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La lunga scia di sangue di Belle Gunness

Belle Gunness è stata una serial killer di origine norvegese: con le sue 40 vittime stimate, è stata una delle più prolifiche assassine seriali di tutta la storia degli Stati Uniti.

Una trappola mortale

Era il 1908 quando un terribile incendio divampò nella tenuta di una donna chiamata Belle Gunnes. La polizia rinvenne dei corpi che ritenne appartenere a lei e ai suoi figli e arrestò Ray Lamphere, ex dipendente che con Belle aveva avuto una relazione tormentata. La difesa dell’uomo stupì tutti: la Gunness non era morta nell’incendio, ma aveva assassinato una donna, l’aveva decapitata e le aveva messo i suoi vestiti addosso. Poi aveva avvelenato i figli con la stricnina e aveva appiccato il fuoco. Infine si era fatta accompagnare alla stazione ed era fuggita, senza più dare sue notizie.

Perchè questo? Belle attirava gli uomini nella sua fattoria, li seduceva e li avvelenava o colpiva con un’ascia mentre dormivano. Poi, li smembrava e si faceva aiutare da Ray a seppellirli. E stava per essere scoperta.

Chi era Belle Gunness?

Belle, il cui vero nome era Brynhild, nacque nel 1859 a Selbu, in Norvegia, da una famiglia molto povera. Ottava e ultima figlia, aiutava la famiglia portando le pecore al pascolo e crescendo venne sempre più apprezzata dai suoi datori di lavoro: era alta, forte e non temeva di passare la notte da sola nelle baite. Meno buoni erano i rapporti con i suoi coetanei, che la ritenevano maligna e bugiarda.

A ventitré anni decise di emigrare negli Stati Uniti, aiutata dalla sorella e dal cognato che vivevano già lì. Arrivata in America, Brynhild cambiò il suo nome in Belle e iniziò a lavorare come cameriera. Circa due anni dopo la donna conobbe e sposò il sorvegliante notturno Mads Sorensen, con si trasferì a Austin, un sobborgo di Chicago.
In quel periodo Belle adottò una bimba, Jenny, che il padre, rimasto vedovo, non si era sentito si crescere. Pochi anni dopo le nacquero quattro figli, ma i primi due bimbi morirono in tenera età. Nel 1900 venne a mancare anche Mads, curiosamente nell’unico giorno in cui le due assicurazioni sulla vita che l’uomo aveva stipulato con due compagnie diverse erano contemporaneamente valide.

Belle Gunness

Belle Gunness

La vedova nera

Il medico che aveva visitato l’uomo sospettò subito che fosse stato avvelenato con la stricnina e affrontò Belle. La donna dichiarò di aver dato al marito una polvere contro il raffreddore che il dottore stesso gli aveva prescritto. Il medico si convinse e firmò il certificato di morte.
Col premio assicurativo Belle comprò un negozio di abbigliamento, che venne distrutto pochi mesi dopo da un incendio. Riscossi altri soldi dall’assicurazione, la donna acquistò una fattoria a La Porte, in Indiana, e vi si stabilì con Jenny e le altre due figlie, Myrtle e Lucy.

Nel 1902 sposò il macellaio Peter Gunnes, che si trasferì da Belle insieme alla figlia di primo letto, Swanhilde. Nove mesi dopo l’uomo fu ritrovato morto, con la testa spaccata da un tritacarne. Il medico stavolta avvertì la polizia, ma quando Jenny testimoniò che aveva visto l’oggetto cadere accidentalmente da una mensola il caso fu archiviato. La Gunness riscosse l’ennesima assicurazione. Il fratello Peter, temendo per la vita di Swanhilde, la fece rapire.

Morto il marito, Belle intrecciò una relazione con uno dei suoi dipendenti, Ray Lamphere, la cui gelosia si scatenò quando lei mise un annuncio sul giornale per trovare un nuovo consorte.
Coloro che risposero ricevettero una lettera che li invitava a depositare del denaro a nome. Bizzarramente, molti interpretarono questa richiesta come un segno di affidabilità e presto alla fattoria si susseguirono una serie di spasimanti. La maggior parte di loro avrebbe trovato la morte a La Porte.

I primi sospetti 

Ray, che non sopportava il succedersi di amanti nella tenuta, cominciò a fare rabbiose scenate e venne licenziato. Rimasto nei pressi per spiare Belle fu infine denunciato.

Nel 1906 Jenny raccontò ad alcuni suoi compagni di scuola che era stata sua madre ad assassinare il marito, e fu quindi interrogata nuovamente dalla polizia. Davanti agli inquirenti negò tutto, poi sparì nel nulla. La Gunness dichiarò che la figlia era stata mandata in collegio.

Nel 1908 all’annuncio di Belle rispose Andrew Helgelien, che si recò a La Porte con tutto il suo denaro e scomparve dopo poco giorni. Usualmente la serial killer sceglieva uomini senza legami, ma con Andrew commise un errore. Il fratello di lui, Asle, si recò dalla sceriffo di La Porte per denunciarne la scomparsa e accusare la Gunness. Quella stessa notte la fattoria della donna era stata distrutta dalle fiamme.

