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Tamara de Lempicka, la regina dell’Art Déco

Tamara de Lempicka, chiacchierata, rivoluzionaria e scabrosa ritrattista polacca, è stata una delle principali esponenti  dell’Art Déco. 

Innamorarsi dell’arte

Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka è stata un’artista peculiare, allo stesso tempo di rottura e figlia dei suoi tempi, star indiscussa degli Anni Ruggenti non solo con i suoi sensuali ritratti, ma anche col suo stile di vita anticonformista.

Era nata a Varsavia il 16 maggio 1898 e, rimasta orfana di padre, visse con la madre, i fratelli e la nonna. Fu proprio quest’ultima a condurla con sé, nel 1907, nel viaggio tra la Francia e l’Italia che la fece innamorare della pittura. Ancora bambina imparò a padroneggiare la tecnica dell’acquerello e proseguì i suoi studi tra Mentone e Losanna.

Morta la nonna Tamara de Lempicka si spostò a San Pietroburgo da una zia e lì, nel 1916, conobbe il primo marito: Tadeusz Łempicki. C’è da dire che attirò l’attenzione dell’uomo in modo piuttosto peculiare: presentandosi ad una festa nella sua villa travestita da guardiana di oche, con tanto di pennuti al guinzaglio.

Il matrimonio fu infelice e segnato da numerosi tradimenti da parte di entrambi, ma quando Tadeusz fu arrestato dai bolscevichi Tamara fece di tutto per farlo liberare. E ci riuscì.

Da Parigi a New York

La Russia della rivoluzione non era più un posto sicuro per la coppia, che decise di riparare a Parigi. Qui Tamara de Lempicka studiò presso l’Académie de la Grande Chaumiere e l’ Académie Ranson e nel 1922 fece la prima mostra al Salon d’Automne. Grazie al suo stile innovativo e particolare e all’intensa carica di sensualità delle sue opere, la sua ascesa come ritrattista fu rapidissima. Ad aumentare ulteriormente la sua fama fu il suo scabroso style de vie, a base di viaggi favolosi, foto sui tabloid e frequentazioni bisessuali.

Enormemente colpito dal suo talento fu Filippo Tommaso Marinetti, che la aiutò a organizzare una mostra un Italia. I suoi quadri tuttavia furono accolti tiepidamente e una possibilità di rilancio arrivò dalla proposta di Gabriele D’Annunzio farsi ritrarre da lei. Il Vate, più interessato alle forme di Tamara che alla sua arte, nel 1925 la invitò a soggiornare al Vittoriale. I tentativi di seduzione del poeta caddero totalmente nel vuoto e alla fine il progetto del dipinto andò in fumo.

Nel 1928 Tamara de Lempicka divorziò da Tadeusz e cinque anni dopò sposò il barone Raoul Kuffner. Continuò a girare ed esporre in giro per l’Europa con grande successo, ma nel 1939, all’indomani dell’invasione della Polonia, si trasferì a Los Angeles col nuovo sposo. Tre sue grandi esposizioni furono organizzate alla Julian Levy Gallery di New York, alle Courvoisier Galleries di San Francisco e al Milwaukee Institute of Art, ma non ebbero il successo sperato. Solo in seguito i suoi lavori vennero notevolmente apprezzati.

Tamara de Lempicka in una bugatti verde

Tamara de Lempicka in una Bugatti verde

Nuovi stili

Dopo le seconde nozze Tamara dovette affrontare una forte depressione e si avvicinò sempre di più alla religione, spostando i suoi soggetti anche su temi spirituali, ma questo mutamento non fu affatto apprezzato dal pubblico.

Nel 1961 il barone Kuffner morì e Tamara si trasferì a Houston, dove si dedicò all’arte astratta e alla tecnica della spatola. Anche stavolta il cambiamento le procurò delle critiche e la pittrice, esasperata, decise di non esporre mai più.

Nel 1978, ormai ottantenne, si trasferì in Messico e sposò lo scultore Victor Manuel Contreras, di oltre quarant’anni più giovane.

Tamara de Lempicka morì il 18 marzo 1980 e le sue ceneri vennero sparse sul vulcano Popocatépetl.

 

 

 

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Eleonora Di Arborea e La Carta De Logu

Seicento anni prima della promulgazione della nostra bella costituzione, in Sardegna era stato vergato un codice di leggi straordinariamente moderno e illuminato. Si chiamava Carta de Logu e doveva moltissimo alla lungimiranza di una donna: Eleonora di Arborea.

Arborea a i tempi di Mariano IV

Al tempo di Eleonora la Sardegna era divisa in 4 parti indipendenti l’una dall’altra conosciute come giudicati: Torres, Arborea, Gallura e Cagliari. Nel 1297 il papa diede un terribile colpo all’autonomia di questi luoghi, donandoli come feudi a Giacomo II, re d’Aragona, e determinando quindi l’inarrestabile sottomissione dell’isola da parte degli spagnoli. Il giudice di Arborea, Mariano IV dei de Serra Bas, non si rassegnò alla sudditanza e si ribellò nel 1353 con lo scopo di riunire tutti i territori sardi e di dar loro dignità di provincia aragonese. I sardi non dovevano diventare dei semplici vassalli.

Nozze di Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria (di Antonio Benini, 1835-1911)

Nozze di Eleonora d’Arborea e Brancaleone Doria (di Antonio Benini, 1835-1911)

La figlia di Mariano era per l’appunto Eleonora, nata a Molins de Rei all’incirca nel 1347, che nell’ottica di combattere la potenza straniera aveva sposato (prima del 1376) Brancaleone Doria, un nobile di origine genovese che possedeva vasti territori in Sardegna.

