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Frida Kahlo, una vita nella burrasca

“Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più”. Sono le ultime parole scritte da Frida Kahlo sul suo diario, poco prima di spirare il 13 luglio 1954.

Frida Kahlo, 1932, in una delle foto scattate dal padre Guillermo Kahlo.

La figlia della rivoluzione

Frida Kahlo era nata a Coyoacán, Città del Messico, il 6 luglio 1907, ma a lei piaceva dire di essere nata nel 1910, non per un vezzo legato all’età, ma per il suo profondo legame con la rivoluzione messicana di quell’anno. La sua infanzia fu minata da problemi di salute: la famiglia era convinta che la figlia avesse contratto la poliomielite, ma in realtà la bambina era affetta da spina bifida, una malformazione a carico del midollo spinale. Nel 1922, decisa a diventare medico, si iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria. In quella scuola cominciò a fare dei ritratti ai compagni e si legò ad un gruppo studentesco di sostenitori del socialismo nazionale chiamato i Cachuchas.

Un brusco cambiamento

Io e i miei pappagalli (1941)

La sua vita cambiò bruscamente il 17 settembre 1925, quando il pullman su cui viaggiava ebbe un tremendo incidente. Vittima di numerosissime e gravi fratture, Frida subì trentadue operazioni chirurgiche e fu costretta ad una lunga degenza a letto.

Durante la convalescenza cominciò a dipingere i suoi famosi autoritratti e quando si fu sufficientemente ristabilita decise di mostrare le sue opere al famoso pittore Diego Rivera, anche nell’ottica di aiutare economicamente la famiglia. L’artista rimase colpitissimo dalla tele di Frida e decise di inserirla nel mondo artistico e culturale messicano. Nel 1929 i due si sposarono, ma il matrimonio fu sempre burrascoso. Diego era costantemente infedele e in seguito anche la Kahlo ebbe diverse relazioni. Il matrimonio finì dieci anni dopo, quando Diego ebbe un affaire con la cognata, Cristina Kahlo. L’anno successivo, comunque, i due si sposarono nuovamente.

rida Kahlo con il marito Diego Rivera nel 1932

Orgoglio messicano

Nel frattempo lo stile pittorico di Frida si era sempre più evoluto e aveva tratto ispirazione da quello naïf di Diego e dall’arte precolombiana. L’identità messicana fu sempre una tema importantissimo per la Kahlo, non solo nei suoi quadri, ma anche nel suo modo di vestire, che si ispirava  al costume delle donne di Tehuantepec, una sorta di “società matriarcale”. Frida fu inoltre entusiasta sostenitrice del Partito Comunista, in cui militavano diverse donne propugnatrici dell’emancipazione femminile. Nel 1953 la pittrice fu tra i firmatari – insieme a personaggi come Sartre, Brecht e Picasso- della richiesta di grazia per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte per presunto spionaggio. Grazia che non arriverà mai. Nello stesso anno, Frida perse la gamba destra a causa di un’infezione. Nel 1954 fu portata via da un’embolia polmonare e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo.

 

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Jack Lo Squartatore: chi erano le sue vittime?

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Jack Lo Squartatore è riuscito come pochi altri a catturare l’interesse e l’immaginario del pubblico, in virtù non solo dell’efferatezza dei suoi crimini, ma anche del fatto che non fu mai catturato. Sulla sua identità sono state fatte numerose ipotesi e gli sono stati dedicati tantissimi libri, film e videogiochi. Ma chi erano invece le cinque donne cadute sotto i suoi colpi? 

31 agosto 1888:  Mary Ann Nichols, detta Polly

Whitechapel, ore 3:45. Charles Cross e Robert Paul scoprono il cadavere di un donna e corrono a chiamare un agente, che a sua volta convoca un medico, il dottor Llewellyn. Questi dichiara che la morte è avvenuta da pochissimo e che il delitto è certamente avvenuto sul posto. Saranno prima una collega e poi il marito a riconoscere Mary Ann Nichols in quel corpo con la gola tagliata e il ventre mutilato.

Mary Ann nacque il 26 agosto del 1845 e si sposò a 19 anni con William Nichols, da cui ebbe cinque figli. La vita matrimoniale della coppia non fu affatto felice, i rapporti tra i due coniugi erano difficili, tanto che si separarono diverse volte e che il figlio maggiore decise di andare a vivere dai nonni.

La rottura definitiva avvenne nel 1981, quando Mary Ann lasciò il marito e i figli e cominciò a girare tra diverse case di lavoro, edifici destinati ai poveri allo scopo teorico di trovare loro un lavoro onesto, ma che all’atto pratico erano ricettacoli di sfruttamento, soprattutto infantile.

Sempre più povera e alcolizzata, Polly – come si faceva chiamare Mary Anne – cominciò a prostituirsi. Un’occasione di cambiamento le venne offerta dalla sorte nel 1888, quando Samuel e Sarah Cowdry la assunsero come cameriera, ma la donna finì col rubare degli abiti e dovette fuggire.

Mary Anne trovo quindi alloggio in varie locande, ma la notte tra il 30 e il 31 agosto, verso l’1, venne cacciata da una pensione perché non aveva denaro per pagare. La Nichols chiese che le fosse tenuto da parte un letto, in quanto si sarebbe presto procurata i soldi necessari. Un’ora dopo incontrò una sua amica, Emily Holland, a cui confessò di essere stata pagata da tre clienti ma di aver speso tutto in alcol. Mary Ann dichiarò infine che avrebbe fatto un altro tentativo e salutò Emily. Per sempre.

Polly fu seppellita il 6 settembre 1888 nel City of London Cemetery and Crematorium. Erano presenti suo padre, suo marito e il figlio maggiore, riuniti davanti alla sua tomba, ma completamente distaccati tra loro.

8 settembre 1888: Annie Chapman

Quella notte, come Polly Nichols  anche Annie era in cerca di clienti per potersi pagare un riparo per la notte. Sola, malata di tubercolosi e alcolizzata, cercava di mantenersi con dei lavoretti all’uncinetto e vendendo fiori, ma era spesso costretta a prostituirsi.

La sua discesa agli inferi era iniziata anni prima, quando ancora era una tranquilla donna sposata madre di due figlie. Nel 1880, con la nascita di un terzo bimbo affetto da gravi disabilità, i rapporti tra i coniugi cominciarono a deteriorarsi sempre più e non ressero al colpo di una terribile tragedia: Emily, la loro primogenita morì di meningite. Sia Annie che il marito cominciarono a bere sempre più e infine si separarono nel 1884. Sembrerebbe che al tempo il figlio più piccolo fosse in un istituto e che l’altra figlia, Annie Georgina, si fosse unita ad un gruppo di circensi.

