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Tamara de Lempicka, la regina dell’Art Déco

Tamara de Lempicka, chiacchierata, rivoluzionaria e scabrosa ritrattista polacca, è stata una delle principali esponenti  dell’Art Déco. 

Innamorarsi dell’arte

Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka è stata un’artista peculiare, allo stesso tempo di rottura e figlia dei suoi tempi, star indiscussa degli Anni Ruggenti non solo con i suoi sensuali ritratti, ma anche col suo stile di vita anticonformista.

Era nata a Varsavia il 16 maggio 1898 e, rimasta orfana di padre, visse con la madre, i fratelli e la nonna. Fu proprio quest’ultima a condurla con sé, nel 1907, nel viaggio tra la Francia e l’Italia che la fece innamorare della pittura. Ancora bambina imparò a padroneggiare la tecnica dell’acquerello e proseguì i suoi studi tra Mentone e Losanna.

Morta la nonna Tamara de Lempicka si spostò a San Pietroburgo da una zia e lì, nel 1916, conobbe il primo marito: Tadeusz Łempicki. C’è da dire che attirò l’attenzione dell’uomo in modo piuttosto peculiare: presentandosi ad una festa nella sua villa travestita da guardiana di oche, con tanto di pennuti al guinzaglio.

Il matrimonio fu infelice e segnato da numerosi tradimenti da parte di entrambi, ma quando Tadeusz fu arrestato dai bolscevichi Tamara fece di tutto per farlo liberare. E ci riuscì.

Da Parigi a New York

La Russia della rivoluzione non era più un posto sicuro per la coppia, che decise di riparare a Parigi. Qui Tamara de Lempicka studiò presso l’Académie de la Grande Chaumiere e l’ Académie Ranson e nel 1922 fece la prima mostra al Salon d’Automne. Grazie al suo stile innovativo e particolare e all’intensa carica di sensualità delle sue opere, la sua ascesa come ritrattista fu rapidissima. Ad aumentare ulteriormente la sua fama fu il suo scabroso style de vie, a base di viaggi favolosi, foto sui tabloid e frequentazioni bisessuali.

Enormemente colpito dal suo talento fu Filippo Tommaso Marinetti, che la aiutò a organizzare una mostra un Italia. I suoi quadri tuttavia furono accolti tiepidamente e una possibilità di rilancio arrivò dalla proposta di Gabriele D’Annunzio farsi ritrarre da lei. Il Vate, più interessato alle forme di Tamara che alla sua arte, nel 1925 la invitò a soggiornare al Vittoriale. I tentativi di seduzione del poeta caddero totalmente nel vuoto e alla fine il progetto del dipinto andò in fumo.

Nel 1928 Tamara de Lempicka divorziò da Tadeusz e cinque anni dopò sposò il barone Raoul Kuffner. Continuò a girare ed esporre in giro per l’Europa con grande successo, ma nel 1939, all’indomani dell’invasione della Polonia, si trasferì a Los Angeles col nuovo sposo. Tre sue grandi esposizioni furono organizzate alla Julian Levy Gallery di New York, alle Courvoisier Galleries di San Francisco e al Milwaukee Institute of Art, ma non ebbero il successo sperato. Solo in seguito i suoi lavori vennero notevolmente apprezzati.

Tamara de Lempicka in una bugatti verde

Tamara de Lempicka in una Bugatti verde

Nuovi stili

Dopo le seconde nozze Tamara dovette affrontare una forte depressione e si avvicinò sempre di più alla religione, spostando i suoi soggetti anche su temi spirituali, ma questo mutamento non fu affatto apprezzato dal pubblico.

Nel 1961 il barone Kuffner morì e Tamara si trasferì a Houston, dove si dedicò all’arte astratta e alla tecnica della spatola. Anche stavolta il cambiamento le procurò delle critiche e la pittrice, esasperata, decise di non esporre mai più.

Nel 1978, ormai ottantenne, si trasferì in Messico e sposò lo scultore Victor Manuel Contreras, di oltre quarant’anni più giovane.

Tamara de Lempicka morì il 18 marzo 1980 e le sue ceneri vennero sparse sul vulcano Popocatépetl.

 

 

 

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Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

La Parigi della Belle Époque era permeata dall’entusiasmo per le nuove scoperte scientifiche e per lo straordinario slancio culturale, ma il 4 maggio del 1897 un tragico evento la travolse. Ne fu teatro il Bazar de la Charité.

Moulin Rouge - La Goulue manifesto di Henri de Toulouse-Lautrec del 1891.

Moulin Rouge – La Goulue manifesto di Henri de Toulouse-Lautrec del 1891.

La Parigi di Toulouse-Lautrec

Alla fine del 1800 Parigi era reduce da un lungo periodo di stravolgimenti. A quasi un secolo dalla rivoluzione francese aveva visto alternarsi molteplici forme di governo, passando dal Terrore a quella che venne chiamata la Terza Repubblica, alternando periodi  di assolutismo, monarchia e governo del popolo. Quando finalmente fu raggiunta la stabilità politica interna la Francia era stata investita da una terribile crisi economica, la Grande Depressione, che partendo dall’Austria si era propagata a macchia d’olio, arrivando persino in America.

Uscita da questo periodo di stallo, finalmente la Francia entrò in una fase di ripresa, in cui la vita dei cittadini cambiò radicalmente. Parigi era in ascesa anche grazie al grande successo della Torre Eiffel e l’arte, che già aveva dato vita al movimento impressionista, fioriva prepotente.

Era la Parigi di Toulouse-Lautrec, di Manet, del can can e di Apollinaire e i suoi abitanti erano favoriti da straordinarie innovazioni che mutarono il loro quotidiano, come l’elettricità e l’automobile. In questo clima di speranza fu proprio l’errato utilizzo di una neonata tecnologia a provocare una tragedia.

Il Bazar de la Charité

Il Bazar de la Charité

Il Bazar de la Charité

C’era un’atmosfera festosa quel pomeriggio, nell’ampio capannone di legno decorato in stile medioevale con stoffe e cartapesta. L’edificio, di circa mille metri quadri, era stato suddiviso in tre navate grazie a dei banconi. A completare l’arredamento c’erano una loggia per gli uffici, un salottino per le donne e un ricco e appetitoso buffet. Infine, affacciata verso l’ampio cortile posteriore c’era una stanza senza finestre deputata all’attrazione più grande: il cinematografo.

