Categoria: Blog

Beatrix Potter, l’illustratrice e naturalista rifiutata dalla Linnean Society

Beatrix Potter è stata un’illustratrice, scrittrice e naturalista britannica, ricordata soprattutto per i suoi libri illustrati per bambini.

L’infanzia

Beatrix Potter a 15 anni

Beatrix Potter a 15 anni

Quella di Beatrix Potter era una tipica famiglia vittoriana: i figli vivevano solo occasionalmente a contatto con i genitori, mentre erano le governanti a occuparsi della loro educazione e istruzione. Beatrix, di salute cagionevole, trascorse un’infanzia piuttosto solitaria, dedicando molta parte del suo tempo al disegno e alla pittura. Come era comune all’epoca vittoriana, i genitori, pur non scoraggiando la sua istruzione, riservarono al figlio maschio l’iscrizione a una prestigiosa scuola e il proseguimento degli studi a Oxford, mentre assicurarono alla figlia maggiore solo una formazione privata.

Dai 15 ai 30 anni, Beatrix tenne un diario, scritto in un codice da lei stessa inventato, pare per tenerlo lontano dagli occhi della madre, con cui non aveva un buon rapporto. Cesserà di scrivervi nel 1897, poi si dedicherà completamente agli studi di carattere scientifico e ai tentativi di pubblicare i suoi disegni.

A partire dal 1890, per guadagnare qualche soldo, Beatrix e il fratello iniziarono a creare e stampare biglietti di auguri di Natale e per altre occasioni speciali, usando come soggetti principali topi e conigli e distinguendosi per l’uso di uno stile del tutto personale. Un’impresa locale acquistò molti dei loro disegni, soprattutto quelli che rappresentavano Benjamin Bunny. Soddisfatta del proprio lavoro e del successo conseguito, decise di pubblicare un proprio libro di storie illustrate, offrendolo a un certo numero di editori di libri per bambini, senza però ricevere risposte positive.

Le scienze naturali

Agaricus campestris

La passione per la natura, per gli animali e per la pittura, fu quindi il tema conduttore della vita di Beatrix fin dall’infanzia. A partire dal 1890 i suoi interessi scientifici si spostarono sulla micologia. La incuriosivano molto i funghi per la varietà dei colori che presentavano. Grazie a suo zio, un noto chimico, Beatrix studiò le spore al microscopio e provò a coltivarle, produsse diverse illustrazioni e dipinti e annotò quando stava osservando. Le sue ricerche furono accolte con un certo scetticismo da parte della comunità scientifica, perché non faceva parte della cerchia ufficiale di studiosi, ma soprattutto perché era donna. Nel 1897 la sua teoria sulla germinazione delle spore di fungo On the Germination of the Spores of the Agaricineae, venne presentata alla Linnean Society, ma Beatrix non poté parteciparvi, perché la presenza a questi consessi era vietata alle donne. Il suo scritto non venne preso in seria considerazione, e in seguito Beatrix lo ritirò, probabilmente per modificarlo. Non venne mai pubblicato, e andò perduto. Circa un secolo dopo, nel 1997, la Linnean Society avrebbe espresse le sue scuse per il sessismo che aveva guidato la valutazione dei contributi scientifici femminili.

Nel 1967, il micologo WPK Findlay ha incluso nel suo Wayside & Woodland Fungi molti dei disegni di Potter, soddisfacendo così il desiderio della scrittrice di vedere i suoi lavori pubblicati. Le sue illustrazioni sono ritenute degne di attenzione per la loro bellezza e precisione, ma anche per l’aiuto fornito ai moderni micologi nell’identificare le varietà di funghi.

Il racconto di Peter Coniglio

Prima edizione di Peter Coniglio

La svolta nella carriera artistica di Beatrix Potter maturò lentamente. Lei utilizzò le lettere e il materiale illustrativo contenuto nella corrispondenza col figlio della sua ex governante – spesso malato – per realizzare il suo primo libro per bambini, dal titolo The Tale of Peter Rabbit. Il libro venne rifiutato da ben sei case editrici, ma Beatrix non si arrese e decise di stampare lei stessa 250 copie che riuscì a vendere in breve tempo. L’anno dopo, il 2 ottobre del 1902, il libro fu apprezzato e pubblicato dalla Frederick Warne & Company, che pose a Beatrix come condizione di realizzare illustrazioni a colori e non più in bianco e nero.

The Tale of Peter Rabbit fu innovativo per il mondo dell’infanzia; era stato realizzato in un formato piuttosto piccolo, adatto alle dimensioni delle mani dei bambini, mentre un’altra novità  era costituita dal prezzo ridotto: uno scellino. Potter inoltre si rifiutò di sottovalutare i bambini adoperando un linguaggio troppo semplice e superficiale, e decise di inserire anche qualche termine complesso e talvolta ricercato in ciascuno dei suoi libri, per favorire il loro apprendimento e suscitarne la curiosità.

Alla morte del padre nel 1914 Beatrix Potter, ormai diventata una donna ricca, persuase sua madre a trasferirsi nel distretto dei laghi dove trovò per lei una proprietà in affitto a Sawrey, che  successivamente abbandonò per una grande casa a Bowness, nella contea di Cumbria. Potter continuò a scrivere storie e a disegnare, soprattutto per il proprio piacere. Dall’inizio della sua collaborazione con l’editore Warne, pubblicò ogni anno due o tre piccoli libri, 23 in tutto. L’ultimo libro in questo formato fu una raccolta di filastrocche tradizionali pubblicata nel 1922. Alla fine degli anni venti scrisse dei libri per il pubblico americano: The Fairy Caravan.

La vita nella fattoria

Nel 1923 Beatrix acquistò una grande fattoria e divenne una dei più importanti allevatori di ovini nella contea, molto apprezzata dai pastori e dagli imprenditori agrari per la sua disponibilità a sperimentare gli ultimi rimedi biologici per le malattie comuni delle pecore.

Beatrix Potter

Potter si impegnò nella salvaguardia dell’ambiente dei terreni di sua proprietà, e alla sua morte li lasciò in eredità al National Trust; oggi costituiscono gran parte dell’area naturale protetta del Lake District National Park.