Inizialmente la Chapman visse con un sussidio del marito e sappiamo che nel 1886 andò a vivere con un fabbricante di setacci. Quando in seguito questi la lasciò – forse in virtù del fatto che la donna non riceveva più denaro, essendo morto l’ex coniuge – ad Annie non rimase che la strada. La strada sui cui avrebbe trovato la morte.

Quando alle 5:50 trovarono il suo corpo, Annie aveva la gola recisa a tal punto da essere stata quasi decapitata e il suo ventre era terribilmente mutilato, molto più di quello della vittima che l’aveva preceduta. Ai suoi piedi furono rinvenute delle monete e una lettera insanguinata.

Poco più un là giaceva un grembiule di cuoio, a causa di cui fu accusato del delitto John Pizer, un artigiano ebreo che lavorava il cuoio e che venne scagionato quando si scoprì che il grembiule era stato semplicemente steso ad asciugare da uno degli inquilini delle case circostanti. A testimonianza della tipica irrazionalità di cui è capace la mente umana aggiungo che il povero Pizer fu trattenuto ulteriormente in cella per proteggerlo dalla folla che voleva linciarlo, anche dopo aver saputo della sua totale innocenza.

Il 25 settembre la Central News Agency di Londra ricevette la famosissima “Lettera al direttore” firmata da Jack Lo Squartatore, di cui sopra è riportato un estratto.

Annie Chapman venne seppellita venerdì 14 settembre 1888, con una cerimonia strettamente privata. Oggi la sua tomba, che non esiste più, è ricordata una targa.

 30 settembre 1888: Elizabeth Stride e Catherine Eddowes

Whitechapel, ore 1:00. Louis Diemschutz entra con il suo carro in un cortile, ma improvvisamente il suo cavallo scarta di lato per evitare un ostacolo. Quando Louis scende a controllare e fa luce con un fiammifero vede il cadavere di Elizabeth Stride, dalla cui gola cola ancora del sangue. L’ultimo ad aver visto – forse – la donna viva la ricorda mentre era con uomo a cui diceva “No. Non stasera”.

Elizabeth Stride, nata Gustafsdotter, venne alla luce il 27 novembre 1843 in un villaggio vicino Goteborg. Nel febbraio 1866 si trasferì a Londra, dove sposò John Thomas Stride, un falegname di 22 anni più vecchio di lei con cui cominciò a gestire una caffetteria a Poplar, a est di Londra. Il legame della coppia cominciò a deteriorarsi nel 1874 e la situazione fu aggravata dalle difficoltà finanziarie che li portarono a vendere la caffetteria.

I due si lasciarono e riunirono più volte, ma il matrimonio naufragò solo alla fine del 1881. Tre anni dopo John Thomas Stride morì. Poco dopo Elizabeth iniziò una relazione con Michael Kidney, un lavoratore portuale dal carattere violento a cui fu legata a fasi alterne fino alla sua morte. Dalla fine del matrimonio Elisabeth si mantenne con piccoli lavori di cucito e prostituendosi, ma poco prima del suo omicidio aveva cominciato anche a fare lavori di pulizia.

La notte del 30 settembre era andata incontro al suo destino con gli abiti “più rispettabili” che aveva. Elizabeth Stride fu l’unica vittima non mutilata, molto probabilmente perché Jack fu interrotto. Questo lo portò a cercare un’altra donna per soddisfare la sua bramosia di sangue.

Whitechapel, ore 1:45. Edward Watkins arriva a Mitre Square e trova i resti di Catherine Eddowes, del cui corpo è stato fatto scempio. Il viso è sfigurato e diversi organi sono stati asportati e lasciati vicino al cadavere. Altri sono invece stati portati via dall’assassino.

Catherine Eddowes nacque a Wolverhampton il 14 aprile 1842. Rimasta orfana nel 1857 si ritrovò a vivere in una workhouse e in seguito peregrinò per l’Inghilterra cambiando diversi lavori. Mentre risiedeva a Birmingham sposò l’ex soldato Thomas Conway con cui si trasferì poi a Londra. Qui Catherine cominciò a bere e infine abbandonò il marito e i tre figli avuti da lui.

Da allora la donna cominciò a mantenersi con lavori occasionali e a prostituirsi. Nel frattempo aveva iniziato una nuova relazione con un uomo di nome John Kelly. Fu proprio a lui che nel pomeriggio del 29 settembre 1888 Catherine disse che sarebbe andata a chiedere del denaro a sua figlia, sposata con un produttore di armi. Quella sera stessa però la donna fu trovata mentre vagava ubriaca in Aldgate High Street e fu presa in custodia dalla polizia. Fu rilasciata all’una del mattino del 30 settembre. Quarantacinque minuti dopo era morta.

9 novembre 1888: Mary Jane Kelly

Ore 10.45. Thomas Bowyer bussò ripetutamente alla porta di Mary Jane Kelly. Era stato mandato a riscuotere la pigione da John McCarthy, l’affittacamere, ma non ottenne risposta. Notò una finestra col vetro rotto, che era andato in frantumi durante un litigio tra Mary Jane e il suo convivente, e decise di usarla per entrare. Dentro trovò il puro orrore.
La donna giaceva sul letto, con la gola tagliata e il volto completamente sfigurato. L’intero corpo era mutilato in maniera indescrivibile e gli organi erano sparsi per la stanza o appoggiati sul comodino. Il cuore, rimosso con perizia, era sparito. Thomas Bowyer si trovava davanti la quinta e ultima vittima di Jack Lo Squartatore. La vittima su cui l’assassino si era più accanito.
Mary Jane, detta Ginger per i suoi capelli biondo-ramati, era nata a Limerick, in Irlanda, nel 1863. Dopo la morte del marito visse prima a Cardiff e poi a Londa e per sopravvivere cominciò a prostituirsi. Conosciamo molto poco riguardo alla sua vita, quello che sappiamo è che nel 1887 la donna aveva iniziato una relazione con Joseph Barnett, con cui viveva fino ad una settimana prima della morte.
I primi ad accorrere sul luogo del delitto furono il sergente Edward Badham e l’ispettore Walter Beck. Dei vicini dichiararono alla polizia di aver udito dei rumori e qualcuno che gridava all’assassinio – non erano intervenuti perché nel loro quartiere era tutt’altro che inusuale – intorno alle 4 del mattino, portando a ipotizzare che fosse quella l’ora delitto.
Inizialmente due testimoni dichiarano di aver visto Mary Kelly durante la mattina del 9 novembre, ma le loro dichiarazioni furono presto accantonate perché le loro descrizioni non coincidevano con l’aspetto della donna.
Il 19 novembre 1888, Mary Jane Kelly venne sepolta nel St Patrick’s Roman Catholic Cemetery, in località Leytonstone, Londra.
Dopo il suo omicidio, Jack Lo Squartatore sarebbe svanito nel nulla, misteriosamente come era apparso.