Belle Gunness con i suoi figli

Nonostante l’apparente dipartita di Belle, Asle non si arrese e continuò a indagare. Grazie anche alle dichiarazioni di un ex dipendente della fattoria, lo sceriffo fece scavare nel porcile. Il primo cadavere smembrato ad essere rinvenuto fu quello di Andrew Helgelien, seguito da quelli dei vari spasimanti, di Jenny e di tre vittime mai identificate: una donna priva della testa e due bambini. Il numero stimato di vittime è 40, ma è plausibile che ce ne siano state di più.

Che fine ha fatto Belle Gunness?

Quando  Ray Lamphere dichiarò che Belle era viva e che il cadavere rinvenuto non fosse il suo, inizialmente non fu creduto. In seguito però dei testimoni sostennero che il corpo fosse più piccolo di quello della Gunnes e l’analisi dei resti rivelò tracce di veleno.

Nessuno sa davvero che fine abbia fatto questa assassina seriale e intorno a lei sono sorte numerose leggende. La storia ci dice che quando la sua migliore amica morì, in casa sua venne rinvenuto il teschio di una donna. Era forse quello della sventurata scelta per mettere in scena la morte di Belle?

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Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

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Georgia Broadwick, nota con il soprannome di Tiny Broadwick, è stata la prima donna paracadutista e l’inventrice del ripcord.

La bambola

Tiny Broadwick

Tiny Broadwick

Georgia nacque l’8 aprile 1893 in North Carolina e a causa della sua esile struttura fisica si guadagnò ben presto l’appellativo di Tiny (minuscola). Sposatasi appena dodicenne, l’anno successivo ebbe una figlia ma fu abbandonata dal marito. Per mantenersi cominciò a lavorare in un cotonificio, ma quell’occupazione non era destinata a durare a lungo. A 15 anni vide Charles Broadwick, un paracadutista di fama mondiale, lanciarsi da una mongolfiera e rimase folgorata.  Tiny decise di unirsi alla compagnia di paracadutisti di Broadwick e lo convinse ad accoglierla. Affidata la sua bambina ai propri genitori partì con l’uomo, di cui divenne in seguito la figlia adottiva (o secondo altri la moglie, la diatriba non si chiarì mai).

Tiny, presentata al pubblico come The Doll (la bambola), esordì lanciandosi da una mongolfiera il 28 dicembre 1908. Insieme alla compagnia di Broadwick si esibì poi in diverse fiere, guadagnando sempre più fama.

Il primo lancio da un aereo

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tra i suoi grandi successi il più noto è certamente quello di essere diventata la prima donna a paracadutarsi da un aereo. Il lancio ufficiale avvenne a Los Angeles il 21 giungo 1913, ma Tiny si era già lanciata l’anno precedente durante uno show al Grant Park di Chicago.

Nel 1914 fece una dimostrazione all’esercito, che ai tempi aveva una piccola flotta di aerei non troppo sicuri. I militari si mostrarono restii all’adozione dei paracadute, ma i lanci di Tiny Broadwick spazzarono via ogni resistenza. In quell’occasione Tiny inventò il ripcord, una componente dell’equipaggiamento per lo skydiving.

Pochi mesi dopo la paracadutista saltò nel lago Michigan, diventando la prima donna a lanciarsi in uno specchio d’acqua.

iny Broadwick con paracadute

Tiny Broadwick con paracadute

Nel 1916 sposò Harry Brown e interruppe il paracadutismo per quattro anni, ricominciando in seguito al divorzio avvenuto quattro anni dopo. Continuò a lanciarsi fino al 1922, poi smise per problemi alle caviglie.

Tiny Broadwick, pur non essendo una pilota, è stata una delle poche donne del Early Birds of Aviation

Nel 1964 ha donato un paracadute fatto a mano da Charles Broadwick allo Smithsonian Air Museum.

Tiny Broadwick è morta in California nel 1978 ed è stata sepolta nei Sunset Gardens a Henderson, nella Carolina del Nord.

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Anne Perry, la giallista che visse due volte

Per gli scrittori di gialli e thriller intingere metaforicamente la penna nel sangue è cosa consueta, ma non ci si aspetta mai che possano essere stati carnefici nel mondo reale. Eppure una scrittrice britannica – di culto per gli amanti del giallo classico – ha conosciuto il delitto ben prima che il suo romanzo d’esordio venisse dato alle stampe: allora si chiamava Juliet Hulme, ma il mondo l’avrebbe conosciuta come Anne Perry.

Christchurch, Nuova Zelanda, 22 giugno 1954

Anne Perry

Anne Perry

Era pomeriggio quando due ragazzine ansanti e ricoperte di sangue irruppero nella sala da tè di Agnes e Kenneth Ritchie e chiesero aiuto. La madre di una di loro, insieme a cui erano state in quel locale fino a poco tempo prima, era caduta e aveva sbattuto la testa. Kenneth le seguì nel parco e si trovò davanti il corpo orrendamente martoriato di Honorah Rieper. Le gravi lacerazioni a testa e volto e le ferite da difesa su braccia e mani erano più che esplicite e l’idea dell’incidente apparve subito ridicola. Fu il ritrovamento dell’arma del delitto, un mattone avvolto in una calza, a schiudere definitivamente il vaso di Pandora: Juliet Hulme, 15 anni,  e Pauline Parker, sedicenne, avevano assassinato la madre di quest’ultima, colpendola circa 20 volte.