Nel 1942 fu la prima donna eletta come Presidente dell’associazione Herdwick Sheepbreeders, ma prima che potesse assumere la carica fu colpita da una gravissima polmonite che la portò alla morte il 22 dicembre 1943.

Dal 1º gennaio 2014 le opere originali di Beatrix Potter sono diventate di pubblico dominio in Europa e negli altri paesi in cui il copyright decade a 70 anni dalla morte dell’autore. I suoi 24 racconti sono stati tradotti in 35 lingue vendendo oltre 100 milioni di copie. Le sue storie sono state spesso utilizzate dal cinema, nella musica e nella danza. Dalla sua vita è stato anche tratto un lungometraggio, “Miss Potter”, con protagonista Renée Zellweger.

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Anne Perry, la giallista che visse due volte

Vermeer e “La Lettera d’Amore” rubata

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

La lunga scia di sangue di Belle Gunness

 

 

Vermeer e “La Lettera d’Amore” rubata

La lettera d'amore

Centre for Fine Arts, Bruxelles, 23 settembre 1971.

La lettera d’amore di Vermeer, ricevuta in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam, fa bella mostra di sé fino che delle mani non si protendono a staccarla dalla parete. Il ventunenne Mario Pierre Roymans ha passato molto tempo nascosto in un armadietto e quando il museo si svuota corre dritto verso il suo obiettivo. Dopo esserselo assicurato cerca di fuggire da una finestra, ma la cornice è troppo grande. A quel punto taglia la tela con un pelapatate, la mette in tasca e scompare nella notte.

La lettera d’amore

Il furto del Vermeer

Cosa aveva spinto il ragazzo a compiere tale gesto? I primi indizi arrivarono il 3 ottobre successivo, quando il quotidiano “Le Soire” fu contattato da un uomo che si faceva chiamare Tijl van Limburg (una sorta di Robin Hood) e chiedeva che un giornalista munito di telecamera lo incontrasse in un bosco. Fu accontentato. Roymans, dopo aver bendato il reporter, lo fece salire su una macchina e lo condusse in una chiesa. Qui gli mostrò il dipinto rubato di Vermeer, dichiarando che amava moltissimo l’arte, ma che amava ancora di più l’umanità. Dopo questo incontro le foto furono pubblicate insieme alle richieste del giovane: 200 milioni di franchi belgi da dare ai rifugiati bengalesi nel Pakistan orientale.

Il 26 marzo 1971 era infatti scoppiata la guerra di liberazione bengalese, che aveva visto su fronti opposti il Pakistan dell’est, che aveva dichiarato la propria indipendenza col nome di Bangladesh, e Pakistan dell’ovest. Durante il conflitto la comunità bengalese fu oggetto di un vero e proprio genocidio, ad opera sia dell’esercito del Pakistan occidentale che di milizie estremiste religiose.

Mario Pierre Roymans

Il ricatto

Il suo scopo quindi – aveva dichiarato Roymans – era quello di aiutare i bengalesi e di spingere sia il Rijksmuseum che il Centre for Fine Arts di Bruxelles ad organizzare campagne di raccolte fondi per combattere le carestie in tutto il mondo.

Il ragazzo pose anche un ultimatum: entro mercoledì 6 ottobre le sue richieste dovevano essere accolte. Le foto scattate dal giornalista furono analizzate da un esperto d’arte che confermò l’autenticità del quadro di Vermeer, ma poco dopo il direttore del Rijksmuseum affermò che la qualità degli scatti non permetteva di trarre conclusioni definitive. Nei giorni successivi, Roymans, che si manteneva in contatto con i media, fu individuato e arrestato.

Fonte: http://istitutoeuroarabo.it/

“La lettera d’amore” fu restituita al Rijksmuseum e, date le pessime condizioni in cui era state tenuta, rimase sotto restauro per quasi un anno. Roymans fu multato e condannato a due anni di carcere, commutati poi in due mesi.

Il destino del Bangladesh

Ma cosa accadde in Bangladesh? La guerra e la pulizia etnica contro la popolazione bengalese ebbero fine solo il 16 dicembre, grazie all’intervento dell’esercito indiano.

Fonte: http://istitutoeuroarabo.it/

Proprio per aiutare i profughi di guerra venne realizzato il primo concerto di beneficienza della storia: era il celebre “Concerto per il Bangladesh”, tenutosi il 1 agosto 1971 al Madison Square Garden di New York. L’organizzatore era George Harrison, che già aveva pubblicato il singolo Bangla Desh, il cui ricavato era stato devoluto all’UNICEF

 

 

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Anne Perry, la giallista che visse due volte

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

La lunga scia di sangue di Belle Gunness

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

 

[Top]

La lunga scia di sangue di Belle Gunness

Belle Gunness è stata una serial killer di origine norvegese: con le sue 40 vittime stimate, è stata una delle più prolifiche assassine seriali di tutta la storia degli Stati Uniti.

Una trappola mortale

Era il 1908 quando un terribile incendio divampò nella tenuta di una donna chiamata Belle Gunnes. La polizia rinvenne dei corpi che ritenne appartenere a lei e ai suoi figli e arrestò Ray Lamphere, ex dipendente che con Belle aveva avuto una relazione tormentata. La difesa dell’uomo stupì tutti: la Gunness non era morta nell’incendio, ma aveva assassinato una donna, l’aveva decapitata e le aveva messo i suoi vestiti addosso. Poi aveva avvelenato i figli con la stricnina e aveva appiccato il fuoco. Infine si era fatta accompagnare alla stazione ed era fuggita, senza più dare sue notizie.

Perchè questo? Belle attirava gli uomini nella sua fattoria, li seduceva e li avvelenava o colpiva con un’ascia mentre dormivano. Poi, li smembrava e si faceva aiutare da Ray a seppellirli. E stava per essere scoperta.

Chi era Belle Gunness?

Belle, il cui vero nome era Brynhild, nacque nel 1859 a Selbu, in Norvegia, da una famiglia molto povera. Ottava e ultima figlia, aiutava la famiglia portando le pecore al pascolo e crescendo venne sempre più apprezzata dai suoi datori di lavoro: era alta, forte e non temeva di passare la notte da sola nelle baite. Meno buoni erano i rapporti con i suoi coetanei, che la ritenevano maligna e bugiarda.