Era lì che quell’anno si teneva il “Bazar de la Charité”, una fiera di beneficenza nata nel 1885 che vedeva la partecipazione dei cittadini – e soprattutto delle cittadine – più ricche della città. Tra le ospiti sicuramente la più illustre era Sofia Carlotta di Baviera, sorella di Sissi, che, pur essendo ancora sposata con duca di d’Alencon, da alcuni anni si era unita ad un ordine monastico. Col nome di Suor Maddalena aveva cominciato a dedicarsi a opere di bene. Insieme a lei c’erano più di 800 persone, in larga maggioranza donne, quando il fumo e il fuoco invasero il salone.

Sofia Carlotta di Baviera

Sofia Carlotta di Baviera

La folla in preda al panico si lanciò verso le due uscite, ma non c’era spazio per tutti e a poco valse il pur tempestivo intervento dei vigili del fuoco. Il grande capannone arse velocemente, portandosi via la vita di 126 persone e lasciandone centinaia ferite e ustionate. Sofia Carlotta di Baviera scelse di far fuggire prima i più giovani e di lasciare la stanza solo quando gli altri fossero stati in salvo, ma non uscì mai da quell’inferno di fuoco. Morì abbracciata alla viscontessa de Beauchamp.

“Che cosa hanno fatto gli uomini?”

Fu questa la domanda che si pose Caroline Remy, giornalista nota sotto lo pseudonimo di Severine, all’indomani della tragedia. Tra le 126 vittime c’erano solo 5 uomini e questo – scriveva Caroline – non era dettato solo dal fatto che fossero presenti in numero minore. Le sue fonti sostenevano che gli aristocratici si fossero fatti largo a colpi di spinte e di bastone, calpestando le donne più lente nei loro abiti ingombranti. Al loro contrario, operai, cuochi e garzoni avevano fatto di tutto per salvare quanta più gente possibile. Circa cinquanta persone erano state tratte in salvo dai lavoranti di una tipografia vicina e oltre centocinquanta dal personale dell’albergo confinante, L’Hôtel du Palais.

Prima pagina di "Le Petit Journal"

Prima pagina di “Le Petit Journal”

Le cause dell’incendio

Mancavano poco alle 16.15 quando la lampada in dotazione al proiezionista, monsieur Bellac, si spense. La stanza in cui si trovavano era priva di finestre e la pesante tenda che li separava dagli spettatori non lasciava certo filtrare molta aria.

Allora come fonte di luce “portatile” non si usava l’elettricità, ma un sistema ad etere-ossigeno, per di più le pellicole erano di celluloide e fortemente infiammabili. In una stanza chiusa e satura di vapori sarebbe bastata una scintilla per provocare un terribile incendio

Quando Bellac chiese al suo assistente di fargli luce, questi, ignaro della pericolosità, accese un fiammifero e il fuoco divampò in pochi istanti e raggiunse velocemente il tetto e i drappi di stoffa che ornavano il salone il principale. Solo quando il Bazar de la Charité fu completamente distrutto le fiamme si estinsero.

Cappella di Nostra Signora della Consolazione

Cappella di Nostra Signora della Consolazione

I corpi rinvenuti furono per larga parte irriconoscibili e identificati non solo grazie agli effetti personali, ma anche alle impronte dei denti. Erano state poste le basi per l’odontoiatria forense.

Alle vittime fu dedicata la costruzione dell Cappella di Nostra Signora della Consolazione, fatta edificare proprio sul luogo della tragedia.

Nel 2019 su Netflix ha debuttato una miniserie francese che ha come teatro proprio il rogo del Bazar de la Charité, il cui inglorioso titolo italiano è Destini in Fiamme.

 

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Eleonora Di Arborea e La Carta De Logu

Seicento anni prima della promulgazione della nostra bella costituzione, in Sardegna era stato vergato un codice di leggi straordinariamente moderno e illuminato. Si chiamava Carta de Logu e doveva moltissimo alla lungimiranza di una donna: Eleonora di Arborea.

Arborea a i tempi di Mariano IV

Al tempo di Eleonora la Sardegna era divisa in 4 parti indipendenti l’una dall’altra conosciute come giudicati: Torres, Arborea, Gallura e Cagliari. Nel 1297 il papa diede un terribile colpo all’autonomia di questi luoghi, donandoli come feudi a Giacomo II, re d’Aragona, e determinando quindi l’inarrestabile sottomissione dell’isola da parte degli spagnoli. Il giudice di Arborea, Mariano IV dei de Serra Bas, non si rassegnò alla sudditanza e si ribellò nel 1353 con lo scopo di riunire tutti i territori sardi e di dar loro dignità di provincia aragonese. I sardi non dovevano diventare dei semplici vassalli.

Nozze di Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria (di Antonio Benini, 1835-1911)

Nozze di Eleonora d’Arborea e Brancaleone Doria (di Antonio Benini, 1835-1911)

La figlia di Mariano era per l’appunto Eleonora, nata a Molins de Rei all’incirca nel 1347, che nell’ottica di combattere la potenza straniera aveva sposato (prima del 1376) Brancaleone Doria, un nobile di origine genovese che possedeva vasti territori in Sardegna.

Mariano era morto nel 1375 e il giudicato di Arborea era passato nelle mani del suo primogenito, Ugone III.

Nel 1382 Eleonora si trasferì a Genova, dove riuscì a legare la famiglia del doge alla sua elargendo un prestito di 4.000 fiorini d’oro. Sul contratto vi era una postilla che stabiliva che Federico, primogenito di Eleonora, avrebbe dovuto sposare la figlia del doge, Bianchina. Le nozze non avvennero mai a causa della prematura morte di Federico, ma questo patto pose comunque le basi per l’alleanza tra la Sardegna e Genova

Giudicessa di Arborea

 

Eleonora di Arborea

Eleonora di Arborea

Nel 1383 Ugone III e la sua unica erede furono assassinati durante una rivolta popolare ad Oristano. Eleonora di Arborea si affrettò a tornare in patria per sedare le ribellione mettere al potere il suo primogenito. Era particolarmente importante che il re di Aragona riconoscesse Federico come successore di Ugone, quindi Brancaleone Doria si recò personalmente a Barcellona per incontrare re Pietro IV. Brancaleone, però, fu arrestato e portato a Cagliari come ostaggio. Sarebbe stato liberato solo nel 1390.