Il Quarto Mondo

Juliet e Pauline erano creature affini, lo avevano capito appena si erano conosciute alla Girls’High School di Christchurch, in Nuova Zelanda.

Juliet Hulme e Pauline Parker

Juliet Hulme e Pauline Parker

La prima cosa che le aveva legate era il fatto che entrambe avessero una salute cagionevole, minata da malattie croniche, ma col tempo il loro rapporto si era evoluto e rafforzato, fino a diventare simbiotico.

Pian piano avevano cominciato ad allontanarsi dal mondo reale per rifugiarsi in quello di fantasia da loro creato, sui cui si dilettavano a scrivere racconti e pezzi teatrali. Le ragazze si erano costruite anche una propria religione basata sul Quarto Mondo, una dimensione parallela a cui potevano giungere solo grazie all’illuminazione spirituale determinata dalla loro amicizia. Col tempo il loro legame era divenuto sempre più ossessivo, tanto che le famiglie avevano cominciato ad essere preoccupate, sospettando che tra di loro di fosse un’attrazione di tipo sessuale – non dimentichiamo che negli anni ’50 l’omosessualità era ancora considerata una malattia mentale – tuttavia non le avevano divise.

Legami spezzati

Il dramma arrivò con la separazione dei genitori di Juliet, a seguito di cui quest’ultima si sarebbe dovuta trasferire.  Sia la madre che il padre avevano deciso di tornare a vivere in Inghilterra, anche perché quest’ultimo aveva problemi di lavoro, ma a causa della sua tubercolosi la ragazza sarebbe stata mandata a vivere da un zia in Sud Africa, dove il clima era più adatto alla sua salute.  L’idea della separazione era inaccettabile per le due amiche e chiesero che anche Pauline potesse partire. Gli Hulme – forse per temporeggiare – non si opposero all’idea, ma un ostacolo che andava rimosso con ogni mezzo continuava a permanere sulla strada delle due adolescenti: la madre di Pauline.

Il Boia di Cater Street

Il Boia di Cater Street

Il piano aveva preso forma in fretta, dopo aver simulato la morte accidentale di Honorah le due adolescenti sarebbero prima andate in Sud Africa come progettato, poi sarebbero fuggite negli Stati Uniti, dove si sarebbero mantenute scrivendo o lavorando nel mondo del cinema.

Il processo destò enorme scalpore, sia in virtù della giovanissima età delle colpevoli sia per le illazioni – sempre smentite – sulla loro omosessualità. Normalmente in casi simili sarebbe stata applicata la pena di morte, ma proprio per la loro giovinezza furono condannate a 5 anni di reclusione. Dopo il processo Juliet e Pauline non si rividero mai più.

Trascorsa la pena Pauline Parker assunse il nome di Hilary Nathan e dopo sei mesi di libertà vigilata decise di trasferirsi in Inghilterra. Non ha mai voluto parlare con la stampa, ma in una dichiarazione del 1996 resa attraverso la sorella ha dichiarato tutto il suo pentimento.

Da Juliet Hulme a Anne Perry

Anche Juliet partì per la Gran Bretagna e divenne assistente di volo. Unitasi alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, visse in seguito negli Stati Uniti, poi si stabilì in Scozia.

Locandina di "Creature dal Cielo"

Locandina di “Creature dal Cielo”

Nel 1979 uscì il suo primo romanzo, “Il Boia di Cater Street”, in cui diede vita non solo all’ispettore Thomas Pitt ma anche ad una nuova se stessa: Anne Perry.

La carriera letteraria di Anne è stata costellata da grandi successi e i suoi sono romanzi di culto per gli appassionati. In Italia sono state pubblicate decine di sue opere, oltre cinquanta delle quali nella collana Giallo Mondadori.

Dal 2017 la scrittrice vive ad  Hollywood.

L’omicidio di Honorah Rieper è alla base  di Creature del Cielo, film del 1994 di Peter Jackson, in cui Melanie Lynskey interpreta  Pauline Parker e Kate Winslet interpreta Juliet Hulme. Il fatto che Anne Perry e Juliet fossero la stessa persona fu rivelato alcuni mesi dopo l’uscita del film.

 

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Evelyn Hooker, l’OMS e la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali

Il 17 maggio 1990 segna una data storica nel cammino della civiltà. Esattamente trent’anni fa infatti L’OMS rimosse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Per questo il 17 maggio ricorre la giornata mondiale contro l’omotransfobia.

Una storia travagliata

Come si può facilmente immaginare, tagliare questo traguardo è stato tutt’altro che semplice, data l’assurda stigmatizzazione di cui gli omosessuali sono stati spesso oggetto. Ci sono stati luoghi  e momenti storici in cui il tema è stato dibattuto con tranquillità, come nell’Atene classica, nella Firenze rinascimentale o in grandi città come Berlino e Parigi prima della guerra, ma questi rappresentano una minoranza.

A causa di motivi legati alla religione e a preconcetti culturali l’omosessualità è stata repressa -molto spesso nel sangue – senza pietà.