A ventitré anni decise di emigrare negli Stati Uniti, aiutata dalla sorella e dal cognato che vivevano già lì. Arrivata in America, Brynhild cambiò il suo nome in Belle e iniziò a lavorare come cameriera. Circa due anni dopo la donna conobbe e sposò il sorvegliante notturno Mads Sorensen, con si trasferì a Austin, un sobborgo di Chicago.
In quel periodo Belle adottò una bimba, Jenny, che il padre, rimasto vedovo, non si era sentito si crescere. Pochi anni dopo le nacquero quattro figli, ma i primi due bimbi morirono in tenera età. Nel 1900 venne a mancare anche Mads, curiosamente nell’unico giorno in cui le due assicurazioni sulla vita che l’uomo aveva stipulato con due compagnie diverse erano contemporaneamente valide.

Belle Gunness

Belle Gunness

La vedova nera

Il medico che aveva visitato l’uomo sospettò subito che fosse stato avvelenato con la stricnina e affrontò Belle. La donna dichiarò di aver dato al marito una polvere contro il raffreddore che il dottore stesso gli aveva prescritto. Il medico si convinse e firmò il certificato di morte.
Col premio assicurativo Belle comprò un negozio di abbigliamento, che venne distrutto pochi mesi dopo da un incendio. Riscossi altri soldi dall’assicurazione, la donna acquistò una fattoria a La Porte, in Indiana, e vi si stabilì con Jenny e le altre due figlie, Myrtle e Lucy.

Nel 1902 sposò il macellaio Peter Gunnes, che si trasferì da Belle insieme alla figlia di primo letto, Swanhilde. Nove mesi dopo l’uomo fu ritrovato morto, con la testa spaccata da un tritacarne. Il medico stavolta avvertì la polizia, ma quando Jenny testimoniò che aveva visto l’oggetto cadere accidentalmente da una mensola il caso fu archiviato. La Gunness riscosse l’ennesima assicurazione. Il fratello Peter, temendo per la vita di Swanhilde, la fece rapire.

Morto il marito, Belle intrecciò una relazione con uno dei suoi dipendenti, Ray Lamphere, la cui gelosia si scatenò quando lei mise un annuncio sul giornale per trovare un nuovo consorte.
Coloro che risposero ricevettero una lettera che li invitava a depositare del denaro a nome. Bizzarramente, molti interpretarono questa richiesta come un segno di affidabilità e presto alla fattoria si susseguirono una serie di spasimanti. La maggior parte di loro avrebbe trovato la morte a La Porte.

I primi sospetti 

Ray, che non sopportava il succedersi di amanti nella tenuta, cominciò a fare rabbiose scenate e venne licenziato. Rimasto nei pressi per spiare Belle fu infine denunciato.

Nel 1906 Jenny raccontò ad alcuni suoi compagni di scuola che era stata sua madre ad assassinare il marito, e fu quindi interrogata nuovamente dalla polizia. Davanti agli inquirenti negò tutto, poi sparì nel nulla. La Gunness dichiarò che la figlia era stata mandata in collegio.

Nel 1908 all’annuncio di Belle rispose Andrew Helgelien, che si recò a La Porte con tutto il suo denaro e scomparve dopo poco giorni. Usualmente la serial killer sceglieva uomini senza legami, ma con Andrew commise un errore. Il fratello di lui, Asle, si recò dalla sceriffo di La Porte per denunciarne la scomparsa e accusare la Gunness. Quella stessa notte la fattoria della donna era stata distrutta dalle fiamme.

Belle Gunness con i suoi figli

Nonostante l’apparente dipartita di Belle, Asle non si arrese e continuò a indagare. Grazie anche alle dichiarazioni di un ex dipendente della fattoria, lo sceriffo fece scavare nel porcile. Il primo cadavere smembrato ad essere rinvenuto fu quello di Andrew Helgelien, seguito da quelli dei vari spasimanti, di Jenny e di tre vittime mai identificate: una donna priva della testa e due bambini. Il numero stimato di vittime è 40, ma è plausibile che ce ne siano state di più.

Che fine ha fatto Belle Gunness?

Quando  Ray Lamphere dichiarò che Belle era viva e che il cadavere rinvenuto non fosse il suo, inizialmente non fu creduto. In seguito però dei testimoni sostennero che il corpo fosse più piccolo di quello della Gunnes e l’analisi dei resti rivelò tracce di veleno.

Nessuno sa davvero che fine abbia fatto questa assassina seriale e intorno a lei sono sorte numerose leggende. La storia ci dice che quando la sua migliore amica morì, in casa sua venne rinvenuto il teschio di una donna. Era forse quello della sventurata scelta per mettere in scena la morte di Belle?

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

 

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Anne Perry, la giallista che visse due volte

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

[Top]

Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

Georgia Broadwick, nota con il soprannome di Tiny Broadwick, è stata la prima donna paracadutista e l’inventrice del ripcord.

La bambola

Tiny Broadwick

Tiny Broadwick

Georgia nacque l’8 aprile 1893 in North Carolina e a causa della sua esile struttura fisica si guadagnò ben presto l’appellativo di Tiny (minuscola). Sposatasi appena dodicenne, l’anno successivo ebbe una figlia ma fu abbandonata dal marito. Per mantenersi cominciò a lavorare in un cotonificio, ma quell’occupazione non era destinata a durare a lungo. A 15 anni vide Charles Broadwick, un paracadutista di fama mondiale, lanciarsi da una mongolfiera e rimase folgorata.  Tiny decise di unirsi alla compagnia di paracadutisti di Broadwick e lo convinse ad accoglierla. Affidata la sua bambina ai propri genitori partì con l’uomo, di cui divenne in seguito la figlia adottiva (o secondo altri la moglie, la diatriba non si chiarì mai).

Tiny, presentata al pubblico come The Doll (la bambola), esordì lanciandosi da una mongolfiera il 28 dicembre 1908. Insieme alla compagnia di Broadwick si esibì poi in diverse fiere, guadagnando sempre più fama.

Il primo lancio da un aereo

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tra i suoi grandi successi il più noto è certamente quello di essere diventata la prima donna a paracadutarsi da un aereo. Il lancio ufficiale avvenne a Los Angeles il 21 giungo 1913, ma Tiny si era già lanciata l’anno precedente durante uno show al Grant Park di Chicago.