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Vincenzo Peruggia, l’uomo che rubò la Gioconda

La Gioconda è probabilmente il quadro più famoso e fotografato del mondo. Una diceria molto diffusa è che essa sia stata trafugata da Napoleone durante le campagne d’Italia, ciò non risponde al vero, ma questa chiacchiera è probabilmente alla base di uno dei più incredibili furti della storia. Il ladro si chiamava Vincenzo Peruggia.

Vincenzo Peruggia

Foto segnaletica di Vincenzo Peruggia

L’autore del celebre furto, Vincenzo Peruggia, era uno degli operai che lavorava al museo e era nato a Dumenza (VA) l’8 ottobre 1881.
Era il 21 agosto 1911 e per il Louvre era il giorno di chiusura settimanale. Verso le sette del mattino, Peruggia entrò nel museo attraverso la porta usata dagli operai e si diresse al Salon Carré. Staccò il quadro e mentre fuggiva si liberò di cornice e vetro. Infine avvolse il quadro nella giacca, uscì dal museo e andò a prendere l’autobus.
Avendo sbagliato direzione, scese e si fece riportare a casa da una vettura. Nascosto il quadro, tornò al lavoro, giustificando il ritardo coi postumi di un’ubriacatura. Inizialmente Perruggia, temendo l’umidità del suo alloggio, affidò il quadro ad un compatriota. Dopo aver realizzato una cassa in legno nella quale custodirlo, lo riprese e lo tenne con sé.

Sospettati d’élite

Monna Lisa

Il furto fu scoperto il giorno dopo, i visitatori furono perquisiti e il personale interrogato. Durante le lunghe indagini che seguirono furono addirittura arrestati due giovani che avrebbero in seguito fatto la storia: Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso.
Peruggia venne interrogato e la sua stanza perquisita, ma la Gioconda, nascosta in un apposito spazio ricavato sotto il tavolo, non fu trovata.
Due anni dopo il collezionista d’arte fiorentino Alfredo Geri ricevette una lettera in cui gli si proponeva l’acquisto della Gioconda, a patto che essa rimanesse in Italia. Geri fissò un incontro e prese in custodia il capolavoro per esaminarlo. Vincenzo Peruggia fu arrestato il giorno successivo dai carabinieri.

Com’è finita la Gioconda al Louvre?

Vincenzo Peruggia dichiarò che il suo movente era il patriottismo: aveva letto su un opuscolo che vari quadri esposti al Louvre era stati rubati da Napoleone e voleva riportarne uno in patria. La sua scelta iniziale era ricaduta sulla Bella Giardiniera di Raffaello – comprata in realtà da re Francesco I nel 1500 – ma le dimensioni gli avevano fatto cambiare idea: la Gioconda era molto più maneggevole.

La Bella Giardiniera

Quello che Peruggia ignorava, era che in realtà la Monna Lisa era stata portata in Francia da Leonardo stesso, nel 1516. Da Vinci era stato invitato a corte proprio da re Francesco I, che era un grande cultore delle arti e che lo aveva alloggiato nel meraviglioso castello di Amboise. Il dipinto fu quindi acquistato dal sovrano, non è chiaro se da Leonardo stesso o dai suoi eredi. Anni dopo Luigi XIV lo fece portare a a Versailles, ma in seguitò alla rivoluzione il quadro tornò al palazzo del Louvre. L’unico vero legame con Napoleone, è che Bonaparte tenne per un periodo la Gioconda appesa nella sua stanza da letto.

Il processo

Il processo si svolse il 4 e 5 giugno 1914 presso il tribunale di Firenze. A causa del sostegno del popolo italiano e dell’invocazione dell’infermità mentale, l’uomo ottenne una condanna mite: un anno e quindici giorni di prigione, che furono in seguito ulteriormente ridotti.
La Monna Lisa tornò in Francia, accolta in pompa magna dalle autorità.

Castello di Amboise

Una volta scarcerato, Peruggia partecipò alla prima guerra mondiale e in seguito tornò a vivere in Francia. Morì l’8 ottobre 1925 a Saint-Maur-des-Fossés per un infarto.

Il cantautore abruzzese Ivan Graziani ha dedicato la canzone “Monna Lisa” a questa vicenda.

 

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Grazia Deledda, la prima italiana a ricevere il Nobel per la letteratura

Grazia Deledda, straordinaria scrittrice sarda, è stata la prima italiana e la seconda donna a vincere il premio Nobel per la letteratura.

La giovinezza

Grazia Deledda

Grazia Deledda nacque a Nuoro il 28 settembre 1871 in una famiglia benestante ma severa. Inizialmente frequentò la scuola locale, ma dopo la quarta elementare proseguì la sua istruzione in casa, prima con un precettore, poi da autodidatta.

La sua passione per la letteratura, dimostrata sin da giovanissima, le fece comprendere che desiderava qualcosa di diverso dall’essere ingabbiata dai soli ruoli di moglie e madre, quello che davvero voleva era scrivere. La famiglia, com’è facilmente deducibile, non la prese per niente bene: quello di Grazia era un vero e proprio tradimento. Molto presto, tuttavia, i Deledda dovettero preoccuparsi di problemi ben più gravi di quella figlia ribelle: uno dei suoi fratelli divenne alcolista, l’altro fu arrestato per dei furti. Nel giro di pochi anni morirono il padre e la sorella di Grazia, tutti eventi che hanno certamente influenzato la sua produzione letteraria.

Sangue Sardo

Canne al vento

La carriera artistica della Deledda iniziò nel 1888, con la pubblicazione dei racconti Sangue Sardo – la realtà della sua isola sarà sempre uno dei temi centrali di Grazia – e Remigia Helder. Seguirono poi dei romanzi pubblicati a puntate su riviste e quotidiani. La sua carriera continuò con un libro di novelle per ragazzi, la collaborazione a diverse riviste e con la pubblicazione del saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna. Nel 1896 uscì La via del male, che ebbe il plauso di Luigi Capuana e l’anno successivo vide la luce la raccolta di poesie Paesaggi sardi. Trasferitasi a Cagliari, nel 1900 sposò Palmiro Madesani, funzionario statale che abbandonò il proprio lavoro per divenire agente letterario della talentuosa moglie. I due, successivamente, si spostarono a Roma.

Il Nobel

Nuoro, casa di Grazia Deledda
Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=96255428

Nel 1903 Grazia pubblicò Elias Portolu, che la consacrò definitivamente e a cui seguirono diversi romanzi e opere teatrali. Del 1913 è Canne al vento, considerato il suo capolavoro e il manifesto del verismo sardo.

Il 10 dicembre 1927 Grazia Deledda divenne la seconda donna (dopo la svedese Selma Lagerlöf) e la prima italiana a vincere il Nobel per la Letteratura. Una piccola curiosità: le fu dato il premio Nobel del 1926, che non era stato assegnato a nessuno, quello del 1927 fu invece conferito al francese Henri Bergson.