Mariano era morto nel 1375 e il giudicato di Arborea era passato nelle mani del suo primogenito, Ugone III.

Nel 1382 Eleonora si trasferì a Genova, dove riuscì a legare la famiglia del doge alla sua elargendo un prestito di 4.000 fiorini d’oro. Sul contratto vi era una postilla che stabiliva che Federico, primogenito di Eleonora, avrebbe dovuto sposare la figlia del doge, Bianchina. Le nozze non avvennero mai a causa della prematura morte di Federico, ma questo patto pose comunque le basi per l’alleanza tra la Sardegna e Genova

Giudicessa di Arborea

 

Eleonora di Arborea

Eleonora di Arborea

Nel 1383 Ugone III e la sua unica erede furono assassinati durante una rivolta popolare ad Oristano. Eleonora di Arborea si affrettò a tornare in patria per sedare le ribellione mettere al potere il suo primogenito. Era particolarmente importante che il re di Aragona riconoscesse Federico come successore di Ugone, quindi Brancaleone Doria si recò personalmente a Barcellona per incontrare re Pietro IV. Brancaleone, però, fu arrestato e portato a Cagliari come ostaggio. Sarebbe stato liberato solo nel 1390.

Eleonora non si arrese e non si fece piegare. L’antico rito religioso sardo permetteva alle donne di succedere ai parenti maschi, quindi la donna si dichiarò giudicessa di Arborea e prese il posto di reggente nel nome del figlio minorenne. I villaggi del territorio del giudicato le giurarono presto fedeltà e per Pietro IV fu l’ultima goccia: era guerra.

La giudicessa tuttavia preferiva le vie diplomatiche a quelle belliche e nel 1385 arrivò ad Arborea il rappresentate del trono Aragonese, Pietro IV. Le estenuanti trattative durarono quasi tre anni e videro la conferma di Federico come governante di Arborea. La reggenza venne nominalmente affidata al padre, che era ancora prigioniero, ma de facto il potere era nelle mani di Eleonora.

La Carta de Logu

 

Albero Eradicato del Giudicato di Arborea

Albero Eradicato del Giudicato di Arborea

La donna decise di abbandonare completamente l’autoritarismo del fratello, che gli era per altro costato la vita, e di ispirarsi al governo paterno. Il più notevole apporto di Eleonora di Arborea fu l’aggiornamento della Carta de Logu (carta del luogo), un codice di leggi già promulgato dal padre, con una serie di modifiche che lo misero alla base del concetto di stato di diritto: tutti dovevano conoscere le regole e tutti erano tenuti ad osservarle. Le norme, scritte in lingua logudorese per poter essere comprese da chiunque, mostravano una incredibile modernità, inasprendo ad esempio le pene per chi appiccava incendi e per gli stupratori. La Carta rimase in vigore fino al 1827, quando fu sostituita dal Codice Feliciano.

Ancora guerra

La pace faticosamente costruita non era destinata a durare. Nel 1391 Brancaleone diede il via ad una campagna militare che portò a riunire quasi tutta la Sardegna in unico regno. Gli Aragonesi, inizialmente sconfitti, ebbero però la loro riscossa a causa di un nemico invisibile che minò le difese sarde: la peste.

Negli ultimi anni la giudicessa si ritirò dalla politica e lasciò il governo a Brancaleone e al figlio Mariano, successore di Federico, che tuttavia avrebbero avuto tra loro tremendi dissapori.
Eleonora di Arborea morì nel 1404. Il giudicato passò nelle mani di Mariano, che perì nel 1407 lasciando il potere al suo parente più prossimo, Guglielmo III di Narbona. Dopo alcune pesanti sconfitte subite dal re di Sicilia che rappresentava la corona aragonese, Guglielmo decise di rinunciare ai propri diritti in favore di re Alfonso V il Magnanimo in cambio di 100.000 fiorini d’oro.

Il 17 agosto 1420 moriva il giudicato di Arborea.

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Il risveglio di bruno – Recensione

Scheda

Titolo: Il risveglio di Bruno

Autore: Gabriele Di Camillo

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: favola/satira

ISBN: 978-88-7475-562-2

Prezzo (Euro): 8

N. Pagine: 80

Il risveglio di Bruno

Il libro di cui vi parlo oggi è “Il risveglio di Bruno” di Gabriele Di Camillo, la curiosa storia di un orso – Bruno, appunto – e del suo risveglio da un lungo letargo.

“Il risveglio di Bruno”, uscito per i tipi di Tabula Fati, è il primo libro di Gabriele Di Camillo. L’opera prima dell’autore giunge dopo tanti anni di teatro, come attore e autore di commedie. Numerose e illustri le collaborazioni: con Sista Bramini, fondatrice del Teatro Natura; Spiro Scimone; Dacia Maraini, che ha voluto regalargli la prefazione e lo scenografo Paolo Cameli, autore invece della copertina.

Da tempo attivo nel settore dell’automotive, Di Camillo ha esordito a teatro con “Lu garzone in fa”, commedia dialettale che gli è valsa premi nazionali e che lo ha incoraggiato a proseguire in quella che era solo una sua passione.

Questo libro è una sorta di punto d’incontro tra Esopo, Trilussa e la commedia dialettale, una sequela di invenzioni e creatività. Nel libro assistiamo al risveglio dal letargo di Bruno, un giovane cucciolo d’orso che appare però un po’ cresciuto; l’animale ha infatti dormito per cent’anni ed è cresciuto senza rendersene conto. Il suo incontro con un camoscio, un cervo e un lupo, darà luogo a situazioni ora esilaranti, ora causa di importanti riflessioni, e a una sorta di pausa nel tipico meccanismo cacciatore-preda.