Eleonora non si arrese e non si fece piegare. L’antico rito religioso sardo permetteva alle donne di succedere ai parenti maschi, quindi la donna si dichiarò giudicessa di Arborea e prese il posto di reggente nel nome del figlio minorenne. I villaggi del territorio del giudicato le giurarono presto fedeltà e per Pietro IV fu l’ultima goccia: era guerra.

La giudicessa tuttavia preferiva le vie diplomatiche a quelle belliche e nel 1385 arrivò ad Arborea il rappresentate del trono Aragonese, Pietro IV. Le estenuanti trattative durarono quasi tre anni e videro la conferma di Federico come governante di Arborea. La reggenza venne nominalmente affidata al padre, che era ancora prigioniero, ma de facto il potere era nelle mani di Eleonora.

La Carta de Logu

 

Albero Eradicato del Giudicato di Arborea

Albero Eradicato del Giudicato di Arborea

La donna decise di abbandonare completamente l’autoritarismo del fratello, che gli era per altro costato la vita, e di ispirarsi al governo paterno. Il più notevole apporto di Eleonora di Arborea fu l’aggiornamento della Carta de Logu (carta del luogo), un codice di leggi già promulgato dal padre, con una serie di modifiche che lo misero alla base del concetto di stato di diritto: tutti dovevano conoscere le regole e tutti erano tenuti ad osservarle. Le norme, scritte in lingua logudorese per poter essere comprese da chiunque, mostravano una incredibile modernità, inasprendo ad esempio le pene per chi appiccava incendi e per gli stupratori. La Carta rimase in vigore fino al 1827, quando fu sostituita dal Codice Feliciano.

Ancora guerra

La pace faticosamente costruita non era destinata a durare. Nel 1391 Brancaleone diede il via ad una campagna militare che portò a riunire quasi tutta la Sardegna in unico regno. Gli Aragonesi, inizialmente sconfitti, ebbero però la loro riscossa a causa di un nemico invisibile che minò le difese sarde: la peste.

Negli ultimi anni la giudicessa si ritirò dalla politica e lasciò il governo a Brancaleone e al figlio Mariano, successore di Federico, che tuttavia avrebbero avuto tra loro tremendi dissapori.
Eleonora di Arborea morì nel 1404. Il giudicato passò nelle mani di Mariano, che perì nel 1407 lasciando il potere al suo parente più prossimo, Guglielmo III di Narbona. Dopo alcune pesanti sconfitte subite dal re di Sicilia che rappresentava la corona aragonese, Guglielmo decise di rinunciare ai propri diritti in favore di re Alfonso V il Magnanimo in cambio di 100.000 fiorini d’oro.

Il 17 agosto 1420 moriva il giudicato di Arborea.

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La strana morte di Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe è stato uno dei più grandi autori americani e l’ideatore indiscusso del racconto giallo e dell’orrore. Uomo sensibile e tormentato, ha lottato tutta la vita contro le dipendenze e contro l’incomprensione dei suoi contemporanei.

“Reynolds, Reynolds”

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

“Reynolds, Reynolds”. Pare fosse questo il nome misterioso che il paziente invocava nel suo stato di delirio, mentre attendeva la morte in un letto dell’ospedale del Washington College. Era la notte tra il 6 e il  7 ottobre 1849 e l’uomo sarebbe spirato di lì a poco, dopo quattro giorni di ricovero in stato confusionale.

Aveva vagato per le strade di Baltimora, allucinato e farneticante, fino a che si era accasciato a terra. Joseph Walker lo aveva trovato così, mentre camminava davanti alla sede dei Whig (attuale partito repubblicano) e aveva soccorso quello sventurato lacero e stravolto. Nonostante la prostrazione il ferito era riuscito a fare un nome di un editore, Joseph Snodgrass, e a rivelare la sua identità: era lo scrittore Edgar Allan Poe.

Walker riuscì a contattare Snodgrass, ma né lui né la famiglia dello scrittore riuscirono a spiegare la sua presenza a Baltimora, in quanto Edgar era partito da Richmond il 27 settembre per recarsi a Filadelfia, o perché indossasse abiti non suoi. Cosa sia accaduto in quei giorni rimane avvolto nel mistero, Allan Poe non tornò mai abbastanza lucido per spiegarlo, come non riuscì mai a rivelare chi fosse Reynolds.

All’inizio i medici attribuirono la sua morte a congestione cerebrale o delirium tremens, tutti eufemismi per indicare una grave intossicazione da alcool, ma l’effettiva causa della morte resta sconosciuta. I referti ospedalieri del tempo e il certificato di morte sono andati persi e nemmeno riesumare il corpo è servito a dare risposte. Sono state fatte molto illazioni, dalla meningite alla rabbia, ma sicuramente una delle più diffuse ai tempi fu il cooping: Edgar Allan Poe sarebbe stato rapito e costretto a bere alcool misto a narcotici allo scopo di portarlo ripetutamente e votare per lo stesso candidato contro la sua volontà. Addirittura ci fu chi ventilò l’ipotesi dell’omicidio, in quanto sembra che l’uomo stesse per chiedere la mano di una ricca vedova.

Col tempo e col progredire della tecnologia alcune cause sono state escluse, come l’alcolismo o l’avvelenamento, ma cosa abbia effettivamente portato via il padre della letteratura di genere permane un mistero che non avrebbe sfigurato in uno dei suoi racconti.

