Categoria: Novità

Raccontami L’Abruzzo (Vol 1) – Recensione

Raccontami l'Abruzzo

Titolo: Raccontami L’Abruzzo (Vol 1)

Autore: AA. VV.

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-618-6

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 10

N. Pagine: 104

Raccontami L’Abruzzo (Vol 1)

Questa volta per la mia rubrica di piccole recensioni vi parlo di un’antologia che mi è molto cara sia per la qualità che per “amor di patria”: Raccontami L’Abruzzo (Vol. 1), a cura di Rita La Rovere.

Rita La Rovere è una veterana della letteratura e del giornalismo Abruzzesi, con all’attivo tre libri pubblicati per le Edizioni Tabula Fati, e Raccontami L’Abruzzo rappresenta un ulteriore fiore all’occhiello nella sua carriera.

In un periodo storico in cui la nostra bella regione sta venendo riscoperta grazie a ironiche pagine social, film e documentari, questa antologia ci permette di conoscere aspetti dell’Abruzzo ancora poco noti al grande pubblico. Sia chiaro, questo libro non intende essere lode sperticata e campanilista, ma spunto per riscoprire luoghi, tradizioni e storie famigliari a cui non si può permettere di cadere nell’oblio.

Una straordinaria particolarità di questo volume è il numero di autori: quarantaquattro voci che si uniscono in un canto corale fatto di ricordi del doloroso periodo della Seconda Guerra Mondiale che ha tanto segnato l’Abruzzo, spaccato due dalla linea Gustav, di personaggi, di sapori, di aneddoti.

Ogni racconto – brevissimo – è una sorta di bozzetto, di impressione, uno squarcio che ci permette di essere spettatori degli eventi per un solo, intensissimo momento. Posso assicurarvi che riuscire a condensare in poco spazio una storia che abbia non solo senso, ma che sia anche capace di emozionare non è un’impresa facile, ma si sa: quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare.

Una menzione particolare merita la copertina, in cui spicca in tutto il suo splendore la “Fanciulla Abruzzese” di Francesco Paolo Michetti.

L’Antologia è stata seguita nel 2019 da un secondo volume, che raccoglie altri quarantaquattro racconti volti a farci scoprire nuovi angoli dell’animo della nostra regione.

 

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Memorie – Recensione

Memorie

Titolo: Memorie

Autore: Marco Pavoni

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-724-4

Prezzo (Euro): 7

N. Pagine: 56

Memorie

Quest’oggi vi propongo di nuovo una breve incursione nel mondo della poesia, con le mie impressioni su Memorie, la silloge di Marco Pavoni uscita nel febbraio del 2019.

Come detto tempo fa, questo periodo di forzata cattività ha se non altro avuto il merito di permettermi la riscoperta della poesia; e le poesie di Marco Pavoni rappresentano degnamente il genere letterario, con uno stile classico e denso di rimandi ai grandi del passato.

Pavoni è nato a Chieti nel 1984 e Memorie, uscito per i tipi di Tabula Fati, non è la sua opera prima. “Immagini”, del 2009, e “Permanenza del sogno”, del 2014, sono infatti i primi due esiti del suo estro.

Ma veniamo a questa silloge, impreziosita dalla prefazione di Daniela D’Alimonte.

“Noi siamo quello che ricordiamo, il racconto è ricordo e ricordo è vivere” – sono le splendide parole del grande poeta Mario Luzi che ci accolgono all’inizio del viaggio tra le liriche di Marco Pavoni; e sono parole che non solo introducono, ma tracciano la rotta di questa silloge.
Nei versi di Pavoni infatti, il tema dei ricordi e della memoria – come si evince già dal titolo – sono molto presenti, se non addirittura centrali.