Nel 1914 fece una dimostrazione all’esercito, che ai tempi aveva una piccola flotta di aerei non troppo sicuri. I militari si mostrarono restii all’adozione dei paracadute, ma i lanci di Tiny Broadwick spazzarono via ogni resistenza. In quell’occasione Tiny inventò il ripcord, una componente dell’equipaggiamento per lo skydiving.

Pochi mesi dopo la paracadutista saltò nel lago Michigan, diventando la prima donna a lanciarsi in uno specchio d’acqua.

iny Broadwick con paracadute

Tiny Broadwick con paracadute

Nel 1916 sposò Harry Brown e interruppe il paracadutismo per quattro anni, ricominciando in seguito al divorzio avvenuto quattro anni dopo. Continuò a lanciarsi fino al 1922, poi smise per problemi alle caviglie.

Tiny Broadwick, pur non essendo una pilota, è stata una delle poche donne del Early Birds of Aviation

Nel 1964 ha donato un paracadute fatto a mano da Charles Broadwick allo Smithsonian Air Museum.

Tiny Broadwick è morta in California nel 1978 ed è stata sepolta nei Sunset Gardens a Henderson, nella Carolina del Nord.

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Anne Perry, la giallista che visse due volte

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

[Top]

Anne Perry, la giallista che visse due volte

Per gli scrittori di gialli e thriller intingere metaforicamente la penna nel sangue è cosa consueta, ma non ci si aspetta mai che possano essere stati carnefici nel mondo reale. Eppure una scrittrice britannica – di culto per gli amanti del giallo classico – ha conosciuto il delitto ben prima che il suo romanzo d’esordio venisse dato alle stampe: allora si chiamava Juliet Hulme, ma il mondo l’avrebbe conosciuta come Anne Perry.

Christchurch, Nuova Zelanda, 22 giugno 1954

Anne Perry

Anne Perry

Era pomeriggio quando due ragazzine ansanti e ricoperte di sangue irruppero nella sala da tè di Agnes e Kenneth Ritchie e chiesero aiuto. La madre di una di loro, insieme a cui erano state in quel locale fino a poco tempo prima, era caduta e aveva sbattuto la testa. Kenneth le seguì nel parco e si trovò davanti il corpo orrendamente martoriato di Honorah Rieper. Le gravi lacerazioni a testa e volto e le ferite da difesa su braccia e mani erano più che esplicite e l’idea dell’incidente apparve subito ridicola. Fu il ritrovamento dell’arma del delitto, un mattone avvolto in una calza, a schiudere definitivamente il vaso di Pandora: Juliet Hulme, 15 anni,  e Pauline Parker, sedicenne, avevano assassinato la madre di quest’ultima, colpendola circa 20 volte.

Il Quarto Mondo

Juliet e Pauline erano creature affini, lo avevano capito appena si erano conosciute alla Girls’High School di Christchurch, in Nuova Zelanda.

Juliet Hulme e Pauline Parker

Juliet Hulme e Pauline Parker

La prima cosa che le aveva legate era il fatto che entrambe avessero una salute cagionevole, minata da malattie croniche, ma col tempo il loro rapporto si era evoluto e rafforzato, fino a diventare simbiotico.

Pian piano avevano cominciato ad allontanarsi dal mondo reale per rifugiarsi in quello di fantasia da loro creato, sui cui si dilettavano a scrivere racconti e pezzi teatrali. Le ragazze si erano costruite anche una propria religione basata sul Quarto Mondo, una dimensione parallela a cui potevano giungere solo grazie all’illuminazione spirituale determinata dalla loro amicizia. Col tempo il loro legame era divenuto sempre più ossessivo, tanto che le famiglie avevano cominciato ad essere preoccupate, sospettando che tra di loro di fosse un’attrazione di tipo sessuale – non dimentichiamo che negli anni ’50 l’omosessualità era ancora considerata una malattia mentale – tuttavia non le avevano divise.

Legami spezzati

Il dramma arrivò con la separazione dei genitori di Juliet, a seguito di cui quest’ultima si sarebbe dovuta trasferire.  Sia la madre che il padre avevano deciso di tornare a vivere in Inghilterra, anche perché quest’ultimo aveva problemi di lavoro, ma a causa della sua tubercolosi la ragazza sarebbe stata mandata a vivere da un zia in Sud Africa, dove il clima era più adatto alla sua salute.  L’idea della separazione era inaccettabile per le due amiche e chiesero che anche Pauline potesse partire. Gli Hulme – forse per temporeggiare – non si opposero all’idea, ma un ostacolo che andava rimosso con ogni mezzo continuava a permanere sulla strada delle due adolescenti: la madre di Pauline.

Il Boia di Cater Street

Il Boia di Cater Street

Il piano aveva preso forma in fretta, dopo aver simulato la morte accidentale di Honorah le due adolescenti sarebbero prima andate in Sud Africa come progettato, poi sarebbero fuggite negli Stati Uniti, dove si sarebbero mantenute scrivendo o lavorando nel mondo del cinema.

Il processo destò enorme scalpore, sia in virtù della giovanissima età delle colpevoli sia per le illazioni – sempre smentite – sulla loro omosessualità. Normalmente in casi simili sarebbe stata applicata la pena di morte, ma proprio per la loro giovinezza furono condannate a 5 anni di reclusione. Dopo il processo Juliet e Pauline non si rividero mai più.

Trascorsa la pena Pauline Parker assunse il nome di Hilary Nathan e dopo sei mesi di libertà vigilata decise di trasferirsi in Inghilterra. Non ha mai voluto parlare con la stampa, ma in una dichiarazione del 1996 resa attraverso la sorella ha dichiarato tutto il suo pentimento.

Da Juliet Hulme a Anne Perry

Anche Juliet partì per la Gran Bretagna e divenne assistente di volo. Unitasi alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, visse in seguito negli Stati Uniti, poi si stabilì in Scozia.

Locandina di "Creature dal Cielo"

Locandina di “Creature dal Cielo”

Nel 1979 uscì il suo primo romanzo, “Il Boia di Cater Street”, in cui diede vita non solo all’ispettore Thomas Pitt ma anche ad una nuova se stessa: Anne Perry.