I primi anni

Edgar Allan Poe nacque a Boston il 19 gennaio 1809. Rimasto orfano in tenera età fu adottato da una famiglia di commercianti scozzesi, gli Allan, insieme a cui si trasferì in Inghilterra nel 1815. Qui studiò per un anno presso un collegio di Chelsea, il cui preside aveva metodi educativi che sicuramente non aiutarono l’equilibrio mentale del ragazzo: insegnava a i ragazzi a far di conto utilizzando le date di nascita e morte del vicino cimitero e consegnava ad ogni studente una pala di legno, allo scopo di scavare la tomba di chi moriva durante il periodo scolastico.

Il suo percorso scolastico proseguì presso la Manor House School di Stoke Newington, dove studiò i massimi scrittori inglesi, poi nel 1820 Poe e la sua famiglia tornarono negli Stati Uniti.

Nel 1825, dopo l’espulsione dalla Richmond Academy, i primi segni dei problemi nervosi che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita cominciarono a farsi evidenti, soprattutto in seguito alla morte di Elena Stannard, madre di un suo compagno di classe, di cui Edgar si era infatuato.

Edgar Allan Poe nel 1848

Edgar Allan Poe nel 1848

Poco dopo il cuore di Allan Poe si sarebbe nuovamente spezzato. Da prima ancora della sua partenza per la Gran Bretagna c’era stata tenerezza tra lo scrittore e la figlia dei vicini, Sarah Elmira Royster. I due ragazzi si erano ritrovati nel 1826 e avevano deciso di fidanzarsi segretamente, ben conoscendo la disapprovazione del padre di lei nei confronti della loro unione. Poco dopo Edgar Allan Poe partì per l’Università della Virginia, ma nessuna delle lettere che scriveva alla sua amata finivano nelle mani della fanciulla. Il padre di Sarah li aveva scoperti e intercettava e distruggeva le missive. La ragazza, credendosi dimenticata, finì con lo sposare un altro uomo.

Nel frattempo Edgar, ancora ignaro dell’accaduto, stava già sprofondando in una spirale autodistruttiva fatta di alcol e gioco d’azzardo. Abbandonata l’università tornò a Richmond, ma essendo ai ferri corti col col padre e straziato dal matrimonio di Sarah decise di trasferirsi a Boston.

 

Nell’esercito

Edgar Allan Poe cercò per un po’ di mantenersi con lavori occasionali, ma alla fine per poter sopravvivere decise di arruolarsi. Il 27 maggio 1827, mentendo sulla sua età e sul suo nome, divenne un soldato del Fort Independence. In quello stesso anno pubblicò in forma anonima “Tamerlano e altre poesie”, che però non riscosse alcun successo.

Virginia Clemm

Virginia Clemm

Dopo due anni nell’esercito e dopo aver raggiunto il grado di sergente maggiore, Poe decise di congedarsi. Confessata la verità al suo tenente, si sentì rispondere che sarebbe stato lasciato libero solo se avesse fatto pace col padre adottivo.

Tutte le suppliche di Edgar caddero però nel vuoto e il ragazzo non fu nemmeno informato della malattia che stava uccidendo la madre, tanto che non poté mai darle il suo ultimo saluto.

Dopo la morte della moglie il signor Allan accettò di aiutare Poe, che lasciò l’esercito e si stabilì per un breve periodo dalla sua zia naturale, Maria Clemm, e dalla sua famiglia.

Nel 1930 Poe entrò all’accademia militare di West Point, ma pochi mesi dopo, a causa di liti furibonde, fu nuovamente rinnegato dal padre e decise di lasciare l’accademia facendosi processare deliberatamente dalla corte marziale per aver disubbidito ad un ordine. Nel 1931 si recò a New York e, grazie ad un colletta dei compagni di West Point, pubblicò il volume di poesie “Poems”

 

Vivere della propria penna

Prima pagina dei Racconti del grottesco e dell'arabesco

Prima pagina dei Racconti del grottesco e dell’arabesco

Edgar Allan Poe fu il primo statunitense a cercare di fare della scrittura la unica fonte di reddito, ma purtroppo le sue aspettative furono presto disilluse e lo scrittore fu costretto ad accettare altri lavori.

Nel 1933 il racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” vinse un premio assegnato dal Baltimore Saturday Visiter. Poe attirò così l’attenzione del ricco John Pendleton Kennedy, che lo presentò al direttore del Southern Literary Messenger di Richmond. Edgar fu assunto in quest’ultimo giornale, ma l’impiego durò poco: sorpreso in stato di ubriachezza fu licenziato.

Tornato a Baltimora, il 22 settembre 1835 sposò in segreto sua cugina Virgina Clemm, che aveva solo 13 anni. La promessa di migliorare il proprio comportamento lo face riassumere al Southern Literary Messenger, quindi si trasferì a Richmond con la moglie e la suocera. Negli anni successivi pubblicò poesie, recensioni e articoli di critica, inoltre furono dati alle stampe “Storia di Arthur Gordon Pym” e “I racconti del grottesco e dell’arabesco”: era nato il racconto dell’orrore.

Trasferitosi a Filadelfia scrisse “La caduta della casa degli Usher” e diversi racconti. Cercò anche di trovare un impiego stabile alla dogana della città grazie alla sue conoscenze, ma non si presentò mai all’incontro per discutere la sua nomina, forse perché ubriaco.

Nel 1841, Egar Allan Poe diede la vita al romanzo poliziesco, scrivendo “I delitti della Rue Morgue”, in cui compare il primo detective della letteratura, Auguste Dupin. Acuto osservatore, fine conoscitore dell’animo umano, freddamente distaccato, Dupin sarà il capostipite di tanti altri investigatori, da Sherlok Holmes a Nero Wolfe. Di quegli anni sono anche racconti come “Il pozzo e il pendolo”, “Il mistero di Marie Roget” e “Il ritratto ovale”.

Una perdita incolmabile

Tomba di Poe

Tomba di Poe

Nel 1842 Virgina iniziò a mostrare i segni della tubercolosi e il mondo di Poe andò in frantumi. Cominciò a bere ancora di più e lasciò il lavoro. Tornato a New York, divenne editore e poi proprietario del Broadway Journal. Nel 1943 ottenne un po’ della meritata celebrità con “Lo scarabeo d’oro” e “Il gatto nero” e nel 1845 la poesia “Il corvo” fece grande scalpore. Al riconoscimento però non corrispose un’adeguata retribuzione economica, inoltre il Broadway Journal fallì. Poe e la moglie si trasferirono in un cottage a Fordham (attuale) Bronx, in cui Virginia morì il 30 gennaio 1847. Erano così poveri che Edgar fu costretto ad usare le lenzuola del corredo come sudario.