Lo stile dell’autore ambisce a tracciare una netta differenza con i suoi precedenti teatrali, privilegiando ampie descrizioni ambientali, alternate agli efficaci dialoghi tra i vari animali.

A metà tra favola e satira sociale, “Il risveglio di Bruno” edito da Tabula Fati mira a divertire un pubblico soprattutto giovane, ma non solo; le argute riflessioni di Di Camillo mettono infatti in luce molti aspetti rilevanti del nostro modo di vivere, non sempre lusinghieri, suggerendo una serie di riflessioni.

 

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Quando Borg posò lo sguardo su Eve

Sotto le scale

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Sotto le scale – Recensione

sotto le scale

Scheda

Titolo: Sotto le scale

Autore: Manuela Toto

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: poesia

ISBN: 9788874757091

Prezzo (Euro): 9

N. Pagine: 93

Sotto le scale

La poesia non è esattamente il terreno su cui mi sento più a mio agio, ma “Sotto le scale” di Manuela Toto mi ha subito conquistata.

Manuela è psicologa e consulente familiare, e sicuramente le sue scelte professionali si riverberano in parte nel suo stile di scrittura, che suscita fin da subito notevole empatia nel lettore. Come descrive anche in un suo componimento, l’amore per la scrittura e la poesia nasce in Manuela fin dalla più tenera età, accompagnandola come una vera necessità per tutta la sua vita. Il suo stile, anche se non si definisce una divoratrice di poesia, mi ha ricordato in alcuni passaggi l’ermetismo denso di pathos di Ungaretti.

La scrittura di Manuela Toto, sebbene sia questa la sua prima raccolta, appare matura e perfettamente compiuta; i temi che si rincorrono tra i versi sono molti e fanno tutti parte delle grandi domande che ognuno di noi si pone. Il tono di voce e il feeling di Manuela è sempre all’insegna della più totale sincerità, quasi come se la poetessa volesse mettere a nudo la sua anima regalandoci un pezzo di sé e del suo percorso di vita.

“Non siamo tutti perfetti, ed è bellissimo!”, sembra dirci l’autrice nelle sue liriche, tracciando una sorta di elogio dell’imperfezione, di quelle piccole debolezze che rendono ognuno di noi unico e irripetibile. L’assenza di giudizio verso chi sbaglia è un’altra prerogativa della Toto, quasi come se Manuela osservasse la sua vita e quella degli altri con un’imparzialità non priva però di pietas umana.

Il femminile, declinato in ogni sua sfumatura, è un altro tema forte in “Sotto le scale”. La maternità, l’energia femminile, l’accoglienza, sono tutte doti marcatamente trattate nel libro della Toto ma senza forzature, ben al di là dei tipici stereotipi.
Il superamento del dolore e la scrittura come catarsi sono altri argomenti che mi hanno colpita in questa preziosa silloge.

Da non dimenticare i numerosi riconoscimenti nazionali ottenuti da “Sotto le scale” e gli altri progetti dell’autrice, a cavallo tra poesia, arte e teatro, come “Monere”.

“Sotto le scale” è un libro che mi sento di consigliare sia agli amanti più smaliziati della scrittura in versi, che a chi vi si approccia per le prime volte.

 

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Quando Borg posò lo sguardo su Eve

 

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Majella Madre

“Majella Madre”, la chiamiamo tutti così in paese.
Alessia si girò per un attimo e sorrise alla nonna, distogliendo lo sguardo dalla finestra. Le piaceva tanto guadare la cima della montagna che si ricopriva sempre più di neve.
“Vuoi sapere com’è nata?”
“Certo!”
“Allora vieni qui vicino a me e te lo racconterò.”
La bimba saltò giù dallo sgabello su cui si era appollaiata e corse dalla nonna. Le si accoccolò accanto e ascoltò attenta mentre l’anziana donna narrava…

Majella Madre

Maja si portò una mano davanti agli occhi per schermarli dalla luce del sole morente. Le era parso di intravedere qualcosa all’orizzonte, ma aveva timore di abbandonarsi alla speranza, da tanti giorni erano in balia delle onde su quella zattera che reggeva a malapena il loro peso. Volse lo sguardo sul figlio che le giaceva accanto. Ermete, il guerriero valoroso, ora era sdraiato al suo fianco in preda ad una violenta febbre, col volto cereo e imperlato di sudore. La tunica che indossava era ancora macchiata di sangue, laddove una lancia nemica gli aveva squarciato il fianco. Maja, dall’alto della volta celeste, aveva assistito alla scena ed era accorsa a portarlo via dal campo di battaglia. Nessuna donna mortale avrebbe potuto salvare Ermete, ma lei non era una donna mortale.

Gran Sasso

Gran Sasso

Osservò ancora  e poté distinguere con chiarezza la sagoma di una città. Pregò Poseidone di farli giungere presto a destinazione e il dio, agitando il suo tridente, inviò delle alte onde che li depositarono dolcemente sulla sabbia tiepida. E così la più bella ninfa tra le Pleiadi, era finalmente giunta nel porto di Orton.