“Ribolle lo spazio per strani
episodi dell’essere nel mondo
si rivela nel calice d’un fiore
l’acuta speranza del bello”

Ho scelto questi versi, che concludono proprio la prima poesia del testo, perché emblematici del percorso di Pavoni; vi è infatti il tema dello spazio e del tempo, trattato dal poeta con uno slancio sincero che li unisce quasi in un’alchimia segreta. Ma vi è anche l’acuta osservazione della natura, in cui Pavoni eccelle, e la continua ricerca del bello e della luce, due temi che avvicinano la poetica dell’autore a quella di grandi del passato.

“Risorgerà l’esistenza del Tempo
lo scrigno che Dio apre
in menti offese dallo svariare del caso”

Così scrive più avanti Pavoni, trattando un altro argomento ricorrente di questa preziosa silloge, quello della fede e della consapevolezza, più ancora che speranza, della presenza di una forza superiore.

Lo stile di Marco Pavoni, come accennato, è molto classico, da poeta maturo ed esperto, tanto da rimandare ai grandi del Novecento, da Ungaretti a Quasimodo, da Saba al nume tutelare Mario Luzi.
Questa silloge, in definitiva, è consigliata soprattutto ai cultori della poesia più classica, ma anche ai profani che volessero avvicinarsi al genere, attraverso liriche limpide e tecnicamente ineccepibili.

 

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La mistica della marmellata – Recensione

La mistica della marmellata

Scheda

Titolo: La  mistica della marmellata

Autore: Mariaester Graziano

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-713-8

Prezzo (Euro): 17

N. Pagine: 232

La mistica della marmellata

Per il mio spazio di piccole recensioni oggi vi parlo di un libro che si presenta particolare fin dal titolo, “La mistica della marmellata” di Mariaester Graziano.

Il libro, edito da Tabula Fati, e che sarebbe riduttivo definire romanzo, è un vero e proprio viaggio nella memoria della protagonista, sospeso tra passato e presente.

Strutturato in brevi capitoli, “La mistica della marmellata” prende spunto dal tragico terremoto dell’Aquila del 2009.
L’autrice viene infatti dal capoluogo abruzzese, e il suo è davvero un sentito omaggio alla bella e sfortunata cittadina. Tra le righe dei tanti racconti traspare l’emozione, quasi trepidazione, di Mariaester al cospetto della tragica vicenda.

Un particolare che lega tra loro le varie storie è la presenza in tutti i capitoli del vetro e degli specchi, un dettaglio che – nelle parole dell’autrice – dà luogo a una profonda riflessione su noi stessi e sul tempo.

Lo stesso titolo, così particolare ed efficacissimo nel rimanere impresso nella memoria, sta a simboleggiare il contrasto tra un piano spirituale, “mistico” appunto, e uno più materiale quando non commerciale, evocato dall’immagine delle marmellate industriali. Mariaester si propone, proprio attraverso “La mistica della marmellata” di cercare una nuova via, che non sia forzatamente riconducibile a un mondo o all’altro.

Lascio ai lettori il piacere di capire se l’autrice riesca in questo suo intento, ma di sicuro quello in cui la Graziano riesce è comunicare la sua grande passione per la scrittura; il suo è uno stile emozionante e vibrante, spesso non immediato e a volte di difficile interpretazione, quasi a sfidare il lettore a uscire dai canoni più diffusi.

La scrittura di Mariaester pare a tratti quasi una catarsi, un modo intimista per curare le ferite dell’anima.

“La mistica della marmellata” è dunque un testo che vi consiglio di cuore, un percorso lenitivo attraverso le mille sfaccettature di una tragedia che ha colpito in primo luogo L’Aquila, ma anche tutto il nostro paese. Un viaggio emozionante in compagnia di una scrittrice che sa come far vibrare le giuste corde nell’animo del lettore.

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Shah Mat – Recensione

Shah Mat

Scheda

Titolo: Shah Mat

Autore: Maria Elena Cialente

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-653-7

Prezzo (Euro): 1o

N. Pagine: 112

Shah Mat

La recensione che vi propongo oggi è dedicata al bel romanzo d’esordio di Maria Elena Cialente, intitolato “Shah Mat”.

