì Dafne spense la luce e pensò che quello di Giovanna era stato uno scherzo veramente idiota. Ma se non fosse stato uno scherzo?

 

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Il mistero della mezzaluna (2005)- Parte I

Finalmente dopo ore di autostrada e stradicciole di montagna Dafne era arrivata. Era stata a lungo indecisa se accettare l’invito, soprattutto perché sarebbe dovuta andare sola. In qualsiasi altro caso Claudio, che era per lei non solo un collega, ma il più caro degli amici, l’avrebbe accompagnata, ma stavolta non era il caso.  Ripassò mentalmente il messaggio che aveva trovato sulla segreteria telefonica:

“Mia cara Dafne, tra pochi giorni mio padre compirà 60 anni e ha deciso di dare una piccola festa. Si è recentemente regalato uno splendido maniero del trecento sulle nostre belle montagne ed è lì che ha intenzione di portare gli invitati. Spero che tu possa esserci, richiamami e fammi sapere, a presto, Alice.”

Dafne e Alice si erano conosciute quattro anni prima, quando Alice frequentava l’ultimo anno di liceo. Un giorno, dopo essere uscita da scuola, era scomparsa e le indagini erano state affidate a Dafne, vicecommissario di polizia, e al suo collega, l’ispettore Claudio del Santo. Poiché il padre di Alice, Alberto Dantoni, era un uomo ricchissimo, era subito parsa ovvia la pista del rapimento. Dafne e Claudio erano stati davvero in gamba e molto fortunati ed erano riusciti a liberarla nel giro di settantadue ore. Da quel momento la famiglia Dantoni aveva giurato eterna amicizia ai due poliziotti e aveva mantenuto il suo giuramento, per lo meno per quanto la riguardava. Con Claudio era andata diversamente: Alice se ne era infatuata, ma era stata respinta, e da quel giorno aveva preso ad odiarlo.

La situazione non la metteva a proprio agio, ma la tentazione di visitare dall’interno un maniero di settecento anni era stata più forte e ora che si ritrovava la costruzione davanti, era sempre più convinta della sua scelta: il castello, quasi intatto, sembrava uscito da un romanzo gotico ed era splendido e inquietante nella foschia tipica dell’autunno inoltrato. Mentre parcheggiava si accorse che Alberto la stava aspettando sulla porta. Scese dalla macchina e si avviò verso di lui.

“Ciao Dafne, benvenuta! Coraggio entra, qui si gela!”

“Su questo devo darti ragione, ma vale la pena di prendere un po’ di freddo in cambio di un simile spettacolo.”

“E non hai ancor visto l’interno!”

Dafne entrò nell’ampio ingresso e rimase abbagliata dal lusso che la circondava. Sarebbe rimasta per ore incantata ad osservare l’antico salone, ma una voce che la chiamava la riscosse: Alice, la figlia di Alberto, le venne incontro e, abbracciandola e baciandola sulle guance, le disse:

“Ciao Dafne, come va?”

“Tutto bene e tu?”

“Non c’è male, ora frequento una facoltà interessante e ho dei nuovi amici. Due di loro sono qui e non vedo l’ora di presentartele…”

Una voce maschile la interruppe:

“Dafne, sei arrivata finalmente!”

Dafne si voltò e vide alle sue spalle Carlo e Giovanna, rispettivamente figlio e nuora di Alberto. L’uomo la salutò calorosamente, ma la donna non fece altrettanto: era di una freddezza che gelava il sangue. A Dafne non era mai piaciuta: Giovanna era arrogante, profondamente sciocca e di natura cattiva, aveva spesso ferito le altre persone del tutto gratuitamente e la sua vittima preferita era la povera Alice. Con lei Giovanna aveva avuto gioco facile: Alice era molto fragile e si sentiva sempre inferiore agli altri. Inoltre era stato pateticamente ovvio che avesse sposato Carlo solo per il suo denaro. Dafne li salutò entrambi e poi tornò a parlare con Alice che era stata raggiunta da due ragazze: la prima era altissima, bionda e con gli occhi color del ghiaccio, la seconda era poco più bassa, coi capelli neri e gli occhi chiari. Alice le presentò:

“Dafne, queste sono due mie compagne di università: Elisabetta e Luisa Ammirati. Ragazze, questa è una vecchia amica, il vicecommissario Dafne Reale.”

Le presentazioni furono interrotte dal suono del campanello, suono che lasciò piuttosto interdetta Dafne, che non sapeva che Alberto aveva dotato il maniero di ogni genere di comfort, eccezion fatta per il riscaldamento. Grazie al cielo aveva avuto il buon gusto di occultare tutto e non aveva rovinato l’incanto di quel luogo fiabesco.

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