Maja era indicibilmente stanca, ma era infine riuscita a condurre Ermete sul Gran Sasso, unico luogo in cui cresceva l’erba in grado di salvarlo dal veleno che gli stava facendo bruciare il sangue. Nascose il figlio in una grotta, poi si affrettò nei boschi per cercare la piantina, ma si scatenò una terribile nevicata. La ninfa continuò a cercare disperatamente, ma la spessa coltre di neve aveva reso impossibile trovare l’erba medica. Quando tornò nella grotta, per Ermete era troppo tardi. Maja lo pianse per giorni, poi lo seppellì sulla cima della montagna. Il mattino dopo, quando i pastori si svegliarono per radunare le greggi, si trovarono davanti un prodigio: il corpo di Ermete era mutato in un enorme monte, che da allora fu chiamato “Il gigante addormentato”.

Maja, col cuore spezzato, non volle continuare a vivere senza l’amato Ermete e si lasciò andare alla morte. Le Pleiadi, sue sorelle, la adornarono con ricche vesti e  la seppellirono su un imponente massiccio di fronte al Gran Sasso, affinché madre e figlio potessero vegliare l’uno sull’altra per l’eternità.

Da quel giorno la montagna che custodisce il corpo di Maja prese l’aspetto di una donna pietrificata e in suo onore venne chiamata Majella.

Ancora oggi, al soffiare del vento, sulla Majella è possibile ascoltare il lamento di Maja che piange il figlio perduto.

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Quando Borg posò lo sguardo su Eve – Recensione

Copertina del libro

Scheda

Titolo: Quando Borg posò lo sguardo su Eve

Autore: Annarita Stella Petrino

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: fantascienza

ISBN: 978-8874757626

Prezzo (Euro): 15

N. Pagine: 205

Quando Borg posò lo sguardo su Eve

La fantascienza non è mai stata il mio genere di elezione. Proprio per questo il romanzo “Quando Borg posò lo sguardo su Eve” si è rivelato una piacevolissima sorpresa.

Il libro si apre presentandoci Lilandra Nassir, giovane, bella e piena di vita, a cui sta stretta la prigione dorata in cui è costretta a vivere. Lilandra infatti non è una ragazza qualunque, ma la rampolla di una aristocratica e potentissima famiglia Borg. Chi sono i Borg? Sono esseri umani geneticamente modificati, creati per servire come schiavi i loro realizzatori, che nel corso delle generazioni sono diventati sempre più forti e indipendenti.

La loro rivolta ha completamente ribaltato gli equilibri e gli esseri umani sono diventati creature neglette e sfruttate, però non si sono rassegnati al loro destino. Saranno proprio i focolai di ribellione a sconvolgere la vita di Lilandra e a trascinarla fuori dalle mura protettive della sua villa. Sarà sola, ignara dell’orrore del mondo esterno e impreparata all’ostilità nei suoi confronti. Questo romanzo, che sicuramente rientra nel genere della fantascienza più classica e che strizza l’occhio a George Orwell e a Isaac Asimov, ha tutti gli elementi che possono appassionare i lettori sci-fi, ma non è affatto scontato.

Quelli che appaiono come i più classici cliché di genere vengono reinterpreti attraverso la sensibilità dell’autrice, che ci presenta un modo duro e difficile ma mai privo di speranza per il futuro. Un mondo in cui i ruoli di buoni cattivi non sono affatto definiti come possono sembrare. Un aspetto rimarchevole di questo romanzo è inoltre legato allo sviluppo della protagonista e non solo: Lilandra cresce, si fortifica, impara a destreggiarsi in una realtà avversa e a padroneggiare le sue grandi capacità, rendendo quest’opera ascrivibile anche ai romanzi di formazione.

Senza anticiparvi troppo della trama, “Quando Borg posò lo sguardo su Eve” è una lettura fresca, scorrevole e mai banale, consigliatissima ai fan della fantascienza classica e a chi per la prima volta vuole approcciarsi ad essa.

Annarita Stella Petrino gestisce l’omonima pagina e il blog Petrinoscifi.

 

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La strana morte di Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe è stato uno dei più grandi autori americani e l’ideatore indiscusso del racconto giallo e dell’orrore. Uomo sensibile e tormentato, ha lottato tutta la vita contro le dipendenze e contro l’incomprensione dei suoi contemporanei.

“Reynolds, Reynolds”

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

“Reynolds, Reynolds”. Pare fosse questo il nome misterioso che il paziente invocava nel suo stato di delirio, mentre attendeva la morte in un letto dell’ospedale del Washington College. Era la notte tra il 6 e il  7 ottobre 1849 e l’uomo sarebbe spirato di lì a poco, dopo quattro giorni di ricovero in stato confusionale.

Aveva vagato per le strade di Baltimora, allucinato e farneticante, fino a che si era accasciato a terra. Joseph Walker lo aveva trovato così, mentre camminava davanti alla sede dei Whig (attuale partito repubblicano) e aveva soccorso quello sventurato lacero e stravolto. Nonostante la prostrazione il ferito era riuscito a fare un nome di un editore, Joseph Snodgrass, e a rivelare la sua identità: era lo scrittore Edgar Allan Poe.

Walker riuscì a contattare Snodgrass, ma né lui né la famiglia dello scrittore riuscirono a spiegare la sua presenza a Baltimora, in quanto Edgar era partito da Richmond il 27 settembre per recarsi a Filadelfia, o perché indossasse abiti non suoi. Cosa sia accaduto in quei giorni rimane avvolto nel mistero, Allan Poe non tornò mai abbastanza lucido per spiegarlo, come non riuscì mai a rivelare chi fosse Reynolds.