Docente e scrittrice aquilana ma che vive ormai da tempo a Pescara, Maria Elena si appassiona alla lettura fin da giovanissima; la sua particolare predilezione va al genere fantastico, a cui ha anche dedicato un saggio letterario.

Dopo molti tentavi e indecisioni, essendo la Cialente una perfezionista, esordisce nella narrativa con “Streghe a Rocciagreve”, una storia fantastica per ragazzi che vede la luce per la casa editrice Tabula Fati.
“Shah Mat” è invece il suo primo romanzo, e costituisce un omaggio all’epoca degli anni settanta e soprattutto all’amata città natale, L’Aquila.
“Shah Mat”, uscito anch’esso per Tabula Fati, è un classico romanzo di formazione.

Il protagonista, il giovane Raffaele, si muove a L’Aquila tra la fine degli anni sessanta e l’inizio del successivo decennio. La ricostruzione del periodo è minuziosa e avvincente; le passioni dei giovani dell’epoca, dalle auto ai cine forum, dall’esoterismo di ingenue sedute spiritiche agli UFO, si mescolano con la predilezione del giovane protagonista per il gioco degli scacchi. Il titolo vuol dire infatti proprio “scacco matto”.
Altro personaggio molto accattivante è il professor Alberini, docente con cui Raffaele gioca lunghe partite a scacchi, mentre il tema di fondo è la discesa agli inferi del giovane, attraverso la tossicodipendenza.

Devo dire che il tema, allora di grandissima attualità e dai numeri drammatici, è affrontato in modo molto delicato e al tempo stesso pertinente. La dipendenza di Raffaele emerge sì in tutta la sua tragica crudezza, tuttavia l’autrice è molto brava nel narrare senza giudicare un personaggio al quale è evidentemente affezionata.

Questo romanzo è insomma caldamente consigliato sia per la storia che racconta, coinvolgente e realistica, ma anche per conoscere un’epoca a noi così vicina eppure molto più sfuggente di altri periodi più lontani; e anche l’occasione per capire come quegli anni così diversi dagli attuali siano stati però fondamentali nel gettare i semi dell’epoca che viviamo. Come ogni buon romanzo dovrebbe fare, “Shah Mat” diverte e intrattiene, ma trascina con sé una lunga scia di riflessioni e domande che ne scaturiscono.

Maria Elena Cialente ha inoltre partecipato alla raccolta “L’Ammidia”, sul tema delle streghe d’Abruzzo, con un breve e bel racconto ambientato a Pacentro, e all’antologia “Raccontami l’Abruzzo. Vol 2.

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La guerra di Lia – Recensione

La guerra di Lia

Scheda

Titolo: La guerra di Lia

Autore: Silva Ganzitti

Casa editrice: Edizioni Solfanelli

ISBN: 978-88-7475-413-7

Prezzo (Euro): 16

N. Pagine: 208

La guerra di Lia

Per la mia rubrica di piccole recensioni oggi vi voglio parlare di questo romanzo che ho divorato in due sere: La guerra di Lia di Silva Ganzitti. Ho avuto il piacere di lavorare con Silva, quindi avevo altissime aspettative su questo libro, aspettative più che soddisfatte.

La guerra di Lia si apre a Buja, in un Friuli che non è solo un palcoscenico ma anche un grande protagonista della narrazione, con i suoi luoghi, le sue tradizioni e il suo idioma peculiare. È il 1940 e la guerra non è ancora entrata prepotente nella vita degli abitanti del paese. Per ora, nonostante tutta la sua tragicità e la moltitudine di giovani vite infrante, è ancora percepita come fumosa, ovattata dalla lontananza.

Lia è una ragazza di sedici anni con una famiglia normale, povera e piena di dignità che non smette di lavorare duramente nemmeno quando la situazione economica migliora. Ha due sorelle, che ama, con cui dorme stretta ogni notte e che non sveglia nemmeno a causa del suo sonno agitato. Si contorce e geme, mentre nei sogni è “trasportata” in una sorta di limbo che ha spesso come sfondo il bosco. Un po’ diversa dalle altre bimbe Lia lo è sempre stata e la prima a capirlo è stata la levatrice che l’ha vista nascere avviluppata nella placenta. Nata con la camicia e quindi speciale.