Nel 1936 un tumore al seno la portò via e venne sepolta nel cimitero del Verano a Roma. Nel 1959 le sue spoglie furono traslate nella chiesetta della Madonna della Solitudine di Nuoro.

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Artemisia Gentileschi, quando l’arte riscatta la sofferenza

Artemisia Gentileschi è stata una talentuosa pittrice di scuola caravaggesca, passata alla storia non solo per la sua straordinaria arte, ma anche per il coraggio e la dignità con cui affrontò il processo contro il suo stupratore.

Il supplizio della sibilla

Autoritratto come allegoria della Pittura (1638-1639) Royal Collection, Windsor

Roma, 1612. Artemisia osservò le cordicelle avvolte intorno alle sue dita e l’assicella di legno che le avrebbe strette attorno alle sua falangi fin quasi a stritolarle, ma decise di non arrendersi. Quel che aveva sostenuto era la verità e nessuna tortura, nemmeno il supplizio della sibilla che avrebbe potuto portarle via per sempre la capacità di dipingere, l’avrebbe fermata. Aveva sopportato stoicamente ogni umiliazione – le accuse di essere “di dubbia moralità”, le lunghe e numerose visite ginecologiche che avevano confermato che lei non era più illibata, l’arroganza e la mendacità del suo assalitore, le false testimonianze – e non si sarebbe arresa nemmeno di fronte alla tortura. Prima che il tormento iniziasse, le sue parole furono per il suo stupratore: «Questo è l’anello che mi dai, e queste sono le promesse!»

La figlia di Orazio Gentileschi

Artemisia nacque l’8 luglio 1593, in una Roma in cui si mescolavano fervore culturale e problemi sociali. Suo padre, Orazio, era un pittore di origine pisana, che proprio nell’Urbe aveva raggiunto l’apice della sua espressività. Primogenita di sei figli, alla morte della madre nel 1605 le subentrò in tutte le incombenze domestiche e contemporaneamente cominciò ad interessarsi alla pittura.

Orazio decise di stimolare e coltivare il talento della figlia, innanzitutto insegnandole come preparare i materiali necessari. Artemisia iniziò ad approcciarsi alla pittura vera e propria realizzando delle copie dei dipinti che il padre aveva a disposizione. Questo sempre tra le mura domestiche, come imponeva il severo genitore. Nonostante le restrizioni, tuttavia, Artemisia conobbe indirettamente le opere di Caravaggio e di Carracci, venendone enormemente influenzata.

Susanna e i vecchioni (1610 circa) castello di Weißenstein

Col tempo quella tra Artemisia e Orazio divenne una vera e propria collaborazione artistica, tanto che la fanciulla operò qualche piccolo intervento sulle tele paterne. Nel 1610 la pittrice dipinse – forse con qualche aiuto paterno – quella che è considerata la sua opera di esordio nel mondo dell’arte, Susanna e i vecchioni, in cui viene rappresentato l’omonimo episodio biblico in cui l’innocente Susanna viene denunciata come adultera per non aver sottostato al ricatto di due anziani che volevano giacere con lei.

Agostino Tassi

Nel 1661 Artemisia Gentileschi incontrò l’uomo che le avrebbe sconvolto la vita: Agostino Tassi, virtuoso della prospettiva con cui Orazio collaborava per un lavoro a palazzo Rospigliosi. Tassi era sì pittore di talento, ma era anche noto per il suo carattere iroso e per essere coinvolto in diversi crimini. Nonostante questo, forse accecato dalla sua bravura e certamente riponendo in lui la massima fiducia, Gentileschi gli chiese di dare lezioni alla figlia. Agostino non si smentì e cominciò a corteggiare Artemisia in maniera insistente e aggressiva. Infine, con la complicità di un amico,  Cosimo Quorli, e della vicina di casa della ragazza – che l’aveva cresciuta – riuscì a sorprenderla da sola in casa, la immobilizzò e la violentò. Poi, per evitare conseguenze, le promise di sposarla.

Per capire meglio la situazione è d’obbligo sottolineare che lo stupro allora non era considerato un reato contro la persona (non lo sarebbe stato per ancora molto tempo), ma un atto contro la morale e contro l’onore di una famiglia. In soldoni, ai tempi il vero danneggiato veniva considerato il padre di Artemisia, che si ritrovava con una figlia deflorata e compromessa. L’unico modo di riparare era, appunto, il matrimonio.

Giaele e Sisara, Museum of Fine Arts, Budapest

Artemisia riferì l’accaduto al padre, come pure la  promessa di Agostino. Per  i mesi successivi la fanciulla continuò a comportarsi con Agostino come se fossero sposati, d’altronde non c’era altra soluzione, mentre Agostino seguitava a rimandare le nozze, adducendo come scusa la sua indignazione per il fatto che la pittrice era oggetto delle attenzioni sgradite di Quorli. La verità venne a galla nel marzo del 1612: Tassi era già sposato. Orazio a quel punto lo denunciò. Emblematico è il fatto che nella lettera di denuncia il pittore ponga se stesso come colui che ha subito “lesione et danno”.

Il processo

Il procedimento durò circa sette mesi e, nonostante l’accusato fosse Tassi, come troppo spesso accade ancora oggi quella che fu principalmente processata – dalla Corte e dall’opinione pubblica – fu Artemisia Gentileschi. La ragazza venne dipinta come svergognata e promiscua da testimoni corrotti, ma alla fine i giudici riconobbero Agostino colpevole e lo condannarono a scegliere tra cinque anni di reclusione o l’esilio perpetuo da Roma. Quella della pittrice, però, fu una vittoria di Pirro: il suo aggressore scelse l’esilio, ma non lo scontò mai, i suoi ricchi committenti riuscirono a farlo rimanere nell’Urbe. Artemisia, ritenuta una meretrice dai suoi concittadini, fu vittima di quella che ora chiameremmo una campagna d’odio e decise di lasciare la città. Sposatasi con il pittore Pierantonio Stiattesi, lasciò Roma alla volta di Firenze.

A Firenze

Giuditta che decapita Oloferne, Galleria degli Uffizi, Firenze, circa 1620;

Introdotta dalla zio Aurelio Lomi alla corte di Cosimo II, Artemisia Gentileschi ebbe molto presto un grande successo e intrecciò amicizie con personaggi come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane. La pittrice raggiunse il culmine del successo quando, prima donna nella storia, fu ammessa alla prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze. Particolare degno di menzione è che nella sua prolifica e trionfale produzione pittorica fiorentina, Artemisia firmò le sue opere con il cognome Lomi.