Alan Turing

Alan Turing

L’Europa della Santa Inquisizione e della Controriforma, la Germania nazista e la Russia stalinista sono solo alcuni degli esempi. Tra i perseguitati più illustri tutti ricordiamo Oscar Wilde, che venne processato e condannato ai lavori ai forzati. Meno conosciuta è forse la storia di Alan Turing, l’inventore della macchina che porta il suo nome, ossia un primo computer che aiutò a decifrare i codici di comunicazione dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Turing fu de facto fondamentale per la vittoria alleata, ma alla fine del conflitto venne perseguitato per la sua omosessualità e costretto alla castrazione chimica. Si toglierà la vita a soli 41 anni. La sua storia è magistralmente narrata nel film “The Imitation Game”, in cui è interpretato da Benedict Cumberbatch.

Evelyn Hooker

Le prime manifestazioni per reclamare i diritti delle comunità gay ebbero luogo agli inizi del gli anni ’70, ma già nel mondo scientifico era avvenuta la prima rivoluzione. Nel 1957 era stato pubblicato sulla rivista “Journal of projective techniques” un articolo dal titolo “L’adattamento psicologico del maschio omosessuale dichiarato”. Lo studio aveva scardinato convinzioni vecchie di secoli ed era opera di una psicologa statunitense: Evelyn Hooker.

Ai tempi per stimare l’equilibro mentale degli omosessuali si confrontavano i test psicologici di eterosessuali (senza problemi psicologici) con quelli di gay già in cura per disturbi. Il risultato ottenuto era inevitabilmente falsato.

Evelyn Hooker

Evelyn Hooker

Evelyn Hooker decise invece di confrontare i dati ottenuti da etero e gay privi di problemi clinici, poi chiese a un gruppo di esperti di analizzare i test e di comprendere l’orientamento sessuale dei soggetti esclusivamente dai risultati. Ovviamente non ci riuscirono.

L’esperimento fu ripetuto molte volte da diversi studiosi e diede sempre gli stessi risultati: non vi erano differenze cliniche nella mente di eterosessuali e omosessuali. L’omosessualità tuttavia verrà cancellata dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) soltanto nel 1974.

In Italia

Il nostro Paese è stato tra i primi a decriminalizzare l’omosessualità. Era il 1889 e col codice penale redatto da Zanardelli non era più prevista alcuna pena, ma questo aveva un prezzo: le relazioni andavano vissute nell’ombra. “Don’t ask, don’t tell”, avrebbero detto gli Americani a circa un secolo di distanza. Durante il fascismo la questione venne ripresa in mano, ma alla fine si decise non introdurre il reato di “relazioni omosessuali”. Il motivo? Avrebbe significato ammettere di gay tra “il virile popolo italico”.

Manifestazione per i diritti della comunità LGBT

Manifestazione per i diritti della comunità LGBT

Di certo da allora – e in particolare negli ultimi anni – molto è cambiato riguardo ai diritti LGBT, ma la strada è ancora lunga e oltre che legislativa è soprattutto sociale. Gli episodi di omofobia più o meno gravi sono tutt’altro che rari e, con l’erronea convinzione che il web non sia sottoposto alle stesse leggi del mondo reale, un numero enorme di persone si permette insulti e commenti carichi di odio, minacce, violenza. Su questo troppo spesso sono stati chiusi gli occhi, tanto che l’omofobia non è stata inserita tra i crimini dettati dell’odio (Legge Mancino, 1993). La proposta di modifica in merito è oggetto di dibattito dal 2013 e non è stata ancora presa una decisione.

Un grande, se pur lento, passo avanti è stato fatto nel 2016 con la legge sulle unioni civili, che garantisce alla coppie (gay ed etero) parte dei diritti acquisiti col matrimonio. Ancora lunga, tuttavia, è la strada da percorrere a livello legislativo e culturale, sia in Italia che nel resto del mondo. Non dimentichiamo che esistono stati in cui tutt’oggi l’omosessualità è punita col carcere o la pena di morte.

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Lizzie Halliday, una vedova nera nella New York di fine ‘800

Lizzie Halliday, una serial killer di origine irlandese che sconvolse l’America di fine ottocento, ha il triste primato di essere stata la prima donna condannata alla sedia elettrica.

Un prigioniera pericolosa

Ritratto di Nellie Bly

Ritratto di Nellie Bly

Quel giorno Nelly Bly, antesignana del giornalismo d’inchiesta, avrebbe potuto finalmente intervistare un figura che era entrata con prepotenza negli incubi degli americani. Lì, nella Sullivan County Jail di Monticello, nello Stato di New York, era rinchiusa una prigioniera dal comportamento così selvaggio da aver attirato l’attenzione dei quotidiani di tutto il mondo e di aver solleticato le più morbose fantasie del pubblico. Addirittura, con un certo volo di fantasia, qualcuno sosteneva che la donna fosse in qualche modo coinvolta nei crimini di Jack Lo Squartatore. Costei si chiamava Lizzie Halliday e si era lasciata alle spalle una scia di sangue più lunga di quanto gli inquirenti credessero. Proprio nelle due interviste con Nelly Bly, Lizzie svelò gli ultimi tasselli della sua storia. Ma andiamo con ordine.