La carriera letteraria di Anne è stata costellata da grandi successi e i suoi sono romanzi di culto per gli appassionati. In Italia sono state pubblicate decine di sue opere, oltre cinquanta delle quali nella collana Giallo Mondadori.

Dal 2017 la scrittrice vive ad  Hollywood.

L’omicidio di Honorah Rieper è alla base  di Creature del Cielo, film del 1994 di Peter Jackson, in cui Melanie Lynskey interpreta  Pauline Parker e Kate Winslet interpreta Juliet Hulme. Il fatto che Anne Perry e Juliet fossero la stessa persona fu rivelato alcuni mesi dopo l’uscita del film.

 

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Top]

Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Il 17 maggio 1990 segna una data storica nel cammino della civiltà. Esattamente trent’anni fa infatti L’OMS rimosse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Per questo il 17 maggio ricorre la giornata mondiale contro l’omotransfobia.

Una storia travagliata

Come si può facilmente immaginare, tagliare questo traguardo è stato tutt’altro che semplice, data l’assurda stigmatizzazione di cui gli omosessuali sono stati spesso oggetto. Ci sono stati luoghi  e momenti storici in cui il tema è stato dibattuto con tranquillità, come nell’Atene classica, nella Firenze rinascimentale o in grandi città come Berlino e Parigi prima della guerra, ma questi rappresentano una minoranza.

A causa di motivi legati alla religione e a preconcetti culturali l’omosessualità è stata repressa -molto spesso nel sangue – senza pietà.

Alan Turing

Alan Turing

L’Europa della Santa Inquisizione e della Controriforma, la Germania nazista e la Russia stalinista sono solo alcuni degli esempi. Tra i perseguitati più illustri tutti ricordiamo Oscar Wilde, che venne processato e condannato ai lavori ai forzati. Meno conosciuta è forse la storia di Alan Turing, l’inventore della macchina che porta il suo nome, ossia un primo computer che aiutò a decifrare i codici di comunicazione dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Turing fu de facto fondamentale per la vittoria alleata, ma alla fine del conflitto venne perseguitato per la sua omosessualità e costretto alla castrazione chimica. Si toglierà la vita a soli 41 anni. La sua storia è magistralmente narrata nel film “The Imitation Game”, in cui è interpretato da Benedict Cumberbatch.

Evelyn Hooker

Le prime manifestazioni per reclamare i diritti delle comunità gay ebbero luogo agli inizi del gli anni ’70, ma già nel mondo scientifico era avvenuta la prima rivoluzione. Nel 1957 era stato pubblicato sulla rivista “Journal of projective techniques” un articolo dal titolo “L’adattamento psicologico del maschio omosessuale dichiarato”. Lo studio aveva scardinato convinzioni vecchie di secoli ed era opera di una psicologa statunitense: Evelyn Hooker.

Ai tempi per stimare l’equilibro mentale degli omosessuali si confrontavano i test psicologici di eterosessuali (senza problemi psicologici) con quelli di gay già in cura per disturbi. Il risultato ottenuto era inevitabilmente falsato.

Evelyn Hooker

Evelyn Hooker

Evelyn Hooker decise invece di confrontare i dati ottenuti da etero e gay privi di problemi clinici, poi chiese a un gruppo di esperti di analizzare i test e di comprendere l’orientamento sessuale dei soggetti esclusivamente dai risultati. Ovviamente non ci riuscirono.

L’esperimento fu ripetuto molte volte da diversi studiosi e diede sempre gli stessi risultati: non vi erano differenze cliniche nella mente di eterosessuali e omosessuali. L’omosessualità tuttavia verrà cancellata dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) soltanto nel 1974.

In Italia

Il nostro Paese è stato tra i primi a decriminalizzare l’omosessualità. Era il 1889 e col codice penale redatto da Zanardelli non era più prevista alcuna pena, ma questo aveva un prezzo: le relazioni andavano vissute nell’ombra. “Don’t ask, don’t tell”, avrebbero detto gli Americani a circa un secolo di distanza. Durante il fascismo la questione venne ripresa in mano, ma alla fine si decise non introdurre il reato di “relazioni omosessuali”. Il motivo? Avrebbe significato ammettere di gay tra “il virile popolo italico”.

Manifestazione per i diritti della comunità LGBT

Manifestazione per i diritti della comunità LGBT

Di certo da allora – e in particolare negli ultimi anni – molto è cambiato riguardo ai diritti LGBT, ma la strada è ancora lunga e oltre che legislativa è soprattutto sociale. Gli episodi di omofobia più o meno gravi sono tutt’altro che rari e, con l’erronea convinzione che il web non sia sottoposto alle stesse leggi del mondo reale, un numero enorme di persone si permette insulti e commenti carichi di odio, minacce, violenza. Su questo troppo spesso sono stati chiusi gli occhi, tanto che l’omofobia non è stata inserita tra i crimini dettati dell’odio (Legge Mancino, 1993). La proposta di modifica in merito è oggetto di dibattito dal 2013 e non è stata ancora presa una decisione.

Un grande, se pur lento, passo avanti è stato fatto nel 2016 con la legge sulle unioni civili, che garantisce alla coppie (gay ed etero) parte dei diritti acquisiti col matrimonio. Ancora lunga, tuttavia, è la strada da percorrere a livello legislativo e culturale, sia in Italia che nel resto del mondo. Non dimentichiamo che esistono stati in cui tutt’oggi l’omosessualità è punita col carcere o la pena di morte.

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

 

 

 

[Top]

Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

Lizzie Halliday, una serial killer di origine irlandese che sconvolse l’America di fine ottocento, ha il triste primato di essere stata la prima donna condannata alla sedia elettrica.

Un prigioniera pericolosa

Ritratto di Nellie Bly

Ritratto di Nellie Bly

Quel giorno Nelly Bly, antesignana del giornalismo d’inchiesta, avrebbe potuto finalmente intervistare un figura che era entrata con prepotenza negli incubi degli americani. Lì, nella Sullivan County Jail di Monticello, nello Stato di New York, era rinchiusa una prigioniera dal comportamento così selvaggio da aver attirato l’attenzione dei quotidiani di tutto il mondo e di aver solleticato le più morbose fantasie del pubblico. Addirittura, con un certo volo di fantasia, qualcuno sosteneva che la donna fosse in qualche modo coinvolta nei crimini di Jack Lo Squartatore. Costei si chiamava Lizzie Halliday e si era lasciata alle spalle una scia di sangue più lunga di quanto gli inquirenti credessero. Proprio nelle due interviste con Nelly Bly, Lizzie svelò gli ultimi tasselli della sua storia. Ma andiamo con ordine.