La perdita della moglie avrebbe definitamente sconvolto Edgar ed influenzato profondamente la sua produzione successiva. Tornato a Richmond, nel 1848 incontrò nuovamente il suo amore di gioventù, che tanto aveva ispirato le sua prime opere, Sarah Elmira Royster, che era diventata vedova. Non si è mai saputo se i due si fossero fidanzati ufficialmente, ma è sicuro che tra loro fosse rinata l’antica tenerezza.

Il 26 settembre 1849, il giorno prima della sua partenza per Filadelfia, Edgar si recò a casa di Sarah per salutarla. I due non si sarebbero mai più rivisti.

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San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Come tutti sappiamo, il 14 febbraio si celebra la festa di San Valentino, protettore degli innamorati. Quali sono le origini di questa ricorrenza?

San Valentino da Terni

La festività religiosa prende il nome dal santo e martire cristiano Valentino da Terni e venne istituita nel 496 da papa Gelasio I. Questa celebrazione andò a sostituire la festa pagana dei “Lupercalia”, che si celebrava dal 13 fino al 15 febbraio in onore del dio Fauno, protettore del bestiame.

San Valentino nacque a Interamna Nahars (oggi Terni), nel 176, da una famiglia patrizia. Convertitosi al cristianesimo, fu consacrato vescovo di Terni a soli 21 anni.

San Valentino battezza Santa Lucilla (Jacopo da Bassano, 1575)

L’imperatore Claudio II il Gotico gli intimò di sospendere le celebrazioni religiose e di abiurare la propria fede, ma San Valentino rifiutò di farlo, tentando anzi di convertire l’imperatore al cristianesimo. Claudio II decise di graziarlo e di affidarlo a una famiglia nobile.

In seguito, l’imperatore Aureliano ordinò di nuovo l’arresto di San Valentino. I soldati romani lo catturarono e lo portarono fuori città lungo la via Flaminia, per flagellarlo lontano dalla popolazione che sarebbe potuta insorgere in sua difesa.

Il 14 febbraio 273, il soldato romano Furius Placidua decapitò San Valentino. Secondo alcune fonti, San Valentino sarebbe stato giustiziato perché aveva celebrato il matrimonio tra la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino, che invece era pagano. Si narra che la cerimonia avvenne in fretta, perché la giovane era malata, e che i due sposi morirono, insieme, proprio mentre il santo li benediceva. Da quel giorno San Valentino fu considerato il protettore degli innamorati.

La festa degli innamorati

Esistono diverse altre ipotesi sull’associazione tra la figura del santo e l’amore romantico.

Una leggenda narra che il santo donò ad una fanciulla povera il denaro necessario per la dote. Senza quel denaro il matrimonio non si sarebbe potuto celebrare e la fanciulla, priva di sostanze e protezione, avrebbe rischiato la perdizione.

Ritratto di Geoffrey Chaucer

Un’altra tesi è quella che il legame tra San Valentino e gli innamorati risalga a Geoffrey Chaucer, che nel “Parlamento degli Uccelli” associò la ricorrenza al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia.  Alcuni studiosi però  hanno messo in dubbio questa interpretazione. In particolare, il fidanzamento di Riccardo II sarebbe da collocare al 3 maggio, giorno dedicato a san Valentino di Genova.

A testimoniare l’antichità della connessione tra San Valentino e l’amore, fu inoltre la fondazione a Parigi, il 14 febbraio 1400, dell'”Alto Tribunale dell’Amore”, un’istituzione ispirata ai principi dell’amor cortese. I giudici venivano selezionati sulla base della loro familiarità con la poesia d’amore.

In aggiunta, nel Medioevo si riteneva che a metà febbraio cominciasse l’accoppiamento degli uccelli e che quindi l’evento potesse essere considerato la festa degli innamorati.

Le Valentine

Poesia scritta a mano, A Susanna, datata San Valentino 1850 (Cork, Irlanda)

Soprattutto nei paesi di cultura anglosassone,  il tratto più caratteristico della festa di san Valentino è lo scambio di valentine, bigliettini d’amore spesso a forma di cuori stilizzati.

La più antica “valentina” di cui sia rimasta traccia risale al XV secolo. L’autore fu Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415). Carlo si rivolge a sua moglie, Bonne di Armagnac, scrivendole: “Je suis desja d’amour tanné, ma tres doulce Valentinée…”

In seguito, nell”’Amleto” di Shakespeare (1601), durante la scena della pazzia di Ofelia, la fanciulla canta: “Domani è san Valentino e, appena sul far del giorno, io che son fanciulla busserò alla tua finestra, voglio essere la tua Valentina”.

 

 

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Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Giorgio William Vizzardelli, detto il killer di Sarzana, è stato un assassino seriale e il più giovane ergastolano italiano.

I primi delitti

Giorgio nacque il 23 agosto 1922 a Francavilla al Mare, ma trascorse la sua vita a Sarzana, dove il padre Guido era direttore del registro.

Studente indisciplinato e svogliato, Giorgio William Vizzardelli aveva tre grande passioni: la distillazione dell’alcol, le armi da fuoco e il desiderio sfrenato di diventare come il suo mito, Al Capone, e mal sopportava a disciplina richiesta presso la sua scuola, il Collegio delle Missioni di Sarzana.

Il collegio della missione

Il 4 gennaio 1937 il rettore dell’istituto, Don Umberto Bernardelli, venne aggredito nel suo studio e freddato a colpi di pistola. Il colpevole, a volto coperto, fuggì fino alla portineria dove fece fuoco anche contro don Andrea Bruno, poi sparì portando con sé un bottino di 15500 lire. Da subito gli inquirenti si fecero l’idea che la vera vittima fosse don Umberto, uomo integerrimo di giorno e frequentatore di donne di notte, e che don Andrea si trovasse solo al posto sbagliato nel momento sbagliato.