Purtroppo la vita privata non fu altrettanto ricca di soddisfazioni. Artemisia e Pierantonio ebbero quattro figli, ma il loro fu sempre un matrimonio di facciata, per di più l’uomo non faceva altro che accumulare debiti, che poi la moglie doveva riappianare. Nel 1620 la coppia tornò a Roma, sia per problemi  economici, sia per il raffreddamento dei rapporti con Cosimo II, sia per lo scandalo destato da una relazione extraconiugale della Gentileschi.

Adorazione dei Magi, Cattedrale di Pozzuoli, 1636-1637

Da Roma a Napoli

A Roma, Artemisia Gentileschi ricevette il plauso e la protezione di artisti e committenti. Libera dal controllo del padre e dalle dicerie diffusesi dopo il processo, la pittrice poté finalmente frequentare i colleghi romani e scoprire le bellezze della Roma antica, migliorando ulteriormente così le sue capacità artistiche. Tuttavia, frustrata dal fatto di non ricevere le stesse commesse dei suoi colleghi maschi, a cui erano affidati affreschi e pale d’altare, decise di lasciare nuovamente la città. Dopo una serie di spostamenti che è difficile ricostruire, si stabilì a Napoli, che diverrà la sua seconda patria e dove, per la prima volta,  si troverà a dipingere tre tele per una chiesa, la cattedrale di Pozzuoli al Rione Terra. Nel 1638 Artemisia Gentileschi si trasferì in Inghilterra, invitata da Re Carlo I, per cui Orazio lavorava come pittore di corte. Sicuramente lasciò Londra prima dello scoppio della guerra civile (1642), ma si sa poco dei suoi spostamenti successivi. Nel 1649, comunque, era certamente tornata a Napoli, dove morì all’incirca nel 1665.

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Rosalind Franklin, la scienziata che per prima vide il DNA

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Rosalind Franklin, la scienziata che per prima vide il DNA

Rosalind Franklin è la scienziata che con i suoi studi ha portato a conoscere la struttura del DNA. Su di essi si basarono Watson e Crick per arrivare alla scoperta della doppia elica, ma alla Franklin non fu mai dato alcun merito, rendendola il simbolo delle ricercatrici messe in ombra solo perché donne.

La bisbetica Rosy

Rosalind Franklin_(1920-1958)

Come sapete, le leggende narrano che io e Francis abbiamo rubato la struttura ai ricercatori del King’s. Mi avevano mostrato il difrattogramma ottenuto ai raggi X da Rosalind Franklin: wow! Era un’elica! Ed ecco che un mese dopo avevamo la struttura; Wilkins non avrebbe mai dovuto mostrarmi la foto“. Così disse Watson cercando di difendersi – poco efficacemente – dalle accuse di non aver reso giustizia al lavoro di Rosalind Franklin. Nel suo libro La doppia elica (1968), lo scienziato aveva addirittura attaccato la collega dal punto di vista personale, definendola “bisbetica” (termine che non si sentiva dai tempi di Shakespeare) e sottolineando quanto lei non fosse attraente. Ovviamente questo non aveva migliorato la sua posizione e gli aveva procurato l’ulteriore accusa di essere un misogino e di continuare a accanirsi contro una rivale morta ormai da dieci anni.

Da Londra a Cambridge

Rosalind nacque il  25 luglio 1920 a Londra, da una famiglia benestante di origine ebraica. A 9 anni cominciò a studiare presso la Lindores School for Young Ladies, mostrandosi da subito versata nella matematica e nella scienza, discipline che continuerà ad approfondire con entusiasmo durante tutto il suo percorso scolastico. L’ascesa di Hitler e l’annessione dell’Austria del 1938 turbarono la sua tarda adolescenza, in quanto i suoi genitori furono improvvisamente fagocitati dall’assistenza ai rifugiati ebrei che si stavano riversando in Inghilterra.

La Franklin decise di dedicarsi completamente allo studio e fece domanda all’Università di Cambridge. Nel celebre ateneo ebbe occasione di conoscere Lawrence Bragg, premio Nobel per la fisica per i suoi studi sulla struttura dei cristalli, osservata per mezzo dei raggi X.

Rosalind_Franklin al microscopio (1953) – Di MRC Laboratory of Molecular Biology – From the personal collection of Jenifer Glynn., CC BY-SA 4.0,

Franklin versus Wilkins

Laureatasi nel 1941, ottenne un posto di assistente presso la British Coal Utilization Research Association, dove studiò la struttura delle molecole del carbone e della grafite. In seguito si spostò a Parigi, dove di specializzò nella tecnica della diffrazione a raggi X. Seguendo il consiglio di Dorothy Hodgkin – che avrebbe preso il premio Nobel per la chimica nel 1964 – Rosalind Franklin tornò nella capitale inglese per creare una sua unità di cristallografia a raggi X presso il Wheatstone Physics Laboratory del King’s College, diretto da Maurice Wilkins.

I rapporti con Wilkins si inasprirono velocemente: lo scienziato, che stava studiando la struttura del DNA, era poco esperto di cristallografia – e poco incline a imparare da una donna – e pretendeva che Rosalind condividesse con lui ogni risultato. Al netto rifiuto di lei se ne lamentò con altri due scienziati: Francis Crick e James Watson, che lavoravano al laboratorio Cavendish di Cambridge.

La fotografia 51

Nel frattempo gli studi della Franklin continuavano, fornendo risultati sempre più incoraggianti. Wilkins, che probabilmente non era  disposto a perdonarle quel successo, mostrò i suoi appunti a Watson e Crick. Basandosi su quei documenti, i due scienziati realizzarono il primo modellino di DNA, che tuttavia conteneva degli errori.

Fotografia 51 (Raymond Gosling King’s College London)

Nel 1952 gli esperimenti di Rosalind, effettuati insieme al suo assistente Raymond Gosling, la portarono finalmente ad osservare la struttura ad elica del DNA, immortalata su quella che sarebbe passata alla storia come la Fotografia 51. Nonostante i suoi successi la Franklin decise di lasciare il King’s per trasferirsi al Birkbeck’s College. Wilkins ne approfittò per appropriarsi dei suoi meriti e per mostrare la fotografia 51 a Watson e Crick, che si basarono su di essa per perfezionare il loro modello di DNA. Nel 1953 i tre scienziati pubblicarono le loro conclusioni sulla rivista Nature, senza riconoscere l’apporto della collega.

Il virus del mosaico del tabacco e la poliomielite

Rosalind Franklin, apparentemente incurante dei mancati riconoscimenti, si dedicò a nuovi studi. Al Birkbeck’s si concentrò sul virus del mosaico del tabacco, responsabile di una gravissima patologia che colpisce le piante, creando ingenti danni all’agricoltura. Qui si ritrovò finalmente in ambiente in cui era apprezzata, a livello umano e professionale, e la sua carriera decollò sempre più.