Una serpe in seno

Lizzie era entrata a servizio di Paul Halliday, un benestante settantenne che aveva una fattoria a Burlingham, nel 1889 quando aveva trent’anni. Paul era vedovo e aveva due figli, Robert e John, quest’ultimo purtroppo mentalmente disabile. Lizzie e Paul non ci avevano messo molto a sposarsi, ma la donna proprio non sopportava i figliastri, in particolare quello malato. In aggiunta a funestare il matrimonio arrivarono le crisi di follia della Halliday e i suoi comportamenti inspiegabili. Arrivata a rubare immotivatamente dei cavalli fu arrestata e riconosciuta colpevole ma il suo avvocato la fece assolvere per infermità mentale e internare in manicomio. Paul, ignaro della pericolosità della consorte, commise il tragico errore di aiutarla a tornare a casa.

Nel maggio del 1981 parte della fattoria degli Halliday fu improvvisamente avvolta dalle fiamme e bruciò fino alle fondamenta, uccidendo John. I sospetti caddero immediatamente su Lizzie, ma non fu possibile provare nulla. In agosto Paul scomparve nel nulla e la moglie asserì che si era recato in un paese vicino per lavoro. Nessuno le credette e infine fu emesso un mandato di perquisizione per la sua proprietà.

Gli omicidi

I primi due cadaveri furono rinvenuti in un granaio e appartenevano a due donne, Margaret e Sarah McQuillan. Il fatto che la famiglia delle due vittime l’avesse molto aiutata in passato e che le conoscesse fin da prima di partire dall’Irlanda non le aveva impedito di ucciderle a colpi di pistola. Lizzie, interrogata, diede solo risposte incoerenti, poi fu tradotta in prigione. Ci volle un po’ di più per trovare il terzo corpo, quello di Paul Halliday, che marciva sotto le assi del pavimento. Una volta in custodia nella nella Sullivan County Jail Lizzie cominciò a non mangiare, aggredì la moglie dello sceriffo, provò a dare fuoco al proprio letto e cercò di uccidersi più volte, tanto che alla fine dovette essere incatenata.

Proprio in cella riuscì a incontrarla Nelly Bly, che con le sue domande scoprì che probabilmente quelli per cui era accusata non erano primi delitti di Lizzie. Paul era stato solo l’ultimo di una lunga serie di mariti morti o miracolosamente sopravvissuti.

Una macabra intervista

Lizzie Halliday

Lizzie Halliday, nata Eliza Margaret McNally, venne alla luce intorno al 1859 nella contea di Antrim , in Irlanda,  e la sua famiglia si trasferì in America quando lei era molto giovane. Nel 1879 sposò un uomo che si faceva chiamare Charles Hopkins  (il suo vero nome era Ketspool Brown) e pare che la coppia ebbe un figlio che per un motivo a noi non noto fu messo in un istituto. A meno di un anno dal matrimonio Charles morì improvvisamente. Nel 1881 fu la volta di Artemus Brewer, anche lui deceduto alcuni mesi dopo averla presa in moglie. Il terzo marito fu più fortunato e la lasciò poco dopo le nozze. Al quarto consorte, il veterano di guerra George Smith, fu riservata un tazza di tè corretta con l’arsenico, ma l’uomo riuscì a salvarsi e Lizzie dovette fuggire. Rifugiatasi nel Vermont sposò il quinto marito, Charles Playstel, ma lo lasciò dopo meno di due settimane. Probabilmente Charles ringraziò la sua buona sorte per tutta la vita.

Nel 1888 Lizzie Halliday fece la sua comparsa a Philadelphia, dove soggiornò presso una famiglia che viveva accanto alla sua quando erano in in Irlanda: I McQullians. Non molto tempo dopo Margaret e Sarah avrebbero pagato cara questa loro gentilezza. Mentre era a Philadelphia Lizzie aprì un negozio, ma in breve decise di bruciarlo per avere i soldi dell’assicurazione. Fu scoperta e condannata a due anni di carcere. Uscita dall’istituto di correzione conobbe Paul Halliday.

Ancora sangue

Nessuno sa con certezza cosa sia accaduto ai primi due consorti di Lizzie, ma apparve chiaro a tutti che l’elenco degli sventurati che hanno incrociato la sua strada conti più punti di quelli noti. Il 21 giugno 1894 la Halliday fu condannata per l’omicidio di Margaret e Sarah McQuillan, che quasi certamente non furono le prime vittime e purtroppo non furono nemmeno le ultime.

Lizzie Halliday fu la prima donna ad essere destinata alla sedia elettrica, ma data l’infermità mentale la pena venne commutata in un ergastolo da scontare in una clinica psichiatrica, il Matteawan State Asylum. Qui, nel 1906, la serial killer avrebbe riscosso il suo ultimo tributo di sangue pugnalando decine di volte un’infermiera, Nellie Wickes.

Lizzie Halliday morì il 28 giugno 1918.

 

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Jacqueline Kennedy, l’indimenticabile first lady

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

 

 

 

[Top]

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Tutti sappiamo che la Pasqua è la festa cristiana che celebra la resurrezione di Gesù, ma conosciamo anche le origini delle tradizioni legate ad essa? Scopriamo insieme qualche curiosità!

Resurrezione (Raffaello)

Le origini

Il nome Pasqua deriva da una parola aramaica, “Pesach”, che significa “passaggio”. Nei paesi anglosassoni la festività si chiama “Easter” e trae il suo nome da un’antica divinità germanica, “Eastre” o “Eostre”, collegata alla fertilità, alla rinascita e quindi alla primavera.