La prima pista, quella del marito geloso, venne però presto accantonata. Poco prima di morire il rettore aveva litigato con Vincenzo Montepagani, studente di ingegneria in difficoltà economiche e con un fisico simile a quello dell’aggressore. Il giovane venne arrestato e processato, ma l’abilità del suo avvocato e la presenza di testimoni a favore gli salvarono la vita. Esaurita anche questa ipotesi, la polizia si trovò ad un punto morto. Nessuno avrebbe potuto sospettare del giovane Giorgio William Vizzardelli.

Ancora sangue

Il 2 agosto 1938 due corpi senza vita vennero ritrovati vicino a Sarzana. Livio Delfini, barbiere, e Bruno Veneziani, tassista, giacevano accanto alla vettura di quest’ultimo, assassinati con due rivoltelle diverse, una calibro 9 e una 6.5.

Delle indagini venne incaricato Paolo Cozzi, che nonostante le pressioni per seguire la pista politica, si convinse che il delitto aveva a che fare con quello, ancora irrisolto, dei due sacerdoti. Cozzi non riuscì però ad arrivare ad una svolta, almeno fino al 29 dicembre 1939.

Giorgio William Vizzardelli

Giorgio William Vizzardelli

Quel giorno Guido Vizzardelli, arrivato al lavoro si trovò davanti uno spettacolo raccapricciante: il custode, Giuseppe Bernardini, aveva un’ascia conficcata nella fronte, il cui manico era stranamente appiccicoso. La cassaforte, totalmente vuota, non era stata scassinata e l’unica chiave era in possesso di Guido.

Scattata la perquisizione a casa Vizzardelli, la polizia trovò in cantina delle bottiglie sporche della sostanza trovata sul manico dell’arma. Guido rivelò che quel materiale apparteneva al figlio e quando gli inquirenti scoprirono che Giorgio William Vizzardelli frequentava l’avviamento commerciale proprio al Collegio delle Missioni non ci volle molto a fare il collegamento.

Il processo

Giorgio William Vizzardelli venne convocato per essere interrogato e non ci mise molto a confessare. Don Umberto Bernardelli – rivelò – lo aveva rimproverato una volta di troppo, invece Don Andrea, che forse lo aveva riconosciuto, era stato solo un danno collaterale. Giorgio si era convinto di averla fatta franca, ma Livio Delfini lo aveva disilluso: scoperta la sua colpevolezza lo aveva ricattato.

La notizia della grazia

La notizia della grazia

Vizzardelli decise di dargli appuntamento fuori città e Delfini, forse preoccupato, si recò all’appuntamento in taxi, segnando il suo destino e quello del suo accompagnatore.

Sempre più fuori controllo, a poco più di un anno dagli ultimi delitti, Giorgio compì la sua ultima “impresa”: deciso a trasferirsi negli Stati Uniti, rubò al padre la chiave della cassaforte. Per arrivare al denaro sacrificò l’ultima delle sue vittime, il custode Giuseppe Bernardini.

Giorgio William Vizzardelli venne processato e condannato al carcere a vita, scampando alla pena di morte in virtù della sua età e divenendo il più giovane ergastolano italiano.

Nel 1968 venne graziato dal presidente Saragat e si trasferì a Carrara, dove viveva la sorella. Giorgio morì suicida il 12 agosto 1973,  tagliandosi  un braccio e la gola con un coltello da cucina.

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Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

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Agatha Christie, creatrice di  personaggi del calibro di Hercule Poirot e di Miss Marple, è stata una delle più straordinarie autrici di romanzi gialli.  Scrisse a suo nome 66 romanzi e 14 raccolte di racconti polizieschi e sei romanzi d’amore con lo pseudonimo di Mary Westmacott.  Dalle sue opere sono stati tratti molteplici film opere teatrali e serie TV.

La giovinezza

Agatha Christie da bambina

Agatha Christie da bambina

Agatha nacque a Torquay, nel Devon, il 15 settembre 1890. La sua famiglia, benestante, curò la sua educazione a casa, quindi Agatha, già schiva per natura, non trascorreva molto tempo con gli altri bambini. I suoi grandi compagni erano i libri e gli animali domestici. In seguito avrebbe fatto amicizia con alcune ragazza, apparendo con in una produzione giovanile di Gilbert e Sullivan, “The Yeomen of the Guard”. Nel 1901 il padre di Agatha morì, lasciando la famiglia in una situazione economica complicata.

Nel 1902 andò a studiare presso la scuola per ragazze della signorina Guyer a Torquay, ma adattarsi le risultò difficile, quindi nel 1905 si trasferì a Parigi per la sua istruzione.
Quando la ragazza tornò in Inghilterra nel 1910, scoprì che sua madre Clara era malata. Le due donne decisero di trasferirsi momentaneamente a Il Cairo, che aveva due indiscussi vantaggi: il clima più salubre e la presenza di ricchi turisti britannici, tra cui Agatha avrebbe potuto trovare marito.

La prima guerra mondiale e la nascita di Poirot

In realtà fu ad un ballo vicino Torquay che Agatha conobbe Archie Christie, ufficiale dell’esercito distaccato al Royal Flying Corps. I due si innamorarono, ma con lo scoppio della Grande Guerra Archie fu inviato in Francia. Riuscirono comunque a posarsi il 24 dicembre 1914, mentre l’uomo era in licenza.

Agatha Christie nel 1925 a 35 anni

Agatha Christie nel 1925 a 35 anni

Agatha Christie, da sempre appassionata di romanzi polizieschi, nel 1916 iniziò a lavorare al suo giallo di esordio, “Poirot a Styles Court”, che però inizialmente non fu dato alle stampe. In quel libro nacque uno dei più conosciuti detective della letteratura, Hercule Poirot, ex ufficiale di polizia belga dalle eccezionali “celluline grige”.

Durante il conflitto Archie divenne colonnello nel Ministero dell’Aeronautica e anche Agatha Christie diede il suo contributo allo sforzo bellico, lavorando come infermiera volontaria. Dopo la guerra, Agatha e Archie si trasferirono a Londra ed ebbero una figlia, Rosalind (1919 – 2004).