All’inizio i medici attribuirono la sua morte a congestione cerebrale o delirium tremens, tutti eufemismi per indicare una grave intossicazione da alcool, ma l’effettiva causa della morte resta sconosciuta. I referti ospedalieri del tempo e il certificato di morte sono andati persi e nemmeno riesumare il corpo è servito a dare risposte. Sono state fatte molto illazioni, dalla meningite alla rabbia, ma sicuramente una delle più diffuse ai tempi fu il cooping: Edgar Allan Poe sarebbe stato rapito e costretto a bere alcool misto a narcotici allo scopo di portarlo ripetutamente e votare per lo stesso candidato contro la sua volontà. Addirittura ci fu chi ventilò l’ipotesi dell’omicidio, in quanto sembra che l’uomo stesse per chiedere la mano di una ricca vedova.

Col tempo e col progredire della tecnologia alcune cause sono state escluse, come l’alcolismo o l’avvelenamento, ma cosa abbia effettivamente portato via il padre della letteratura di genere permane un mistero che non avrebbe sfigurato in uno dei suoi racconti.

I primi anni

Edgar Allan Poe nacque a Boston il 19 gennaio 1809. Rimasto orfano in tenera età fu adottato da una famiglia di commercianti scozzesi, gli Allan, insieme a cui si trasferì in Inghilterra nel 1815. Qui studiò per un anno presso un collegio di Chelsea, il cui preside aveva metodi educativi che sicuramente non aiutarono l’equilibrio mentale del ragazzo: insegnava a i ragazzi a far di conto utilizzando le date di nascita e morte del vicino cimitero e consegnava ad ogni studente una pala di legno, allo scopo di scavare la tomba di chi moriva durante il periodo scolastico.

Il suo percorso scolastico proseguì presso la Manor House School di Stoke Newington, dove studiò i massimi scrittori inglesi, poi nel 1820 Poe e la sua famiglia tornarono negli Stati Uniti.

Nel 1825, dopo l’espulsione dalla Richmond Academy, i primi segni dei problemi nervosi che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita cominciarono a farsi evidenti, soprattutto in seguito alla morte di Elena Stannard, madre di un suo compagno di classe, di cui Edgar si era infatuato.

Edgar Allan Poe nel 1848

Edgar Allan Poe nel 1848

Poco dopo il cuore di Allan Poe si sarebbe nuovamente spezzato. Da prima ancora della sua partenza per la Gran Bretagna c’era stata tenerezza tra lo scrittore e la figlia dei vicini, Sarah Elmira Royster. I due ragazzi si erano ritrovati nel 1826 e avevano deciso di fidanzarsi segretamente, ben conoscendo la disapprovazione del padre di lei nei confronti della loro unione. Poco dopo Edgar Allan Poe partì per l’Università della Virginia, ma nessuna delle lettere che scriveva alla sua amata finivano nelle mani della fanciulla. Il padre di Sarah li aveva scoperti e intercettava e distruggeva le missive. La ragazza, credendosi dimenticata, finì con lo sposare un altro uomo.

Nel frattempo Edgar, ancora ignaro dell’accaduto, stava già sprofondando in una spirale autodistruttiva fatta di alcol e gioco d’azzardo. Abbandonata l’università tornò a Richmond, ma essendo ai ferri corti col col padre e straziato dal matrimonio di Sarah decise di trasferirsi a Boston.

 

Nell’esercito

Edgar Allan Poe cercò per un po’ di mantenersi con lavori occasionali, ma alla fine per poter sopravvivere decise di arruolarsi. Il 27 maggio 1827, mentendo sulla sua età e sul suo nome, divenne un soldato del Fort Independence. In quello stesso anno pubblicò in forma anonima “Tamerlano e altre poesie”, che però non riscosse alcun successo.

Virginia Clemm

Virginia Clemm

Dopo due anni nell’esercito e dopo aver raggiunto il grado di sergente maggiore, Poe decise di congedarsi. Confessata la verità al suo tenente, si sentì rispondere che sarebbe stato lasciato libero solo se avesse fatto pace col padre adottivo.

Tutte le suppliche di Edgar caddero però nel vuoto e il ragazzo non fu nemmeno informato della malattia che stava uccidendo la madre, tanto che non poté mai darle il suo ultimo saluto.

Dopo la morte della moglie il signor Allan accettò di aiutare Poe, che lasciò l’esercito e si stabilì per un breve periodo dalla sua zia naturale, Maria Clemm, e dalla sua famiglia.

Nel 1930 Poe entrò all’accademia militare di West Point, ma pochi mesi dopo, a causa di liti furibonde, fu nuovamente rinnegato dal padre e decise di lasciare l’accademia facendosi processare deliberatamente dalla corte marziale per aver disubbidito ad un ordine. Nel 1931 si recò a New York e, grazie ad un colletta dei compagni di West Point, pubblicò il volume di poesie “Poems”

 

Vivere della propria penna

Prima pagina dei Racconti del grottesco e dell'arabesco

Prima pagina dei Racconti del grottesco e dell’arabesco

Edgar Allan Poe fu il primo statunitense a cercare di fare della scrittura la unica fonte di reddito, ma purtroppo le sue aspettative furono presto disilluse e lo scrittore fu costretto ad accettare altri lavori.

Nel 1933 il racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” vinse un premio assegnato dal Baltimore Saturday Visiter. Poe attirò così l’attenzione del ricco John Pendleton Kennedy, che lo presentò al direttore del Southern Literary Messenger di Richmond. Edgar fu assunto in quest’ultimo giornale, ma l’impiego durò poco: sorpreso in stato di ubriachezza fu licenziato.