Una serpe in seno

Lizzie era entrata a servizio di Paul Halliday, un benestante settantenne che aveva una fattoria a Burlingham, nel 1889 quando aveva trent’anni. Paul era vedovo e aveva due figli, Robert e John, quest’ultimo purtroppo mentalmente disabile. Lizzie e Paul non ci avevano messo molto a sposarsi, ma la donna proprio non sopportava i figliastri, in particolare quello malato. In aggiunta a funestare il matrimonio arrivarono le crisi di follia della Halliday e i suoi comportamenti inspiegabili. Arrivata a rubare immotivatamente dei cavalli fu arrestata e riconosciuta colpevole ma il suo avvocato la fece assolvere per infermità mentale e internare in manicomio. Paul, ignaro della pericolosità della consorte, commise il tragico errore di aiutarla a tornare a casa.

Nel maggio del 1981 parte della fattoria degli Halliday fu improvvisamente avvolta dalle fiamme e bruciò fino alle fondamenta, uccidendo John. I sospetti caddero immediatamente su Lizzie, ma non fu possibile provare nulla. In agosto Paul scomparve nel nulla e la moglie asserì che si era recato in un paese vicino per lavoro. Nessuno le credette e infine fu emesso un mandato di perquisizione per la sua proprietà.

Gli omicidi

I primi due cadaveri furono rinvenuti in un granaio e appartenevano a due donne, Margaret e Sarah McQuillan. Il fatto che la famiglia delle due vittime l’avesse molto aiutata in passato e che le conoscesse fin da prima di partire dall’Irlanda non le aveva impedito di ucciderle a colpi di pistola. Lizzie, interrogata, diede solo risposte incoerenti, poi fu tradotta in prigione. Ci volle un po’ di più per trovare il terzo corpo, quello di Paul Halliday, che marciva sotto le assi del pavimento. Una volta in custodia nella nella Sullivan County Jail Lizzie cominciò a non mangiare, aggredì la moglie dello sceriffo, provò a dare fuoco al proprio letto e cercò di uccidersi più volte, tanto che alla fine dovette essere incatenata.

Proprio in cella riuscì a incontrarla Nelly Bly, che con le sue domande scoprì che probabilmente quelli per cui era accusata non erano primi delitti di Lizzie. Paul era stato solo l’ultimo di una lunga serie di mariti morti o miracolosamente sopravvissuti.

Una macabra intervista

Lizzie Halliday

Lizzie Halliday, nata Eliza Margaret McNally, venne alla luce intorno al 1859 nella contea di Antrim , in Irlanda,  e la sua famiglia si trasferì in America quando lei era molto giovane. Nel 1879 sposò un uomo che si faceva chiamare Charles Hopkins  (il suo vero nome era Ketspool Brown) e pare che la coppia ebbe un figlio che per un motivo a noi non noto fu messo in un istituto. A meno di un anno dal matrimonio Charles morì improvvisamente. Nel 1881 fu la volta di Artemus Brewer, anche lui deceduto alcuni mesi dopo averla presa in moglie. Il terzo marito fu più fortunato e la lasciò poco dopo le nozze. Al quarto consorte, il veterano di guerra George Smith, fu riservata un tazza di tè corretta con l’arsenico, ma l’uomo riuscì a salvarsi e Lizzie dovette fuggire. Rifugiatasi nel Vermont sposò il quinto marito, Charles Playstel, ma lo lasciò dopo meno di due settimane. Probabilmente Charles ringraziò la sua buona sorte per tutta la vita.

Nel 1888 Lizzie Halliday fece la sua comparsa a Philadelphia, dove soggiornò presso una famiglia che viveva accanto alla sua quando erano in in Irlanda: I McQullians. Non molto tempo dopo Margaret e Sarah avrebbero pagato cara questa loro gentilezza. Mentre era a Philadelphia Lizzie aprì un negozio, ma in breve decise di bruciarlo per avere i soldi dell’assicurazione. Fu scoperta e condannata a due anni di carcere. Uscita dall’istituto di correzione conobbe Paul Halliday.

Ancora sangue

Nessuno sa con certezza cosa sia accaduto ai primi due consorti di Lizzie, ma apparve chiaro a tutti che l’elenco degli sventurati che hanno incrociato la sua strada conti più punti di quelli noti. Il 21 giugno 1894 la Halliday fu condannata per l’omicidio di Margaret e Sarah McQuillan, che quasi certamente non furono le prime vittime e purtroppo non furono nemmeno le ultime.

Lizzie Halliday fu la prima donna ad essere destinata alla sedia elettrica, ma data l’infermità mentale la pena venne commutata in un ergastolo da scontare in una clinica psichiatrica, il Matteawan State Asylum. Qui, nel 1906, la serial killer avrebbe riscosso il suo ultimo tributo di sangue pugnalando decine di volte un’infermiera, Nellie Wickes.

Lizzie Halliday morì il 28 giugno 1918.

 

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Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Tutti sappiamo che la Pasqua è la festa cristiana che celebra la resurrezione di Gesù, ma conosciamo anche le origini delle tradizioni legate ad essa? Scopriamo insieme qualche curiosità!

Resurrezione (Raffaello)

Le origini

Il nome Pasqua deriva da una parola aramaica, “Pesach”, che significa “passaggio”. Nei paesi anglosassoni la festività si chiama “Easter” e trae il suo nome da un’antica divinità germanica, “Eastre” o “Eostre”, collegata alla fertilità, alla rinascita e quindi alla primavera.