Nel 1920, dopo varie traversie, “Poirot a Styles Court” fu finalmente pubblicato dalla casa editrice The Bodley Head. Era l’inizio di un mito.

Che fine ha fatto Agatha Christie?

Notizia del ritrovamento della scrittrice sul Daily Herald del 15 dicembre del 1926.

Notizia del ritrovamento della scrittrice sul Daily Herald del 15 dicembre del 1926.

Nel 1926 Archie chiese il divorzio ad Agatha perché si era innamorato di un’altra donna, Nancy Neele. Il 3 dicembre, dopo un terribile litigio, l’uomo andò via dalla casa dove vivevano. Quella stessa sera Agatha Christie lasciò un biglietto alla sua segretaria in cui scriveva che sarebbe andata nello Yorkshire, poi scomparve nel nulla. La sua auto fu ritrovata nei pressi di una cava di gesso, dentro c’erano una patente di guida scaduta e dei vestiti.

La sua sparizione ebbe tale risonanza che il segretario agli interni, William Joynson-Hicks, fece pressione sulla polizia e un giornale offrì addirittura una ricompensa di cento sterline. Alle ricerche parteciparono oltre mille agenti di polizia, 15000 volontari e diversi aerei. Persino Sir Arthur Conan Doyle cercò di dare il suo contributo.

Agatha vene rintracciata il 14 dicembre 1926, presso lo Swan Hydropathic Hotel di Harrogate, nello Yorkshire. Si era registrata come “signora Teresa Neele”  da Città del Capo. Agatha Christie dichiarò di non ricordare dove fosse stata e cosa avesse fatto in quei dieci giorni. L’opinione pubblica dell’epoca la giudicò duramente,  supponendo che la sua fosse una trovata pubblicitaria o un tentativo di incastrare il marito per omicidio.

Il secondo matrimonio e l’esordio di Jane Marple

Agatha Christie con Max Mallowan a Tell Halaf negli anni '30.

Agatha Christie con Max Mallowan a Tell Halaf negli anni ’30.

Agatha Christie e il marito divorziarono nel 1928 e la donna mantenne la custodia della figlia Rosalind e il cognome di Christie per la sua scrittura. Nello stesso anno l’autrice si recò a Istanbul e poi a Baghdad viaggiando sull’Orient Express, che le ispirò il capolavoro “Assassinio sull’Orient Express”. Durante i suoi vagabondaggi, nel 1930, incontrò e sposò il giovane archeologo Max Mallowan.

Il secondo matrimonio sarebbe stato molto più felice del primo e le spedizioni archeologiche di Max contribuiranno in maniera sostanziale a molte delle ambientazioni dei romanzi della Christie.

Nel 1930 vede la luce anche l’altra formidabile investigatrice nata dalla penna della Christie: miss Marple, acuta e anziana “signorina” con un  grande talento nell’indagare l’animo umano. Il personaggio esordì nella raccolta di racconti “Miss Marple e i tredici problemi”.

Nel 1934, Agatha e Max acquistarono Winterbrook House a Winterbrook, nel Berkshire, e questa divenne la loro residenza principale e il luogo in cui la donna scrisse la maggior parte delle sue opere.

La seconda guerra mondiale e gli ultimi anni

Durante il secondo conflitto mondiale, Agatha Christie lavorò nella farmacia dello University College Hospital di Londra e acquisì una notevole conoscenza sui veleni, che le sarebbe tornata utile nei suoi libri successivi.

Agatha Christie visita l'Acropoli di Atene nel 1958

Agatha Christie visita l’Acropoli di Atene nel 1958

Intorno al 1941-42, l’agenzia di intelligence britannica MI5 indagò su Agatha dopo che nel suo thriller “Quinta Colonna” era apparso personaggio chiamato “maggiore Bletchley”. L’MI5 temeva che Christie avesse una spia a Bletchley Park, il centro top-secret della divisione del codice segreto inglese . Ovviamente il tutto si rivelò infondato.

Durante la seconda guerra mondiale, Agatha Christie scrisse due romanzi, “Sipario” e “Addio Miss Marple”, intesi come gli ultimi casi di Hercule Poirot e Miss Marple. I due libri furono messi in un caveau e furono pubblicati solo dopo 30 anni, quando la giallista si rese conto che non poteva scrivere altri romanzi.

Nel 1956, per i suoi successi letterari, Agatha Christie fu nominata comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico e nel 1971 fu promossa a dama comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico. Tre anni prima suo marito era stato nominato cavaliere per il suo lavoro archeologico e per questo la Christie assunse il titolo di Lady Mallowan.

Agatha Christie morì Winterbrook House il 12 gennaio 1976. Aveva fatto in tempo di far pubblicare “Sipario”, ma “Addio miss Marple” uscirà solo dopo la scomparsa della scrittrice.

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Epifania: le origini della tradizione

Come tutti sappiamo, l’Epifania  è una festa cristiana celebrata dodici giorni dopo il Natale, ma non da tutti il 6 gennaio, in quanto le chiese orientali che seguono il calendario giuliano (e non quello gregoriano come il nostro) la festeggiano il 19 gennaio.

Le origini pagane

La Befana nell'immaginario comune

La Befana nell’immaginario comune

Gli antichi Romani celebravano la morte e la rinascita della natura nella dodicesima notte dopo il solstizio invernale. Credevano che in queste dodici notti delle figure femminili volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità dei futuri raccolti, da cui il mito della figura “volante”.
La Befana inoltre, secondo la tradizione celtica, sarebbe una personificazione al femminile della natura invernale, rappresentata come una vecchia gobba con naso adunco, capelli bianchi spettinati e piedi enormi, vestita di stracci e scarpe rotte, port
atrice di doni golosi e abbondanza per chi li merita e di aridità e sterilità per chi non si è impegnato a sufficienza.
L’antica figura pagana femminile fu accettata gradualmente nel Cattolicesimo e la stessa ricorrenza dell’Epifania fu proposta alla data della dodicesima notte dopo il Natale, assorbendo così l’antica simbologia numerica pagana.