Purtroppo il conflitto e i suoi orrori finiscono per arrivare anche a Buja e nei suoi dintorni e hanno gli occhi e le mani dei Kazàk, i Cosacchi. Tra gli altri questo romanzo ha avuto il grande pregio di farmi conoscere una fetta della Seconda Guerra Mondiale che ignoravo. Durante l’invasione della Russia le forze armate tedesche avevano arruolato decine di migliaia di volontari cosacchi con la promessa dell’autonomia per i loro territori di provenienza. A seguito della sconfitta di Stalingrado i Cosacchi avevano occupato il Friuli in quella che veniva chiamata Operazione Ataman.

I Cosacchi però non sono gli unici giocatori in campo, anche i partigiani presto giungono nella regione. Nella fase finale della guerra il Friuli diventa quindi il teatro di uno scontro per la sopravvivenza che mieterà le sue vittime in entrambi gli schieramenti, lasciando sul campo  combattenti brutali e altri pieni di pietà e umanità, giovani troppo coraggiosi e fanciulle senza alcuna colpa. Bartolo, il padre di Lia, uomo mite e onesto, si troverà infine a dover scegliere se restare a guardare o se rischiare la sua vita per aiutare i partyzany. 

Questo libro ci narra la guerra attraverso gli occhi della gente comune e quelli pieni di immaginazione di Lia e ci conduce a scoprire orrori e dimostrazioni di coraggio di cui forse non eravamo a conoscenza. In un certo modo mi ha fatto pensare ai racconti di mia nonna, che aveva dieci anni quando aveva dovuto abbandonare la sua casa con la madre, la sorellina e la nonna. Ignare, vivevano proprio a ridosso della linea Gustav.

In breve, un libro rivolto a chiunque voglia imparare qualcosa in più sulla nostra storia e sulla natura umana. Consigliatissimo.

 

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Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo – Recensione

Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo

Scheda

Titolo: Ho provo ad essere normale ma mi annoiavo

Autore: Valentina di Romano

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2017

Genere: autobiografia

ISBN: 978-88-7475-413-7

Prezzo (Euro): 8

N. Pagine: 80

Ho provo ad essere normale ma mi annoiavo

Il libro che ho scelto di recensire oggi è davvero riuscito ad emozionarmi profondamente, forse perché non è una storia di fantasia. Si tratta di Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo di Valentina di Romano e ci racconta, in modo sorprendentemente leggero e ironico, le traversie di una bambina – e poi una donna-  affetta di cistinosi, una malattia genetica rara che comporta insufficienza renale e porta alla necessità di un trapianto.

Il mio lavoro mi ha portato a conoscere bene le patologie ereditarie e ho assistito molteplici volte a straordinarie dimostrazioni di forza e determinazione da parte dei pazienti, spesso molto piccoli ma decisamente “tosti”, e delle loro famiglie. Forse proprio questo mi ha consentito di apprezzare ancora di più questa storia e di sentirmene intimamente coinvolta.

Nel libro Valentina ci racconta la sua infanzia, in cui grazie ad un famiglia presente e amorevole non si è mai sentita diversa dagli altri bambini, le lunghe degenze in ospedale durante cui cerca di continuare a studiare e a giocare senza lasciarsi abbattere, e poi la dialisi iniziata alla fine delle elementari. La dialisi è una procedura lunga e sfibrante, ma Valentina e la sua famiglia tengono duro fino a che non arriva la tanto attesa notizia che c’è un rene disponibile. Dopo il trapianto per un po’ ci sarà tranquillità, ma essa è destinata a non durare. Fortunatamente non le mancherà mai il supporto di chi le sta accanto e a darle un’ulteriore sferzata di energia arriverà anche l’amore.