La data della Pasqua cambia ogni anno, cadendo sempre di domenica, vi siete mai chiesti perché e come si calcola? Il motivo è la ricerca di far cadere la festività nelle condizioni il più simile possibile all’epoca di Cristo, il calcolo è invece assai complicato e si basa sulla Pasqua ebraica e sul calcolo dell’epatta, ovvero l’età della luna al 1° gennaio. Semplificando molto, la Pasqua cade la domenica successiva alla prima luna piena di primavera, quindi sempre tra il 22 marzo e il 25 aprile.

Le uova

Perché a Pasqua si regalano uova? E’ una tradizione che ha radici ben precedenti al Cristianesimo.

Uova di Pasqua

Le uova, simbolo di vita nuova e fertilità, erano già un apprezzato dono ai tempi di romani, persiani, fenici, greci e, in particolar modo, egiziani. Anche questo simbolo era spesso legato all’equinozio di primavera.

Il primo uovo di Pasqua al cioccolato venne prodotto nel 1873 a Bristol, in Inghilterra, dall’azienda Fry. Da allora è diventata la golosità per eccellenza di Pasqua, solo negli Stati Uniti se ne stima una vendita di 600 milioni di pezzi.

Nel Guinness dei primati trova spazio un uovo di cioccolata dall’incredibile peso di sette tonnellate e l’altezza di oltre dieci metri. E’ stato realizzato in Italia.

Il coniglietto e la colomba

La tradizione del coniglietto di cioccolata è ancora legata a miti pagani. Quest’animale, infatti, era un simbolo di fertilità grazie alla sua proverbiale prolificità, mentre in Egitto era legato al culto della luna, il satellite che, come vedremo, riveste un ruolo importante nel calcolo della data.

La colomba invece, oltre a essere simbolo biblico di pace, è collegata a una leggenda medievale sul longobardo Alboino e la sua invasione di Pavia. Quando il barbaro ordinò che gli fossero consegnate le vergini del paese, le donne tentarono di ingraziarselo preparando dolci a forma di colomba, animale preferito di Alboino.

Il passaggio del Mar Rosso

Le usanze riguardo la Pasqua sono ovviamente diverse nel mondo. Ad esempio negli Stati Uniti il dolce più diffuso è il marshmello, mentre la decorazione delle uova è importantissima nei paesi dell’est Europa, specie in Ucraina, e prende il nome di Pysanka.

Importanza religiosa

Anche se tendiamo a considerare il Natale la festa cardine del Cristianesimo, anche in chiave commerciale, in realtà la Pasqua dovrebbe essere la ricorrenza più importante per i fedeli. La resurrezione è infatti il concetto rivoluzionario su cui si basa tutta la fede cristiana.

La Pasqua ebraica cade più o meno contestualmente a quella cristiana e commemora la traversata del Mar Rosso di Mosè e del popolo ebraico, ovvero la sua liberazione dalla schiavitù.

 

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Lavinia Fisher, la serial killer in abito da sposa

Lavinia Fisher è ritenuta la prima serial killer statunitense. Insieme al marito derubò e uccise diversi avventori della loro locanda a Charleston.

Un messaggio per il diavolo

“Se qualcuno di voi ha un messaggio per il diavolo me lo dia ora, perché lo vedrò tra poco”. Si dice siano state queste le ultime parole di Lavina Fisher prima di penzolare dalla forca, in una gelida e grigia mattina del febbraio 1820. Era giunta al patibolo con indosso il suo abito da sposa e con quel vestito rosso e bianco aveva chiesto di essere sepolta. Lavinia non credeva davvero di morire, convinta che la grazia sarebbe presto giunta, nessuna donna era stata mai impiccata in South Carolina. Si, sbagliava, lei sarebbe stata la prima.

Molti misteri circondano la vita, la morte e la tumulazione di questa donna bellissima, tanto che nelle notizie che ci sono giunte travolta la leggenda si insinua nei fatti storici. Fu giustiziata insieme al complice e marito, John, e il luogo dove furono sepolti rimane sconosciuto. L’ipotesi più probabile è quella del potter’s field (un cimitero per morti non reclamati dalle famiglie) della prigione, ma il mito vuole che riposino nel cimitero della Chiesa Congregazionalista e che accanto a loro, pochi anni dopo, sia stato inumato il giudice che li condannò.

Cosa ha portato al capestro Lavinia, il cui fantasma in abito bianco e cremisi si dice infesti ancora la prigione di Charleston?

The Six Mile Wayfarer House

Lavinia era nata nel 1793 e insieme al marito gestiva una locanda chiamata Six Mile Wayfarer House. L’albergo era in una posizione favorevole, a sole sei miglia da Charleston, e la clientela non mancava, ma ai coniugi Fisher gli introiti legali non bastavano. Col tempo la loro locanda era diventata in rifugio di una banda responsabile di una serie di brutali rapine e omicidi.

Nel tentativo di mettere fine alle scorribande un gruppo di vigilanti aveva cominciato a indagare e arrivati nei dintorni della Six Mile Wayfarer House l’avevano collegata con i crimini accaduti. Quegli uomini tornarono a Charleston per riferire quanto scoperto e lasciarono di guardia un ragazzo, David Ross. Il giovane fu catturato dalla banda e quando vide tra i membri una donna la implorò di aiutarlo. Lei, per tutta risposta, cercò prima di soffocarlo, poi di fracassargli la testa. Lavinia Fisher però fallì nel suo intento omicida e David riuscì a fuggire e a chiamare aiuto. Nessuno però era pronto a ciò che sarebbe stato trovato alla locanda.