L’inizio della cristianizzazione

Già all’inizio del IV secolo, l’allora Chiesa di Roma cominciò a condannare tutti riti pagani, ritenendoli satanici. La conseguenza fu una sovrapposizione di credenze, che trasformò via via la Befana nell’attuale figura benevola che conosciamo: una vecchina affettuosa che vola su una scopa, antico simbolo di purificazione delle case e delle anime.

Adorazione dei Magi (Giotto, 1426)

Adorazione dei Magi (Giotto, 1426)

Secondo una versione “cristianizzata” di una leggenda risalente intorno al XII secolo, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni a una signora anziana. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentita di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò a ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora gira per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.

L’adorazione dei Magi

Adorazione dei Magi (Mantegna, 1497-1500)

Adorazione dei Magi (Mantegna, 1497-1500)

Il termine Epifania deriva dal greco antico “epifàneia” (manifestazione divina, apparizione) e le comunità cristiane lo associarono, fin dal III secolo, ai tre segni rivelatori di Gesù Cristo: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù adulto nel fiume Giordano, e il primo miracolo di Gesù avvenuto a Cana. Nel IV secolo, Giovanni Crisostomo  e San Girolamo sostennero la separazione dell’adorazione dei Magi e del Battesimo di Gesù, essendo quest’ultimo avvenuto quando era già adulto.

Fu stabilito che l’“Epifania” dovesse ricadere 12 giorni dopo Natale e che dovesse commemorare l’adorazione dei Magi a Betlemme.

Erode

Erode

Secondo il Vangelo di Matteo, i Magi, arrivati a Gerusalemme, fecero visita a Erode, domandando dove fosse il “re che era nato”, in quanto avevano “visto sorgere la sua stella”. Erode, saputo dagli scribi che il Messia sarebbe nato a Betlemme, esortò i Magi a trovare il bambino e riferire i dettagli del luogo dove trovarlo, “affinché anche lui potesse adorarlo'”. Guidati dalla stella, essi trovarono Gesù, prostrandosi in adorazione e offrendogli in dono oro, incenso e mirra. Il brano evangelico non riporta il numero esatto dei Magi, ma la tradizione popolare cristiana li ha spesso identificati come i tre saggi o i tre re menzionati nei Salmo LXXI (LXXII),10 e ha assegnato loro i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.

 

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La donna barbuta abruzzese

Se deciderete di fare un viaggio in Spagna, potreste ritrovarvi davanti un quadro piuttosto bizzarro. Avvicinandovi potrete leggere sulla targhetta che gli è posta accanto: “Ritratto di donna barbuta abruzzese”.

L’opera è del pittore spagnolo Jusepe De Ribera (Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652), detto Lo Spagnoletto. De Ribera si trasferì dalla natia Spagna nella città partenopea nel 1616 e da allora divenne uno dei massimi esponenti della pittura di filone caravaggista e uno dei più importanti artisti della pittura napoletana. Diverse sue opere sono nei principali musei del mondo, ma molta della sua straordinaria produzione è visitabile in Campania.

Il nome della donna barbuta era Maddalena Ventura, nata ad Accumoli, che ora è in provincia di Rieti, ma allora apparteneva all’Abruzzo.
All’età di 37 anni, durante la quarta gravidanza, cominciò a sviluppare una folta barba e a 52 anni il viceré la convocò a Napoli, dove venne considerata un “grande miracolo della natura”.
Il dipinto è attualmente conservato presso l’Hospital de Tavera di Toledo.

Nel dipinto la donna è intenta ad allattare al seno il neonato che porta in braccio. Alla sua destra, in penombra e in posizione arretrata, si trova il marito. Sulla destra del dipinto si scorgono dei blocchi di pietra su cui è incisa un’iscrizione in caratteri latini, sopra i quali si trovano posati un fuso, un arcolaio e un filo di lana, tipici attributi femminili che ribadiscono la vera identità della figura centrale del ritratto.

Il ritratto di Maddalena Ventura è, insieme a quello di Antonietta Gonsalvus di Lavina Fontana, uno dei pochissimi dipinti che raffigurano donne affette da irsutismo.

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Lola Di Stefano, l’eroica insegnante

Lola di Stefano, eroica insegnante che sacrificò la sua vita per salvare quella dei suoi piccoli alunni, nacque il primo giugno 1920 a Bussi Sul Tirino.

Lola Di Stefano

Se un giorno vi trovaste a girare per le strade di Bussi su Tirino potreste imbattervi in una statua molto particolare. Il monumento raffigura una maestra che con fare protettivo accarezza la testa una bambina, dolce e serena con il suo grembiulino e la sua cartella. Quella figura femminile è un omaggio a Lola Di Stefano, donna troppo grande per essere raccontata, che sacrificò la sua vita per salvare quella dei suoi piccoli alunni.

Lola nacque il primo giugno 1920 a Bussi Sul Tirino e dedicò la sua vita all’insegnamento. Il 19 gennaio del 1954, nello stabilimento chimico della Società Montedison a Bussi Officine, si verificò la fuoriuscita accidentale di una nube di cloro, che investì ben presto l’interno dello stabilimento, il vicino abitato e la scuola elementare.

Lola Di Stefano, allarmata dal cattivo odore e dal suono delle sirene, si rese conto del pericolo che correvano i suoi scolari e li aiutò a tapparsi la bocca con dei fazzoletti. Grazie a due mezzi forniti dalla Montedison li mise in salvo portandoli lontano dalla scuola, a Capestrano, dove la nuvola del gas, più pesante dell’aria, non li avrebbe raggiunti e dove avrebbero potuto trovare facilmente del latte, indicato come antidoto dai medici dello stabilimento.

Lola, impegnata nel frenetico salvataggio dei suoi 60 alunni, non pensò a proteggere se stessa e rimase intossicata dalle esalazioni. L’avvelenamento da cloro la condusse alla morte il 29 gennaio 1954, a soli 34 anni. Al tempo le fu data la medaglia d’oro al valore civile e in seguito le sono state intitolate la scuola di Bussi e una scuola primaria di Sulmona.

Il monumento di cui vi abbiamo parlato è stato eretto Il 10 febbraio 2018.

 

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