Tornato a Baltimora, il 22 settembre 1835 sposò in segreto sua cugina Virgina Clemm, che aveva solo 13 anni. La promessa di migliorare il proprio comportamento lo face riassumere al Southern Literary Messenger, quindi si trasferì a Richmond con la moglie e la suocera. Negli anni successivi pubblicò poesie, recensioni e articoli di critica, inoltre furono dati alle stampe “Storia di Arthur Gordon Pym” e “I racconti del grottesco e dell’arabesco”: era nato il racconto dell’orrore.

Trasferitosi a Filadelfia scrisse “La caduta della casa degli Usher” e diversi racconti. Cercò anche di trovare un impiego stabile alla dogana della città grazie alla sue conoscenze, ma non si presentò mai all’incontro per discutere la sua nomina, forse perché ubriaco.

Nel 1841, Egar Allan Poe diede la vita al romanzo poliziesco, scrivendo “I delitti della Rue Morgue”, in cui compare il primo detective della letteratura, Auguste Dupin. Acuto osservatore, fine conoscitore dell’animo umano, freddamente distaccato, Dupin sarà il capostipite di tanti altri investigatori, da Sherlok Holmes a Nero Wolfe. Di quegli anni sono anche racconti come “Il pozzo e il pendolo”, “Il mistero di Marie Roget” e “Il ritratto ovale”.

Una perdita incolmabile

Tomba di Poe

Tomba di Poe

Nel 1842 Virgina iniziò a mostrare i segni della tubercolosi e il mondo di Poe andò in frantumi. Cominciò a bere ancora di più e lasciò il lavoro. Tornato a New York, divenne editore e poi proprietario del Broadway Journal. Nel 1943 ottenne un po’ della meritata celebrità con “Lo scarabeo d’oro” e “Il gatto nero” e nel 1845 la poesia “Il corvo” fece grande scalpore. Al riconoscimento però non corrispose un’adeguata retribuzione economica, inoltre il Broadway Journal fallì. Poe e la moglie si trasferirono in un cottage a Fordham (attuale) Bronx, in cui Virginia morì il 30 gennaio 1847. Erano così poveri che Edgar fu costretto ad usare le lenzuola del corredo come sudario.

La perdita della moglie avrebbe definitamente sconvolto Edgar ed influenzato profondamente la sua produzione successiva. Tornato a Richmond, nel 1848 incontrò nuovamente il suo amore di gioventù, che tanto aveva ispirato le sua prime opere, Sarah Elmira Royster, che era diventata vedova. Non si è mai saputo se i due si fossero fidanzati ufficialmente, ma è sicuro che tra loro fosse rinata l’antica tenerezza.

Il 26 settembre 1849, il giorno prima della sua partenza per Filadelfia, Edgar si recò a casa di Sarah per salutarla. I due non si sarebbero mai più rivisti.

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Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Giorgio William Vizzardelli, detto il killer di Sarzana, è stato un assassino seriale e il più giovane ergastolano italiano.

I primi delitti

Giorgio nacque il 23 agosto 1922 a Francavilla al Mare, ma trascorse la sua vita a Sarzana, dove il padre Guido era direttore del registro.

Studente indisciplinato e svogliato, Giorgio William Vizzardelli aveva tre grande passioni: la distillazione dell’alcol, le armi da fuoco e il desiderio sfrenato di diventare come il suo mito, Al Capone, e mal sopportava a disciplina richiesta presso la sua scuola, il Collegio delle Missioni di Sarzana.

Il collegio della missione

Il 4 gennaio 1937 il rettore dell’istituto, Don Umberto Bernardelli, venne aggredito nel suo studio e freddato a colpi di pistola. Il colpevole, a volto coperto, fuggì fino alla portineria dove fece fuoco anche contro don Andrea Bruno, poi sparì portando con sé un bottino di 15500 lire. Da subito gli inquirenti si fecero l’idea che la vera vittima fosse don Umberto, uomo integerrimo di giorno e frequentatore di donne di notte, e che don Andrea si trovasse solo al posto sbagliato nel momento sbagliato.

La prima pista, quella del marito geloso, venne però presto accantonata. Poco prima di morire il rettore aveva litigato con Vincenzo Montepagani, studente di ingegneria in difficoltà economiche e con un fisico simile a quello dell’aggressore. Il giovane venne arrestato e processato, ma l’abilità del suo avvocato e la presenza di testimoni a favore gli salvarono la vita. Esaurita anche questa ipotesi, la polizia si trovò ad un punto morto. Nessuno avrebbe potuto sospettare del giovane Giorgio William Vizzardelli.

Ancora sangue

Il 2 agosto 1938 due corpi senza vita vennero ritrovati vicino a Sarzana. Livio Delfini, barbiere, e Bruno Veneziani, tassista, giacevano accanto alla vettura di quest’ultimo, assassinati con due rivoltelle diverse, una calibro 9 e una 6.5.

Delle indagini venne incaricato Paolo Cozzi, che nonostante le pressioni per seguire la pista politica, si convinse che il delitto aveva a che fare con quello, ancora irrisolto, dei due sacerdoti. Cozzi non riuscì però ad arrivare ad una svolta, almeno fino al 29 dicembre 1939.

Giorgio William Vizzardelli

Giorgio William Vizzardelli

Quel giorno Guido Vizzardelli, arrivato al lavoro si trovò davanti uno spettacolo raccapricciante: il custode, Giuseppe Bernardini, aveva un’ascia conficcata nella fronte, il cui manico era stranamente appiccicoso. La cassaforte, totalmente vuota, non era stata scassinata e l’unica chiave era in possesso di Guido.