Nonostante le difficoltà appare subito chiaro che Valentina non è tipo da scoraggiarsi e continua ad affrontare tutto non solo con una forza incredibile, ma anche con qualcosa di ancora più straordinario: l’ironia. A dispetto della durezza dei fatti narrati questo libro scorre veloce, non è mai pesante né angoscioso e il coro di voci di pazienti e genitori che ad un certo punto si leva ci fa sentire prepotente un sentimento di speranza.

Una menzione speciale merita la copertina, che ci mostra più di mille parole il messaggio che Valentina di Romano vuole trasmettere.

In Italia, a sostegno dei pazienti in dializzati opera la ONLUS A.N.E.D. (Associazione Nazionale Emodializzati), di cui Valentina è attiva sostenitrice.

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La Madama

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La Madama – Recensione

La Madama

Scheda

Titolo: La Madama

Autore: Antonio Tenisci

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno:

Genere: Giallo storico

ISBN: 978-88-7475-502-8

Prezzo (Euro): 10

N. Pagine: 104

La Madama

La recensione del libro che vi propongo oggi mi è particolarmente cara, infatti si tratta de “La Madama” di Antonio Tenisci ed è un romanzo storico, uno dei miei generi di riferimento.

“La Madama” che dà il titolo al libro, non è altri che Margherita d’Austria, personaggio che ha dato lustro alla storia della vicina Ortona, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Antonio Tenisci è uno scrittore nato proprio ad Ortona, dove lavora nel campo dell’informatica – collaborando con Telecom e con la Camera dei Deputati – e ha iniziato la carriera letteraria con la pubblicazione di alcuni racconti.
Il suo primo romanzo è “Nuvole rosse sotto il mare”, per i tipi di Solfanelli. L’opera prima narra una struggente storia d’amore sullo sfondo della tragica Battaglia di Ortona del 1943. Ha poi pubblicato la raccolta di racconti “Tommies” e “Akhenaton l’eretico”, ambientato nella civiltà egizia e firmato col collettivo Valery Esperian; un’altra prestigiosa collaborazione è quella col Giallo Mondadori, per il quale ha scritto “Ombre viola”, breve romanzo inserito nella raccolta “Amori malati”.

Il romanzo

Ma parliamo de “La Madama”. Il romanzo è tratto da un’opera teatrale, scritta dallo stesso Tenisci; la storia inizia proprio la notte in cui è previsto l’arrivo della Madama a Ortona.
Sullo sfondo della vicenda, avviene l’omicidio del depravato Podestà Girolamo Riccardi. A indagare è il capitano Rulen, un personaggio ispirato a Cristoforo il Moro, garzone di stalla di Carlo V che lo seguì nelle Fiandre dalla Spagna.

Il filo narrativo si svolge nello stile più classico del giallo, tra colpi di scena e una storia d’amore appena accennata.
Nella continuità temporale della storia e nei dialoghi secchi si scorge l’origine teatrale della vicenda. Ovviamente non manca il finale a sorpresa, nel quale Tenisci riannoda abilmente i vari fili della storia, con un imprevedibile colpo di scena di cui non vi svelo nulla.

La grande abilità di Tenisci è quella di portare avanti l’intreccio giallo senza buchi nella trama e mantenendo costante la tensione narrativa; un valore aggiunto è la bella ricostruzione di una Ortona rinascimentale, un periodo che amo molto.
Un altro pregio, infine, è quello di dare spazio a un personaggio come la Madama, Margherita d’Austria, una donna moderna che portò un governo illuminato ovunque ne avesse la responsabilità, ma che non viene ricordata troppo spesso.

 

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Nero. Dramma in provincia

 

 

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Nero. Dramma in provincia – Recensione

Giancarlo-Giuliani-Nero-Dramma-in-provincia

Scheda

Titolo: Nero. Dramma in provincia

Autore: Giancarlo Giuliani

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2018

Genere: Giallo

ISBN: 978-88-7475-601-8

Prezzo (Euro): 13

N. Pagine: 160

 

Nero. Dramma in provincia

Per la rubrica delle mie piccole recensioni, oggi ho scelto una pubblicazione che soddisfa appieno i miei gusti letterari: “Nero. Dramma in provincia” di Giancarlo Giuliani.