Il tè della morte

La perquisizione della Six Mile Wayfarer House disvelò un modo di furti e omicidi ancora più inquietante di quanto si ritenesse. Lo sceriffo incaricato dichiarò aver trovato gli effetti personali di centinaia di viaggiatori, i cui corpi smembrati giacevano nel terreno circostante. Non possiamo sapere quale sia stato in realtà il numero vittime, ma quel che è certo è che Lavinia Fisher e il marito si sporcarono abbondantemente le mani di sangue.

Lavina era bella e sapeva come affascinare un uomo. Quando un cliente arrivava alla locanda lo spingeva rivelare quanto denaro avesse con sé e se l’avventore era danaroso scattava la trappola. Una calda, rinfrancante tazza di tè veniva offerta al malcapitato, che non si svegliava mai più. Non è chiaro se la bevanda fosse avvelenata o contenesse un potente narcotico che permetteva a John di finire indisturbato il lavoro a colpi di coltello.

Una leggenda decisamente fantasiosa narra che a Lavinia bastasse tirare una leva per uccidere le sue vittime: mentre i clienti dormivano profondamente a causa della droga il loro letto si rovesciava facendoli cadere in una fossa. Sul fondo li attendevano degli spuntoni.

Al processo John e Lavina Fisher furono riconosciuti colpevoli, ma la sentenza di morte fu inizialmente sospesa. Reclusi nella medesima cella, cercarono in tutti i modi di fuggire. Arrivarono a creare una corda di lenzuola che però si ruppe prima che Lavinia potesse arrivare a terra. John, che era già riuscito a scendere, si rifiutò di scappare senza di lei.

Il 4 febbraio 1820 la corte costituzionale respinse i loro ricorsi e la coppia fu definitivamente condannata alla pena capitale. Davanti alla morte John si affidò al conforto spirituale del Reverendo Richard Furman, invece Lavinia si rifiutò categoricamente di avere a che fare col religioso.

John e Lavina Fisher furono impiccati insieme, come insieme erano vissuti. La definita scelta delle vittime e la presenza di un modus operandi li hanno inseriti a pieno titolo tra quelli che più di un secolo dopo sarebbero stati chiamati serial killer.

 

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Lavinia Fontana, la Pontificia Pittrice

Lavinia Fontana è stata una ritrattista italiana del tardo manierismo passata alla storia come la Pontificia Pittrice.

Un ritratto singolare

Ritratto di Antonietta Gonsalvus

Ritratto di Antonietta Gonsalvus

Al Musée du Chateau de Blois è conservato un quadro molto particolare, ritraente una fanciulla dall’aspetto inusuale di nome Antonietta Gonsalvus (o Gonzales). La ragazza era affetta da ipertricosi, una condizione patologica che determina la crescita di una folta peluria su tutto il corpo. Suo padre Petrus, che soffriva della medesima patologia, era originario di Tenerife, ma aveva vissuto gran parte della sua vita a Parigi, dove era approdato come “dono bizzarro” per la regina Caterina de’ Medici. Qui aveva sposato una delle donne più belle della corte francese da cui aveva avuto sei figlie e si dice che questa vicenda abbia ispirato la storia de “La bella e la bestia”. Dopo la morte di Caterina la famiglia era approdata in Italia e all’incirca nel 1595 la giovane Antonietta fu ritratta dalla più celebre pittrice bolognese: Lavinia Fontana.

Insieme a Sofonisba Anguissola, nata circa vent’anni prima di lei, Lavinia Fontana fu una delle prime donne ad affermarsi nel mondo della pittura e le sua capacità ebbero tale risonanza nella corte papale da farle guadagnare l’appellativo di Pontificia Pittrice. Il percorso di Lavinia iniziò però  a Bologna, nella bottega di suo padre Prospero.

La pittrice di Gregorio XIII

Autoritrato alla spinetta

Autoritrato alla spinetta

Lavinia Fontana nacque nel 1552 e poté ben presto mostrare il suo talento. Fin dalla fanciullezza visse in un ambiente saturo di arte, di innovazione e cultura e ebbe occasione di affinarsi grazie all’influenza di artisti del calibro di Veronese, del Parmigianino e dei fratelli Carracci. Conscia del suo dono la ragazza non si lasciò fermare dai pregiudizi della sua epoca e riuscì in breve tempo a farsi un nome come ritrattista. Uno dei suoi più celebri dipinti fu il suo “Autoritratto alla spinetta” del 1577, che era una vera e proprio dichiarazione di intenti. Un pittore di nome Giovan Paolo Zappi aveva infatti chiesto la sua mano e Lavinia intendeva accettare ad una insindacabile condizione: poter continuare a lavorare. Sul fondo del dipinto, che rappresenta Lavinia mentre suona, si staglia netto un cavalletto, inequivocabile simbolo di come la donna vedeva il suo futuro. Zappi accettò

Nel tempo i ritratti di Lavinia divennero sempre più richiesti, ma la pittrice non si concentrò solo su questo tipo di opera, spaziando dai soggetti mitologici a quelli biblici. Le sue opere impressionarono tanto Gregorio XIII che il Pontefice la volle a Roma. Qui, attratti dalla cura dei dettagli di Lavinia, molti nobili esponenti della corte papale vollero farsi immortalare.