Scattata la perquisizione a casa Vizzardelli, la polizia trovò in cantina delle bottiglie sporche della sostanza trovata sul manico dell’arma. Guido rivelò che quel materiale apparteneva al figlio e quando gli inquirenti scoprirono che Giorgio William Vizzardelli frequentava l’avviamento commerciale proprio al Collegio delle Missioni non ci volle molto a fare il collegamento.

Il processo

Giorgio William Vizzardelli venne convocato per essere interrogato e non ci mise molto a confessare. Don Umberto Bernardelli – rivelò – lo aveva rimproverato una volta di troppo, invece Don Andrea, che forse lo aveva riconosciuto, era stato solo un danno collaterale. Giorgio si era convinto di averla fatta franca, ma Livio Delfini lo aveva disilluso: scoperta la sua colpevolezza lo aveva ricattato.

La notizia della grazia

La notizia della grazia

Vizzardelli decise di dargli appuntamento fuori città e Delfini, forse preoccupato, si recò all’appuntamento in taxi, segnando il suo destino e quello del suo accompagnatore.

Sempre più fuori controllo, a poco più di un anno dagli ultimi delitti, Giorgio compì la sua ultima “impresa”: deciso a trasferirsi negli Stati Uniti, rubò al padre la chiave della cassaforte. Per arrivare al denaro sacrificò l’ultima delle sue vittime, il custode Giuseppe Bernardini.

Giorgio William Vizzardelli venne processato e condannato al carcere a vita, scampando alla pena di morte in virtù della sua età e divenendo il più giovane ergastolano italiano.

Nel 1968 venne graziato dal presidente Saragat e si trasferì a Carrara, dove viveva la sorella. Giorgio morì suicida il 12 agosto 1973,  tagliandosi  un braccio e la gola con un coltello da cucina.

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Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

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Agatha Christie, creatrice di  personaggi del calibro di Hercule Poirot e di Miss Marple, è stata una delle più straordinarie autrici di romanzi gialli.  Scrisse a suo nome 66 romanzi e 14 raccolte di racconti polizieschi e sei romanzi d’amore con lo pseudonimo di Mary Westmacott.  Dalle sue opere sono stati tratti molteplici film opere teatrali e serie TV.

La giovinezza

Agatha Christie da bambina

Agatha Christie da bambina

Agatha nacque a Torquay, nel Devon, il 15 settembre 1890. La sua famiglia, benestante, curò la sua educazione a casa, quindi Agatha, già schiva per natura, non trascorreva molto tempo con gli altri bambini. I suoi grandi compagni erano i libri e gli animali domestici. In seguito avrebbe fatto amicizia con alcune ragazza, apparendo con in una produzione giovanile di Gilbert e Sullivan, “The Yeomen of the Guard”. Nel 1901 il padre di Agatha morì, lasciando la famiglia in una situazione economica complicata.

Nel 1902 andò a studiare presso la scuola per ragazze della signorina Guyer a Torquay, ma adattarsi le risultò difficile, quindi nel 1905 si trasferì a Parigi per la sua istruzione.
Quando la ragazza tornò in Inghilterra nel 1910, scoprì che sua madre Clara era malata. Le due donne decisero di trasferirsi momentaneamente a Il Cairo, che aveva due indiscussi vantaggi: il clima più salubre e la presenza di ricchi turisti britannici, tra cui Agatha avrebbe potuto trovare marito.

La prima guerra mondiale e la nascita di Poirot

In realtà fu ad un ballo vicino Torquay che Agatha conobbe Archie Christie, ufficiale dell’esercito distaccato al Royal Flying Corps. I due si innamorarono, ma con lo scoppio della Grande Guerra Archie fu inviato in Francia. Riuscirono comunque a posarsi il 24 dicembre 1914, mentre l’uomo era in licenza.

Agatha Christie nel 1925 a 35 anni

Agatha Christie nel 1925 a 35 anni

Agatha Christie, da sempre appassionata di romanzi polizieschi, nel 1916 iniziò a lavorare al suo giallo di esordio, “Poirot a Styles Court”, che però inizialmente non fu dato alle stampe. In quel libro nacque uno dei più conosciuti detective della letteratura, Hercule Poirot, ex ufficiale di polizia belga dalle eccezionali “celluline grige”.

Durante il conflitto Archie divenne colonnello nel Ministero dell’Aeronautica e anche Agatha Christie diede il suo contributo allo sforzo bellico, lavorando come infermiera volontaria. Dopo la guerra, Agatha e Archie si trasferirono a Londra ed ebbero una figlia, Rosalind (1919 – 2004).

Nel 1920, dopo varie traversie, “Poirot a Styles Court” fu finalmente pubblicato dalla casa editrice The Bodley Head. Era l’inizio di un mito.

Che fine ha fatto Agatha Christie?

Notizia del ritrovamento della scrittrice sul Daily Herald del 15 dicembre del 1926.

Notizia del ritrovamento della scrittrice sul Daily Herald del 15 dicembre del 1926.

Nel 1926 Archie chiese il divorzio ad Agatha perché si era innamorato di un’altra donna, Nancy Neele. Il 3 dicembre, dopo un terribile litigio, l’uomo andò via dalla casa dove vivevano. Quella stessa sera Agatha Christie lasciò un biglietto alla sua segretaria in cui scriveva che sarebbe andata nello Yorkshire, poi scomparve nel nulla. La sua auto fu ritrovata nei pressi di una cava di gesso, dentro c’erano una patente di guida scaduta e dei vestiti.