Come suggerisce il titolo, si tratta di un giallo ambientato in una cittadina di provincia che a tratti ricorda la Pescara in cui l’autore vive da tempo.
Giancarlo Giuliani ha passato gran parte della sua esistenza ad insegnare nelle scuole superiori, portando però avanti una carriera parallela come scrittore, poeta e saggista. Giuliani è un autore molto prolifico, ha infatti dato alle stampe per Tabula Fati alcuni romanzi storici, raccolte di versi e il giallo di cui vi parlo.

“Nero” mi ha colpito per la sua struttura di giallo classico e sperimentale nello stesso tempo. Si tratta infatti di un’opera che rimanda ai classici americani per la scelta di adottare uno stile secco e senza fronzoli, ma anche atipico nell’artificio narrativo di mostrare subito ai lettori l’assassino e per l’approfondita analisi psicologica dei vari caratteri.

Due parole sulla trama, senza correre il rischio di anticipare troppo gli avvenimenti, trattandosi di un giallo. Una serie di omicidi sconvolge la vita di una placida città di provincia; il serial killer pare tanto spietato quanto insospettabile, ma una serie di colpi di scena porteranno il tutto fuori dai binari tipici del genere.

Nato inizialmente per un progetto di giallo radiofonico, poi non andato in porto, “Nero” gioca più sull’introspezione psicologica dei personaggi, sulle loro azioni e reazioni e sulle pulsioni che ognuno di noi cerca di tenere a bada, che non sull’intreccio giallo vero e proprio, che pure è ben presente e costituisce la solida ossatura della trama.

Il personaggio che più colpisce è sicuramente Gaia Altieri, una dark lady da antologia, tanto classica nell’aspetto di bionda fatale, quanto peculiare nei suoi comportamenti da manuale di psicologia.

Nero. Dramma in provincia è una lettura snella e godibile – a tratti pare quasi di assistere a un film noir – ed è perfetto per conoscere uno scrittore dai tanti volti, che si è cimentato in opere anche più impegnative, dal giallo storico alla poesia.

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Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

Lizzie Halliday, una serial killer di origine irlandese che sconvolse l’America di fine ottocento, ha il triste primato di essere stata la prima donna condannata alla sedia elettrica.

Un prigioniera pericolosa

Ritratto di Nellie Bly

Ritratto di Nellie Bly

Quel giorno Nelly Bly, antesignana del giornalismo d’inchiesta, avrebbe potuto finalmente intervistare un figura che era entrata con prepotenza negli incubi degli americani. Lì, nella Sullivan County Jail di Monticello, nello Stato di New York, era rinchiusa una prigioniera dal comportamento così selvaggio da aver attirato l’attenzione dei quotidiani di tutto il mondo e di aver solleticato le più morbose fantasie del pubblico. Addirittura, con un certo volo di fantasia, qualcuno sosteneva che la donna fosse in qualche modo coinvolta nei crimini di Jack Lo Squartatore. Costei si chiamava Lizzie Halliday e si era lasciata alle spalle una scia di sangue più lunga di quanto gli inquirenti credessero. Proprio nelle due interviste con Nelly Bly, Lizzie svelò gli ultimi tasselli della sua storia. Ma andiamo con ordine.

Una serpe in seno

Lizzie era entrata a servizio di Paul Halliday, un benestante settantenne che aveva una fattoria a Burlingham, nel 1889 quando aveva trent’anni. Paul era vedovo e aveva due figli, Robert e John, quest’ultimo purtroppo mentalmente disabile. Lizzie e Paul non ci avevano messo molto a sposarsi, ma la donna proprio non sopportava i figliastri, in particolare quello malato. In aggiunta a funestare il matrimonio arrivarono le crisi di follia della Halliday e i suoi comportamenti inspiegabili. Arrivata a rubare immotivatamente dei cavalli fu arrestata e riconosciuta colpevole ma il suo avvocato la fece assolvere per infermità mentale e internare in manicomio. Paul, ignaro della pericolosità della consorte, commise il tragico errore di aiutarla a tornare a casa.