Durante un viaggio nel Stati Uniti, però, la Franklin fu colpita da forti dolori addominali. Al suo ritorno a Londra fu ricoverata in

Doppia elica del DNA

ospedale e le fu diagnosticato un tumore ovarico in stadio avanzato.  Si sottopose ad un’operazione chirurgica, dopo la quale continuò a lavorare, soprattutto sul virus della poliomielite.

La malattia la portò via il 15 aprile del 1958, ancor prima di compiere 38 anni.

Nel 1962 Wilkins, Watson e Crick ottennero il premio Nobel per la medicina per la scoperta della struttura del DNA. Nel discorso seguito alla premiazione Rosalind Franklin non fu mai menzionata. Dei tre, solo Crick aveva dichiarato in precedenza:  “I dati che ci hanno aiutato in modo imprescindibile a risalire alla struttura sono stati ottenuti in buona parte da Rosalind Franklin, deceduta qualche anno fa.”

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Beatrix Potter, l’illustratrice e naturalista rifiutata dalla Linnean Society

Beatrix Potter è stata un’illustratrice, scrittrice e naturalista britannica, ricordata soprattutto per i suoi libri illustrati per bambini.

L’infanzia

Beatrix Potter a 15 anni

Beatrix Potter a 15 anni

Quella di Beatrix Potter era una tipica famiglia vittoriana: i figli vivevano solo occasionalmente a contatto con i genitori, mentre erano le governanti a occuparsi della loro educazione e istruzione. Beatrix, di salute cagionevole, trascorse un’infanzia piuttosto solitaria, dedicando molta parte del suo tempo al disegno e alla pittura. Come era comune all’epoca vittoriana, i genitori, pur non scoraggiando la sua istruzione, riservarono al figlio maschio l’iscrizione a una prestigiosa scuola e il proseguimento degli studi a Oxford, mentre assicurarono alla figlia maggiore solo una formazione privata.

Dai 15 ai 30 anni, Beatrix tenne un diario, scritto in un codice da lei stessa inventato, pare per tenerlo lontano dagli occhi della madre, con cui non aveva un buon rapporto. Cesserà di scrivervi nel 1897, poi si dedicherà completamente agli studi di carattere scientifico e ai tentativi di pubblicare i suoi disegni.

A partire dal 1890, per guadagnare qualche soldo, Beatrix e il fratello iniziarono a creare e stampare biglietti di auguri di Natale e per altre occasioni speciali, usando come soggetti principali topi e conigli e distinguendosi per l’uso di uno stile del tutto personale. Un’impresa locale acquistò molti dei loro disegni, soprattutto quelli che rappresentavano Benjamin Bunny. Soddisfatta del proprio lavoro e del successo conseguito, decise di pubblicare un proprio libro di storie illustrate, offrendolo a un certo numero di editori di libri per bambini, senza però ricevere risposte positive.

Le scienze naturali

Agaricus campestris

La passione per la natura, per gli animali e per la pittura, fu quindi il tema conduttore della vita di Beatrix fin dall’infanzia. A partire dal 1890 i suoi interessi scientifici si spostarono sulla micologia. La incuriosivano molto i funghi per la varietà dei colori che presentavano. Grazie a suo zio, un noto chimico, Beatrix studiò le spore al microscopio e provò a coltivarle, produsse diverse illustrazioni e dipinti e annotò quando stava osservando. Le sue ricerche furono accolte con un certo scetticismo da parte della comunità scientifica, perché non faceva parte della cerchia ufficiale di studiosi, ma soprattutto perché era donna. Nel 1897 la sua teoria sulla germinazione delle spore di fungo On the Germination of the Spores of the Agaricineae, venne presentata alla Linnean Society, ma Beatrix non poté parteciparvi, perché la presenza a questi consessi era vietata alle donne. Il suo scritto non venne preso in seria considerazione, e in seguito Beatrix lo ritirò, probabilmente per modificarlo. Non venne mai pubblicato, e andò perduto. Circa un secolo dopo, nel 1997, la Linnean Society avrebbe espresse le sue scuse per il sessismo che aveva guidato la valutazione dei contributi scientifici femminili.

Nel 1967, il micologo WPK Findlay ha incluso nel suo Wayside & Woodland Fungi molti dei disegni di Potter, soddisfacendo così il desiderio della scrittrice di vedere i suoi lavori pubblicati. Le sue illustrazioni sono ritenute degne di attenzione per la loro bellezza e precisione, ma anche per l’aiuto fornito ai moderni micologi nell’identificare le varietà di funghi.

Il racconto di Peter Coniglio

Prima edizione di Peter Coniglio

La svolta nella carriera artistica di Beatrix Potter maturò lentamente. Lei utilizzò le lettere e il materiale illustrativo contenuto nella corrispondenza col figlio della sua ex governante – spesso malato – per realizzare il suo primo libro per bambini, dal titolo The Tale of Peter Rabbit. Il libro venne rifiutato da ben sei case editrici, ma Beatrix non si arrese e decise di stampare lei stessa 250 copie che riuscì a vendere in breve tempo. L’anno dopo, il 2 ottobre del 1902, il libro fu apprezzato e pubblicato dalla Frederick Warne & Company, che pose a Beatrix come condizione di realizzare illustrazioni a colori e non più in bianco e nero.

The Tale of Peter Rabbit fu innovativo per il mondo dell’infanzia; era stato realizzato in un formato piuttosto piccolo, adatto alle dimensioni delle mani dei bambini, mentre un’altra novità  era costituita dal prezzo ridotto: uno scellino. Potter inoltre si rifiutò di sottovalutare i bambini adoperando un linguaggio troppo semplice e superficiale, e decise di inserire anche qualche termine complesso e talvolta ricercato in ciascuno dei suoi libri, per favorire il loro apprendimento e suscitarne la curiosità.

Alla morte del padre nel 1914 Beatrix Potter, ormai diventata una donna ricca, persuase sua madre a trasferirsi nel distretto dei laghi dove trovò per lei una proprietà in affitto a Sawrey, che  successivamente abbandonò per una grande casa a Bowness, nella contea di Cumbria. Potter continuò a scrivere storie e a disegnare, soprattutto per il proprio piacere. Dall’inizio della sua collaborazione con l’editore Warne, pubblicò ogni anno due o tre piccoli libri, 23 in tutto. L’ultimo libro in questo formato fu una raccolta di filastrocche tradizionali pubblicata nel 1922. Alla fine degli anni venti scrisse dei libri per il pubblico americano: The Fairy Caravan.

La vita nella fattoria

Nel 1923 Beatrix acquistò una grande fattoria e divenne una dei più importanti allevatori di ovini nella contea, molto apprezzata dai pastori e dagli imprenditori agrari per la sua disponibilità a sperimentare gli ultimi rimedi biologici per le malattie comuni delle pecore.