La sua sparizione ebbe tale risonanza che il segretario agli interni, William Joynson-Hicks, fece pressione sulla polizia e un giornale offrì addirittura una ricompensa di cento sterline. Alle ricerche parteciparono oltre mille agenti di polizia, 15000 volontari e diversi aerei. Persino Sir Arthur Conan Doyle cercò di dare il suo contributo.

Agatha vene rintracciata il 14 dicembre 1926, presso lo Swan Hydropathic Hotel di Harrogate, nello Yorkshire. Si era registrata come “signora Teresa Neele”  da Città del Capo. Agatha Christie dichiarò di non ricordare dove fosse stata e cosa avesse fatto in quei dieci giorni. L’opinione pubblica dell’epoca la giudicò duramente,  supponendo che la sua fosse una trovata pubblicitaria o un tentativo di incastrare il marito per omicidio.

Il secondo matrimonio e l’esordio di Jane Marple

Agatha Christie con Max Mallowan a Tell Halaf negli anni '30.

Agatha Christie con Max Mallowan a Tell Halaf negli anni ’30.

Agatha Christie e il marito divorziarono nel 1928 e la donna mantenne la custodia della figlia Rosalind e il cognome di Christie per la sua scrittura. Nello stesso anno l’autrice si recò a Istanbul e poi a Baghdad viaggiando sull’Orient Express, che le ispirò il capolavoro “Assassinio sull’Orient Express”. Durante i suoi vagabondaggi, nel 1930, incontrò e sposò il giovane archeologo Max Mallowan.

Il secondo matrimonio sarebbe stato molto più felice del primo e le spedizioni archeologiche di Max contribuiranno in maniera sostanziale a molte delle ambientazioni dei romanzi della Christie.

Nel 1930 vede la luce anche l’altra formidabile investigatrice nata dalla penna della Christie: miss Marple, acuta e anziana “signorina” con un  grande talento nell’indagare l’animo umano. Il personaggio esordì nella raccolta di racconti “Miss Marple e i tredici problemi”.

Nel 1934, Agatha e Max acquistarono Winterbrook House a Winterbrook, nel Berkshire, e questa divenne la loro residenza principale e il luogo in cui la donna scrisse la maggior parte delle sue opere.

La seconda guerra mondiale e gli ultimi anni

Durante il secondo conflitto mondiale, Agatha Christie lavorò nella farmacia dello University College Hospital di Londra e acquisì una notevole conoscenza sui veleni, che le sarebbe tornata utile nei suoi libri successivi.

Agatha Christie visita l'Acropoli di Atene nel 1958

Agatha Christie visita l’Acropoli di Atene nel 1958

Intorno al 1941-42, l’agenzia di intelligence britannica MI5 indagò su Agatha dopo che nel suo thriller “Quinta Colonna” era apparso personaggio chiamato “maggiore Bletchley”. L’MI5 temeva che Christie avesse una spia a Bletchley Park, il centro top-secret della divisione del codice segreto inglese . Ovviamente il tutto si rivelò infondato.

Durante la seconda guerra mondiale, Agatha Christie scrisse due romanzi, “Sipario” e “Addio Miss Marple”, intesi come gli ultimi casi di Hercule Poirot e Miss Marple. I due libri furono messi in un caveau e furono pubblicati solo dopo 30 anni, quando la giallista si rese conto che non poteva scrivere altri romanzi.

Nel 1956, per i suoi successi letterari, Agatha Christie fu nominata comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico e nel 1971 fu promossa a dama comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico. Tre anni prima suo marito era stato nominato cavaliere per il suo lavoro archeologico e per questo la Christie assunse il titolo di Lady Mallowan.

Agatha Christie morì Winterbrook House il 12 gennaio 1976. Aveva fatto in tempo di far pubblicare “Sipario”, ma “Addio miss Marple” uscirà solo dopo la scomparsa della scrittrice.

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La donna barbuta abruzzese

Se deciderete di fare un viaggio in Spagna, potreste ritrovarvi davanti un quadro piuttosto bizzarro. Avvicinandovi potrete leggere sulla targhetta che gli è posta accanto: “Ritratto di donna barbuta abruzzese”.

L’opera è del pittore spagnolo Jusepe De Ribera (Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652), detto Lo Spagnoletto. De Ribera si trasferì dalla natia Spagna nella città partenopea nel 1616 e da allora divenne uno dei massimi esponenti della pittura di filone caravaggista e uno dei più importanti artisti della pittura napoletana. Diverse sue opere sono nei principali musei del mondo, ma molta della sua straordinaria produzione è visitabile in Campania.

Il nome della donna barbuta era Maddalena Ventura, nata ad Accumoli, che ora è in provincia di Rieti, ma allora apparteneva all’Abruzzo.
All’età di 37 anni, durante la quarta gravidanza, cominciò a sviluppare una folta barba e a 52 anni il viceré la convocò a Napoli, dove venne considerata un “grande miracolo della natura”.
Il dipinto è attualmente conservato presso l’Hospital de Tavera di Toledo.

Nel dipinto la donna è intenta ad allattare al seno il neonato che porta in braccio. Alla sua destra, in penombra e in posizione arretrata, si trova il marito. Sulla destra del dipinto si scorgono dei blocchi di pietra su cui è incisa un’iscrizione in caratteri latini, sopra i quali si trovano posati un fuso, un arcolaio e un filo di lana, tipici attributi femminili che ribadiscono la vera identità della figura centrale del ritratto.

Il ritratto di Maddalena Ventura è, insieme a quello di Antonietta Gonsalvus di Lavina Fontana, uno dei pochissimi dipinti che raffigurano donne affette da irsutismo.

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