Nel maggio del 1981 parte della fattoria degli Halliday fu improvvisamente avvolta dalle fiamme e bruciò fino alle fondamenta, uccidendo John. I sospetti caddero immediatamente su Lizzie, ma non fu possibile provare nulla. In agosto Paul scomparve nel nulla e la moglie asserì che si era recato in un paese vicino per lavoro. Nessuno le credette e infine fu emesso un mandato di perquisizione per la sua proprietà.

Gli omicidi

I primi due cadaveri furono rinvenuti in un granaio e appartenevano a due donne, Margaret e Sarah McQuillan. Il fatto che la famiglia delle due vittime l’avesse molto aiutata in passato e che le conoscesse fin da prima di partire dall’Irlanda non le aveva impedito di ucciderle a colpi di pistola. Lizzie, interrogata, diede solo risposte incoerenti, poi fu tradotta in prigione. Ci volle un po’ di più per trovare il terzo corpo, quello di Paul Halliday, che marciva sotto le assi del pavimento. Una volta in custodia nella nella Sullivan County Jail Lizzie cominciò a non mangiare, aggredì la moglie dello sceriffo, provò a dare fuoco al proprio letto e cercò di uccidersi più volte, tanto che alla fine dovette essere incatenata.

Proprio in cella riuscì a incontrarla Nelly Bly, che con le sue domande scoprì che probabilmente quelli per cui era accusata non erano primi delitti di Lizzie. Paul era stato solo l’ultimo di una lunga serie di mariti morti o miracolosamente sopravvissuti.

Una macabra intervista

Lizzie Halliday

Lizzie Halliday, nata Eliza Margaret McNally, venne alla luce intorno al 1859 nella contea di Antrim , in Irlanda,  e la sua famiglia si trasferì in America quando lei era molto giovane. Nel 1879 sposò un uomo che si faceva chiamare Charles Hopkins  (il suo vero nome era Ketspool Brown) e pare che la coppia ebbe un figlio che per un motivo a noi non noto fu messo in un istituto. A meno di un anno dal matrimonio Charles morì improvvisamente. Nel 1881 fu la volta di Artemus Brewer, anche lui deceduto alcuni mesi dopo averla presa in moglie. Il terzo marito fu più fortunato e la lasciò poco dopo le nozze. Al quarto consorte, il veterano di guerra George Smith, fu riservata un tazza di tè corretta con l’arsenico, ma l’uomo riuscì a salvarsi e Lizzie dovette fuggire. Rifugiatasi nel Vermont sposò il quinto marito, Charles Playstel, ma lo lasciò dopo meno di due settimane. Probabilmente Charles ringraziò la sua buona sorte per tutta la vita.

Nel 1888 Lizzie Halliday fece la sua comparsa a Philadelphia, dove soggiornò presso una famiglia che viveva accanto alla sua quando erano in in Irlanda: I McQullians. Non molto tempo dopo Margaret e Sarah avrebbero pagato cara questa loro gentilezza. Mentre era a Philadelphia Lizzie aprì un negozio, ma in breve decise di bruciarlo per avere i soldi dell’assicurazione. Fu scoperta e condannata a due anni di carcere. Uscita dall’istituto di correzione conobbe Paul Halliday.

Ancora sangue

Nessuno sa con certezza cosa sia accaduto ai primi due consorti di Lizzie, ma apparve chiaro a tutti che l’elenco degli sventurati che hanno incrociato la sua strada conti più punti di quelli noti. Il 21 giugno 1894 la Halliday fu condannata per l’omicidio di Margaret e Sarah McQuillan, che quasi certamente non furono le prime vittime e purtroppo non furono nemmeno le ultime.