La data della Pasqua cambia ogni anno, cadendo sempre di domenica, vi siete mai chiesti perché e come si calcola? Il motivo è la ricerca di far cadere la festività nelle condizioni il più simile possibile all’epoca di Cristo, il calcolo è invece assai complicato e si basa sulla Pasqua ebraica e sul calcolo dell’epatta, ovvero l’età della luna al 1° gennaio. Semplificando molto, la Pasqua cade la domenica successiva alla prima luna piena di primavera, quindi sempre tra il 22 marzo e il 25 aprile.

Le uova

Perché a Pasqua si regalano uova? E’ una tradizione che ha radici ben precedenti al Cristianesimo.

Uova di Pasqua

Le uova, simbolo di vita nuova e fertilità, erano già un apprezzato dono ai tempi di romani, persiani, fenici, greci e, in particolar modo, egiziani. Anche questo simbolo era spesso legato all’equinozio di primavera.

Il primo uovo di Pasqua al cioccolato venne prodotto nel 1873 a Bristol, in Inghilterra, dall’azienda Fry. Da allora è diventata la golosità per eccellenza di Pasqua, solo negli Stati Uniti se ne stima una vendita di 600 milioni di pezzi.

Nel Guinness dei primati trova spazio un uovo di cioccolata dall’incredibile peso di sette tonnellate e l’altezza di oltre dieci metri. E’ stato realizzato in Italia.

Il coniglietto e la colomba

La tradizione del coniglietto di cioccolata è ancora legata a miti pagani. Quest’animale, infatti, era un simbolo di fertilità grazie alla sua proverbiale prolificità, mentre in Egitto era legato al culto della luna, il satellite che, come vedremo, riveste un ruolo importante nel calcolo della data.

La colomba invece, oltre a essere simbolo biblico di pace, è collegata a una leggenda medievale sul longobardo Alboino e la sua invasione di Pavia. Quando il barbaro ordinò che gli fossero consegnate le vergini del paese, le donne tentarono di ingraziarselo preparando dolci a forma di colomba, animale preferito di Alboino.

Il passaggio del Mar Rosso

Le usanze riguardo la Pasqua sono ovviamente diverse nel mondo. Ad esempio negli Stati Uniti il dolce più diffuso è il marshmello, mentre la decorazione delle uova è importantissima nei paesi dell’est Europa, specie in Ucraina, e prende il nome di Pysanka.

Importanza religiosa

Anche se tendiamo a considerare il Natale la festa cardine del Cristianesimo, anche in chiave commerciale, in realtà la Pasqua dovrebbe essere la ricorrenza più importante per i fedeli. La resurrezione è infatti il concetto rivoluzionario su cui si basa tutta la fede cristiana.

La Pasqua ebraica cade più o meno contestualmente a quella cristiana e commemora la traversata del Mar Rosso di Mosè e del popolo ebraico, ovvero la sua liberazione dalla schiavitù.

 

Scopri altre curiosità:

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

[Top]

Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Lavinia Fisher è ritenuta la prima serial killer statunitense. Insieme al marito derubò e uccise diversi avventori della loro locanda a Charleston.

Un messaggio per il diavolo

“Se qualcuno di voi ha un messaggio per il diavolo me lo dia ora, perché lo vedrò tra poco”. Si dice siano state queste le ultime parole di Lavina Fisher prima di penzolare dalla forca, in una gelida e grigia mattina del febbraio 1820. Era giunta al patibolo con indosso il suo abito da sposa e con quel vestito rosso e bianco aveva chiesto di essere sepolta. Lavinia non credeva davvero di morire, convinta che la grazia sarebbe presto giunta, nessuna donna era stata mai impiccata in South Carolina. Si, sbagliava, lei sarebbe stata la prima.

Molti misteri circondano la vita, la morte e la tumulazione di questa donna bellissima, tanto che nelle notizie che ci sono giunte travolta la leggenda si insinua nei fatti storici. Fu giustiziata insieme al complice e marito, John, e il luogo dove furono sepolti rimane sconosciuto. L’ipotesi più probabile è quella del potter’s field (un cimitero per morti non reclamati dalle famiglie) della prigione, ma il mito vuole che riposino nel cimitero della Chiesa Congregazionalista e che accanto a loro, pochi anni dopo, sia stato inumato il giudice che li condannò.

Cosa ha portato al capestro Lavinia, il cui fantasma in abito bianco e cremisi si dice infesti ancora la prigione di Charleston?

The Six Mile Wayfarer House

Lavinia era nata nel 1793 e insieme al marito gestiva una locanda chiamata Six Mile Wayfarer House. L’albergo era in una posizione favorevole, a sole sei miglia da Charleston, e la clientela non mancava, ma ai coniugi Fisher gli introiti legali non bastavano. Col tempo la loro locanda era diventata in rifugio di una banda responsabile di una serie di brutali rapine e omicidi.

Nel tentativo di mettere fine alle scorribande un gruppo di vigilanti aveva cominciato a indagare e arrivati nei dintorni della Six Mile Wayfarer House l’avevano collegata con i crimini accaduti. Quegli uomini tornarono a Charleston per riferire quanto scoperto e lasciarono di guardia un ragazzo, David Ross. Il giovane fu catturato dalla banda e quando vide tra i membri una donna la implorò di aiutarlo. Lei, per tutta risposta, cercò prima di soffocarlo, poi di fracassargli la testa. Lavinia Fisher però fallì nel suo intento omicida e David riuscì a fuggire e a chiamare aiuto. Nessuno però era pronto a ciò che sarebbe stato trovato alla locanda.

Il tè della morte

La perquisizione della Six Mile Wayfarer House disvelò un modo di furti e omicidi ancora più inquietante di quanto si ritenesse. Lo sceriffo incaricato dichiarò aver trovato gli effetti personali di centinaia di viaggiatori, i cui corpi smembrati giacevano nel terreno circostante. Non possiamo sapere quale sia stato in realtà il numero vittime, ma quel che è certo è che Lavinia Fisher e il marito si sporcarono abbondantemente le mani di sangue.

Lavina era bella e sapeva come affascinare un uomo. Quando un cliente arrivava alla locanda lo spingeva rivelare quanto denaro avesse con sé e se l’avventore era danaroso scattava la trappola. Una calda, rinfrancante tazza di tè veniva offerta al malcapitato, che non si svegliava mai più. Non è chiaro se la bevanda fosse avvelenata o contenesse un potente narcotico che permetteva a John di finire indisturbato il lavoro a colpi di coltello.