Beatrix Potter

Potter si impegnò nella salvaguardia dell’ambiente dei terreni di sua proprietà, e alla sua morte li lasciò in eredità al National Trust; oggi costituiscono gran parte dell’area naturale protetta del Lake District National Park.

Nel 1942 fu la prima donna eletta come Presidente dell’associazione Herdwick Sheepbreeders, ma prima che potesse assumere la carica fu colpita da una gravissima polmonite che la portò alla morte il 22 dicembre 1943.

Dal 1º gennaio 2014 le opere originali di Beatrix Potter sono diventate di pubblico dominio in Europa e negli altri paesi in cui il copyright decade a 70 anni dalla morte dell’autore. I suoi 24 racconti sono stati tradotti in 35 lingue vendendo oltre 100 milioni di copie. Le sue storie sono state spesso utilizzate dal cinema, nella musica e nella danza. Dalla sua vita è stato anche tratto un lungometraggio, “Miss Potter”, con protagonista Renée Zellweger.

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Vermeer e “La Lettera d’Amore” rubata

La lettera d'amore

Centre for Fine Arts, Bruxelles, 23 settembre 1971.

La lettera d’amore di Vermeer, ricevuta in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam, fa bella mostra di sé fino che delle mani non si protendono a staccarla dalla parete. Il ventunenne Mario Pierre Roymans ha passato molto tempo nascosto in un armadietto e quando il museo si svuota corre dritto verso il suo obiettivo. Dopo esserselo assicurato cerca di fuggire da una finestra, ma la cornice è troppo grande. A quel punto taglia la tela con un pelapatate, la mette in tasca e scompare nella notte.

La lettera d’amore

Il furto del Vermeer

Cosa aveva spinto il ragazzo a compiere tale gesto? I primi indizi arrivarono il 3 ottobre successivo, quando il quotidiano “Le Soire” fu contattato da un uomo che si faceva chiamare Tijl van Limburg (una sorta di Robin Hood) e chiedeva che un giornalista munito di telecamera lo incontrasse in un bosco. Fu accontentato. Roymans, dopo aver bendato il reporter, lo fece salire su una macchina e lo condusse in una chiesa. Qui gli mostrò il dipinto rubato di Vermeer, dichiarando che amava moltissimo l’arte, ma che amava ancora di più l’umanità. Dopo questo incontro le foto furono pubblicate insieme alle richieste del giovane: 200 milioni di franchi belgi da dare ai rifugiati bengalesi nel Pakistan orientale.

Il 26 marzo 1971 era infatti scoppiata la guerra di liberazione bengalese, che aveva visto su fronti opposti il Pakistan dell’est, che aveva dichiarato la propria indipendenza col nome di Bangladesh, e Pakistan dell’ovest. Durante il conflitto la comunità bengalese fu oggetto di un vero e proprio genocidio, ad opera sia dell’esercito del Pakistan occidentale che di milizie estremiste religiose.

Mario Pierre Roymans

Il ricatto

Il suo scopo quindi – aveva dichiarato Roymans – era quello di aiutare i bengalesi e di spingere sia il Rijksmuseum che il Centre for Fine Arts di Bruxelles ad organizzare campagne di raccolte fondi per combattere le carestie in tutto il mondo.

Il ragazzo pose anche un ultimatum: entro mercoledì 6 ottobre le sue richieste dovevano essere accolte. Le foto scattate dal giornalista furono analizzate da un esperto d’arte che confermò l’autenticità del quadro di Vermeer, ma poco dopo il direttore del Rijksmuseum affermò che la qualità degli scatti non permetteva di trarre conclusioni definitive. Nei giorni successivi, Roymans, che si manteneva in contatto con i media, fu individuato e arrestato.

Fonte: http://istitutoeuroarabo.it/

“La lettera d’amore” fu restituita al Rijksmuseum e, date le pessime condizioni in cui era state tenuta, rimase sotto restauro per quasi un anno. Roymans fu multato e condannato a due anni di carcere, commutati poi in due mesi.

Il destino del Bangladesh

Ma cosa accadde in Bangladesh? La guerra e la pulizia etnica contro la popolazione bengalese ebbero fine solo il 16 dicembre, grazie all’intervento dell’esercito indiano.

Fonte: http://istitutoeuroarabo.it/

Proprio per aiutare i profughi di guerra venne realizzato il primo concerto di beneficienza della storia: era il celebre “Concerto per il Bangladesh”, tenutosi il 1 agosto 1971 al Madison Square Garden di New York. L’organizzatore era George Harrison, che già aveva pubblicato il singolo Bangla Desh, il cui ricavato era stato devoluto all’UNICEF

 

 

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La lunga scia di sangue di Belle Gunness

Belle Gunness è stata una serial killer di origine norvegese: con le sue 40 vittime stimate, è stata una delle più prolifiche assassine seriali di tutta la storia degli Stati Uniti.

Una trappola mortale

Era il 1908 quando un terribile incendio divampò nella tenuta di una donna chiamata Belle Gunnes. La polizia rinvenne dei corpi che ritenne appartenere a lei e ai suoi figli e arrestò Ray Lamphere, ex dipendente che con Belle aveva avuto una relazione tormentata. La difesa dell’uomo stupì tutti: la Gunness non era morta nell’incendio, ma aveva assassinato una donna, l’aveva decapitata e le aveva messo i suoi vestiti addosso. Poi aveva avvelenato i figli con la stricnina e aveva appiccato il fuoco. Infine si era fatta accompagnare alla stazione ed era fuggita, senza più dare sue notizie.

Perchè questo? Belle attirava gli uomini nella sua fattoria, li seduceva e li avvelenava o colpiva con un’ascia mentre dormivano. Poi, li smembrava e si faceva aiutare da Ray a seppellirli. E stava per essere scoperta.

Chi era Belle Gunness?

Belle, il cui vero nome era Brynhild, nacque nel 1859 a Selbu, in Norvegia, da una famiglia molto povera. Ottava e ultima figlia, aiutava la famiglia portando le pecore al pascolo e crescendo venne sempre più apprezzata dai suoi datori di lavoro: era alta, forte e non temeva di passare la notte da sola nelle baite. Meno buoni erano i rapporti con i suoi coetanei, che la ritenevano maligna e bugiarda.

A ventitré anni decise di emigrare negli Stati Uniti, aiutata dalla sorella e dal cognato che vivevano già lì. Arrivata in America, Brynhild cambiò il suo nome in Belle e iniziò a lavorare come cameriera. Circa due anni dopo la donna conobbe e sposò il sorvegliante notturno Mads Sorensen, con si trasferì a Austin, un sobborgo di Chicago.
In quel periodo Belle adottò una bimba, Jenny, che il padre, rimasto vedovo, non si era sentito si crescere. Pochi anni dopo le nacquero quattro figli, ma i primi due bimbi morirono in tenera età. Nel 1900 venne a mancare anche Mads, curiosamente nell’unico giorno in cui le due assicurazioni sulla vita che l’uomo aveva stipulato con due compagnie diverse erano contemporaneamente valide.