Lizzie Halliday fu la prima donna ad essere destinata alla sedia elettrica, ma data l’infermità mentale la pena venne commutata in un ergastolo da scontare in una clinica psichiatrica, il Matteawan State Asylum. Qui, nel 1906, la serial killer avrebbe riscosso il suo ultimo tributo di sangue pugnalando decine di volte un’infermiera, Nellie Wickes.

Lizzie Halliday morì il 28 giugno 1918.

 

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San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

 

 

 

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Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Tutti sappiamo che la Pasqua è la festa cristiana che celebra la resurrezione di Gesù, ma conosciamo anche le origini delle tradizioni legate ad essa? Scopriamo insieme qualche curiosità!

Resurrezione (Raffaello)

Le origini

Il nome Pasqua deriva da una parola aramaica, “Pesach”, che significa “passaggio”. Nei paesi anglosassoni la festività si chiama “Easter” e trae il suo nome da un’antica divinità germanica, “Eastre” o “Eostre”, collegata alla fertilità, alla rinascita e quindi alla primavera.

La data della Pasqua cambia ogni anno, cadendo sempre di domenica, vi siete mai chiesti perché e come si calcola? Il motivo è la ricerca di far cadere la festività nelle condizioni il più simile possibile all’epoca di Cristo, il calcolo è invece assai complicato e si basa sulla Pasqua ebraica e sul calcolo dell’epatta, ovvero l’età della luna al 1° gennaio. Semplificando molto, la Pasqua cade la domenica successiva alla prima luna piena di primavera, quindi sempre tra il 22 marzo e il 25 aprile.

Le uova

Perché a Pasqua si regalano uova? E’ una tradizione che ha radici ben precedenti al Cristianesimo.

Uova di Pasqua

Le uova, simbolo di vita nuova e fertilità, erano già un apprezzato dono ai tempi di romani, persiani, fenici, greci e, in particolar modo, egiziani. Anche questo simbolo era spesso legato all’equinozio di primavera.

Il primo uovo di Pasqua al cioccolato venne prodotto nel 1873 a Bristol, in Inghilterra, dall’azienda Fry. Da allora è diventata la golosità per eccellenza di Pasqua, solo negli Stati Uniti se ne stima una vendita di 600 milioni di pezzi.

Nel Guinness dei primati trova spazio un uovo di cioccolata dall’incredibile peso di sette tonnellate e l’altezza di oltre dieci metri. E’ stato realizzato in Italia.

Il coniglietto e la colomba

La tradizione del coniglietto di cioccolata è ancora legata a miti pagani. Quest’animale, infatti, era un simbolo di fertilità grazie alla sua proverbiale prolificità, mentre in Egitto era legato al culto della luna, il satellite che, come vedremo, riveste un ruolo importante nel calcolo della data.

La colomba invece, oltre a essere simbolo biblico di pace, è collegata a una leggenda medievale sul longobardo Alboino e la sua invasione di Pavia. Quando il barbaro ordinò che gli fossero consegnate le vergini del paese, le donne tentarono di ingraziarselo preparando dolci a forma di colomba, animale preferito di Alboino.

Il passaggio del Mar Rosso

Le usanze riguardo la Pasqua sono ovviamente diverse nel mondo. Ad esempio negli Stati Uniti il dolce più diffuso è il marshmello, mentre la decorazione delle uova è importantissima nei paesi dell’est Europa, specie in Ucraina, e prende il nome di Pysanka.

Importanza religiosa

Anche se tendiamo a considerare il Natale la festa cardine del Cristianesimo, anche in chiave commerciale, in realtà la Pasqua dovrebbe essere la ricorrenza più importante per i fedeli. La resurrezione è infatti il concetto rivoluzionario su cui si basa tutta la fede cristiana.

La Pasqua ebraica cade più o meno contestualmente a quella cristiana e commemora la traversata del Mar Rosso di Mosè e del popolo ebraico, ovvero la sua liberazione dalla schiavitù.

 

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