Una leggenda decisamente fantasiosa narra che a Lavinia bastasse tirare una leva per uccidere le sue vittime: mentre i clienti dormivano profondamente a causa della droga il loro letto si rovesciava facendoli cadere in una fossa. Sul fondo li attendevano degli spuntoni.

Al processo John e Lavina Fisher furono riconosciuti colpevoli, ma la sentenza di morte fu inizialmente sospesa. Reclusi nella medesima cella, cercarono in tutti i modi di fuggire. Arrivarono a creare una corda di lenzuola che però si ruppe prima che Lavinia potesse arrivare a terra. John, che era già riuscito a scendere, si rifiutò di scappare senza di lei.

Il 4 febbraio 1820 la corte costituzionale respinse i loro ricorsi e la coppia fu definitivamente condannata alla pena capitale. Davanti alla morte John si affidò al conforto spirituale del Reverendo Richard Furman, invece Lavinia si rifiutò categoricamente di avere a che fare col religioso.

John e Lavina Fisher furono impiccati insieme, come insieme erano vissuti. La definita scelta delle vittime e la presenza di un modus operandi li hanno inseriti a pieno titolo tra quelli che più di un secolo dopo sarebbero stati chiamati serial killer.

 

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Artemisia Gentileschi

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Evelyn Hooker

Nilde Iotti

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Mata Hari

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

 

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

[Top]

Lavinia Fontana, la Pontificia Pittrice

Lavinia Fontana è stata una ritrattista italiana del tardo manierismo passata alla storia come la Pontificia Pittrice.

Un ritratto singolare

Ritratto di Antonietta Gonsalvus

Ritratto di Antonietta Gonsalvus

Al Musée du Chateau de Blois è conservato un quadro molto particolare, ritraente una fanciulla dall’aspetto inusuale di nome Antonietta Gonsalvus (o Gonzales). La ragazza era affetta da ipertricosi, una condizione patologica che determina la crescita di una folta peluria su tutto il corpo. Suo padre Petrus, che soffriva della medesima patologia, era originario di Tenerife, ma aveva vissuto gran parte della sua vita a Parigi, dove era approdato come “dono bizzarro” per la regina Caterina de’ Medici. Qui aveva sposato una delle donne più belle della corte francese da cui aveva avuto sei figlie e si dice che questa vicenda abbia ispirato la storia de “La bella e la bestia”. Dopo la morte di Caterina la famiglia era approdata in Italia e all’incirca nel 1595 la giovane Antonietta fu ritratta dalla più celebre pittrice bolognese: Lavinia Fontana.

Insieme a Sofonisba Anguissola, nata circa vent’anni prima di lei, Lavinia Fontana fu una delle prime donne ad affermarsi nel mondo della pittura e le sua capacità ebbero tale risonanza nella corte papale da farle guadagnare l’appellativo di Pontificia Pittrice. Il percorso di Lavinia iniziò però  a Bologna, nella bottega di suo padre Prospero.

La pittrice di Gregorio XIII

Autoritrato alla spinetta

Autoritrato alla spinetta

Lavinia Fontana nacque nel 1552 e poté ben presto mostrare il suo talento. Fin dalla fanciullezza visse in un ambiente saturo di arte, di innovazione e cultura e ebbe occasione di affinarsi grazie all’influenza di artisti del calibro di Veronese, del Parmigianino e dei fratelli Carracci. Conscia del suo dono la ragazza non si lasciò fermare dai pregiudizi della sua epoca e riuscì in breve tempo a farsi un nome come ritrattista. Uno dei suoi più celebri dipinti fu il suo “Autoritratto alla spinetta” del 1577, che era una vera e proprio dichiarazione di intenti. Un pittore di nome Giovan Paolo Zappi aveva infatti chiesto la sua mano e Lavinia intendeva accettare ad una insindacabile condizione: poter continuare a lavorare. Sul fondo del dipinto, che rappresenta Lavinia mentre suona, si staglia netto un cavalletto, inequivocabile simbolo di come la donna vedeva il suo futuro. Zappi accettò

Nel tempo i ritratti di Lavinia divennero sempre più richiesti, ma la pittrice non si concentrò solo su questo tipo di opera, spaziando dai soggetti mitologici a quelli biblici. Le sue opere impressionarono tanto Gregorio XIII che il Pontefice la volle a Roma. Qui, attratti dalla cura dei dettagli di Lavinia, molti nobili esponenti della corte papale vollero farsi immortalare.

Una nozione che vale la pena di aggiungere è quella relativa alla vita privata di Lavinia, che ebbe ben undici figli. Per la sua costante cura verso la famiglia e verso la sua arte viene spesso considerata una capostipite delle madri lavoratrici.

Minerva in atto di abbigliarsi

Minerva in atto di abbigliarsi

Non solo ritratti

Le prima commissione pubblica arrivò nel 1584 . Realizzando la “Madonna Assunta di Ponte Santo e i santi Cassiano e Pier Crisologo” Lavinia sarebbe stata la prima donna a dipingere una pala d’altare. Seguirono diversi incarichi che culminarono in un compito particolarmente prestigioso: una pala con il Martirio di Santo Stefano, destinata alla basilica di San Paolo fuori le Mura. L’opera non è giunta fino a noi perché distrutta da un incendio, ma stando al biografo e pittore Giovanni Baglione fu un clamoroso insuccesso. C’è da dire che Baglione nella sua ” Le vite de’ pittori” non lesinò critiche ai suoi colleghi, lanciando i suoi strali in particolare su artisti come Caravaggio. Questo incidente in ogni caso non fermò Lavinia Fontana, che proseguì con la sua vastissima produzione di ritratti. L’ultimo quadro, Minerva in atto di abbigliarsi, risale al 1613.

Nell’ultimo periodo della sua vita Lavinia Fontana decise di ritirarsi in un monastero assieme al marito e morì a Roma nell’agosto del 1614.

 

Scopri le donne pioniere

Saffo

Eleonora di Arborea

Artemisia Gentileschi

Lola Di Stefano

Katharine Hepburn

Evelyn Hooker

Nilde Iotti

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Mata Hari

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Scopri le curiosità

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

[Top]