Belle Gunness

Belle Gunness

La vedova nera

Il medico che aveva visitato l’uomo sospettò subito che fosse stato avvelenato con la stricnina e affrontò Belle. La donna dichiarò di aver dato al marito una polvere contro il raffreddore che il dottore stesso gli aveva prescritto. Il medico si convinse e firmò il certificato di morte.
Col premio assicurativo Belle comprò un negozio di abbigliamento, che venne distrutto pochi mesi dopo da un incendio. Riscossi altri soldi dall’assicurazione, la donna acquistò una fattoria a La Porte, in Indiana, e vi si stabilì con Jenny e le altre due figlie, Myrtle e Lucy.

Nel 1902 sposò il macellaio Peter Gunnes, che si trasferì da Belle insieme alla figlia di primo letto, Swanhilde. Nove mesi dopo l’uomo fu ritrovato morto, con la testa spaccata da un tritacarne. Il medico stavolta avvertì la polizia, ma quando Jenny testimoniò che aveva visto l’oggetto cadere accidentalmente da una mensola il caso fu archiviato. La Gunness riscosse l’ennesima assicurazione. Il fratello Peter, temendo per la vita di Swanhilde, la fece rapire.

Morto il marito, Belle intrecciò una relazione con uno dei suoi dipendenti, Ray Lamphere, la cui gelosia si scatenò quando lei mise un annuncio sul giornale per trovare un nuovo consorte.
Coloro che risposero ricevettero una lettera che li invitava a depositare del denaro a nome. Bizzarramente, molti interpretarono questa richiesta come un segno di affidabilità e presto alla fattoria si susseguirono una serie di spasimanti. La maggior parte di loro avrebbe trovato la morte a La Porte.

I primi sospetti 

Ray, che non sopportava il succedersi di amanti nella tenuta, cominciò a fare rabbiose scenate e venne licenziato. Rimasto nei pressi per spiare Belle fu infine denunciato.

Nel 1906 Jenny raccontò ad alcuni suoi compagni di scuola che era stata sua madre ad assassinare il marito, e fu quindi interrogata nuovamente dalla polizia. Davanti agli inquirenti negò tutto, poi sparì nel nulla. La Gunness dichiarò che la figlia era stata mandata in collegio.

Nel 1908 all’annuncio di Belle rispose Andrew Helgelien, che si recò a La Porte con tutto il suo denaro e scomparve dopo poco giorni. Usualmente la serial killer sceglieva uomini senza legami, ma con Andrew commise un errore. Il fratello di lui, Asle, si recò dalla sceriffo di La Porte per denunciarne la scomparsa e accusare la Gunness. Quella stessa notte la fattoria della donna era stata distrutta dalle fiamme.

Belle Gunness con i suoi figli

Nonostante l’apparente dipartita di Belle, Asle non si arrese e continuò a indagare. Grazie anche alle dichiarazioni di un ex dipendente della fattoria, lo sceriffo fece scavare nel porcile. Il primo cadavere smembrato ad essere rinvenuto fu quello di Andrew Helgelien, seguito da quelli dei vari spasimanti, di Jenny e di tre vittime mai identificate: una donna priva della testa e due bambini. Il numero stimato di vittime è 40, ma è plausibile che ce ne siano state di più.

Che fine ha fatto Belle Gunness?

Quando  Ray Lamphere dichiarò che Belle era viva e che il cadavere rinvenuto non fosse il suo, inizialmente non fu creduto. In seguito però dei testimoni sostennero che il corpo fosse più piccolo di quello della Gunnes e l’analisi dei resti rivelò tracce di veleno.

Nessuno sa davvero che fine abbia fatto questa assassina seriale e intorno a lei sono sorte numerose leggende. La storia ci dice che quando la sua migliore amica morì, in casa sua venne rinvenuto il teschio di una donna. Era forse quello della sventurata scelta per mettere in scena la morte di Belle?

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Georgia Broadwick, nota con il soprannome di Tiny Broadwick, è stata la prima donna paracadutista e l’inventrice del ripcord.

La bambola

Tiny Broadwick

Tiny Broadwick

Georgia nacque l’8 aprile 1893 in North Carolina e a causa della sua esile struttura fisica si guadagnò ben presto l’appellativo di Tiny (minuscola). Sposatasi appena dodicenne, l’anno successivo ebbe una figlia ma fu abbandonata dal marito. Per mantenersi cominciò a lavorare in un cotonificio, ma quell’occupazione non era destinata a durare a lungo. A 15 anni vide Charles Broadwick, un paracadutista di fama mondiale, lanciarsi da una mongolfiera e rimase folgorata.  Tiny decise di unirsi alla compagnia di paracadutisti di Broadwick e lo convinse ad accoglierla. Affidata la sua bambina ai propri genitori partì con l’uomo, di cui divenne in seguito la figlia adottiva (o secondo altri la moglie, la diatriba non si chiarì mai).

Tiny, presentata al pubblico come The Doll (la bambola), esordì lanciandosi da una mongolfiera il 28 dicembre 1908. Insieme alla compagnia di Broadwick si esibì poi in diverse fiere, guadagnando sempre più fama.

Il primo lancio da un aereo

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tra i suoi grandi successi il più noto è certamente quello di essere diventata la prima donna a paracadutarsi da un aereo. Il lancio ufficiale avvenne a Los Angeles il 21 giungo 1913, ma Tiny si era già lanciata l’anno precedente durante uno show al Grant Park di Chicago.

Nel 1914 fece una dimostrazione all’esercito, che ai tempi aveva una piccola flotta di aerei non troppo sicuri. I militari si mostrarono restii all’adozione dei paracadute, ma i lanci di Tiny Broadwick spazzarono via ogni resistenza. In quell’occasione Tiny inventò il ripcord, una componente dell’equipaggiamento per lo skydiving.

Pochi mesi dopo la paracadutista saltò nel lago Michigan, diventando la prima donna a lanciarsi in uno specchio d’acqua.

iny Broadwick con paracadute

Tiny Broadwick con paracadute

Nel 1916 sposò Harry Brown e interruppe il paracadutismo per quattro anni, ricominciando in seguito al divorzio avvenuto quattro anni dopo. Continuò a lanciarsi fino al 1922, poi smise per problemi alle caviglie.

Tiny Broadwick, pur non essendo una pilota, è stata una delle poche donne del Early Birds of Aviation

Nel 1964 ha donato un paracadute fatto a mano da Charles Broadwick allo Smithsonian Air Museum.

Tiny Broadwick è morta in California nel 1978 ed è stata sepolta nei Sunset Gardens a Henderson, nella Carolina del Nord.

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