Una nozione che vale la pena di aggiungere è quella relativa alla vita privata di Lavinia, che ebbe ben undici figli. Per la sua costante cura verso la famiglia e verso la sua arte viene spesso considerata una capostipite delle madri lavoratrici.

Minerva in atto di abbigliarsi

Minerva in atto di abbigliarsi

Non solo ritratti

Le prima commissione pubblica arrivò nel 1584 . Realizzando la “Madonna Assunta di Ponte Santo e i santi Cassiano e Pier Crisologo” Lavinia sarebbe stata la prima donna a dipingere una pala d’altare. Seguirono diversi incarichi che culminarono in un compito particolarmente prestigioso: una pala con il Martirio di Santo Stefano, destinata alla basilica di San Paolo fuori le Mura. L’opera non è giunta fino a noi perché distrutta da un incendio, ma stando al biografo e pittore Giovanni Baglione fu un clamoroso insuccesso. C’è da dire che Baglione nella sua ” Le vite de’ pittori” non lesinò critiche ai suoi colleghi, lanciando i suoi strali in particolare su artisti come Caravaggio. Questo incidente in ogni caso non fermò Lavinia Fontana, che proseguì con la sua vastissima produzione di ritratti. L’ultimo quadro, Minerva in atto di abbigliarsi, risale al 1613.

Nell’ultimo periodo della sua vita Lavinia Fontana decise di ritirarsi in un monastero assieme al marito e morì a Roma nell’agosto del 1614.

 

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Svetlana Savickaja e Kathryn Sullivan, le pioniere dello spazio

Svetlana Savickaja, russa, e Kathryn Sullivan, statunitense, sono state le prime due donne a camminare nello spazio aperto, a pochi mesi di distanza l’una dall’altra. Scopriamo insieme la loro storia.

Svetlana Savickaja, la regina russa dello spazio

Svetlana Savitskaya

Svetlana Savitskaya

Il 25 luglio 1984, Svetlana Savickaja (Mosca, 1948), passò alla storia come la prima donna a compiere una passeggiata nello spazio.

Figlia di un comandante dell’aviazione sovietica, Svetlana si dedicò dapprima al paracadutismo, poi, a 18 anni, entrò alla Moscow Aviation Institute per diventare pilota.
Negli anni Settanta si distinse nei campionati di acrobazie aeree, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Miss Sensation” per le sue straordinarie abilità.

Nel 1980 si arruolò come cosmonauta, diventando la seconda donna in assoluto a volare nello spazio, dopo lo storico volo di Valentina Vladimirovna Tereškova di quasi 19 anni prima.

Durante il suo secondo volo alla stazione spaziale Salyut 7, la Savitskaya passò oltre tre ore fuori l’abitacolo, impegnata in lavori di saldatura sullo scafo esterno. Tornata a terra avrebbe dovuto prendere parte a una missione tutta al femminile verso la stazione spaziale, ma questa venne cancellata.

Attualmente è membro della Duma di Stato, eletta nelle liste del Partito Comunista della Federazione Russa.

 

Kathryn Sullivan, la regina americana

Kathrine Sullivan

Kathrine Sullivan

la geologa Kathryn Sullivan è stata la prima donna americana a camminare nello spazio, l’11 ottobre 1984.

Nata il 3 ottobre 1951 in New Jersey, nel 1973 si è laureata in scienze della Terra all’Università della California e nel 1978 ha preso il dottorato in geologia alla Dalhousie University di Halifax in Nuova Scozia.

Nel 1988, Kathryn si è arruolata nella US Naval Reserve come ufficiale oceanografico, ritirandosi con il grado di capitano nel 2006. Ha inoltre lavorato come capo scienziato per la National Oceanic and Atmospheric Administration.

La Sullivan ha eseguito la prima “camminata nello spazio” da parte una donna americana durante la missione Space Shuttle Challenger STS-41-G l’11 ottobre 1984. La Sullivan e un suo collega sono rimasti fuori dalla navicella oltre 3 ore e hanno gestito un sistema progettato per dimostrare che un satellite potrebbe essere rifornito in orbita.

Nell’aprile del 1990, Sullivan ha prestato servizio nell’equipaggio di STS-31, che si è occupato di piazzare il Telescopio Hubble, e in seguito ha partecipato alla prima missione Spacelab della NASA denominata “Mission to Planet Earth”, che aveva lo scopo di conoscere meglio la terra e la sua risposta ai cambiamenti naturali e indotti dall’uomo.

Kathryn ha lasciato la NASA nel 1993 e da allora ha ricoperto diverse cariche accademiche e politiche ed è stata senatrice durante il governo Obama.

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Erzsébet Báthory

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Erzsébet Báthory, la contessa Dracula

Erzsébet Báthory

Erzsébet Báthory, soprannominata la Contessa Dracula o la Contessa Sanguinaria, è stata una delle più note e prolifiche donne serial killer.

Un’orrenda mattanza

Erzsébet Báthory

Erzsébet Báthory

Orrore. Un orrore indicibile fu quello che dovettero trovarsi davanti i soldati inviati a perquisire il castello di Csejthe. Pavimenti scivolosi per il sangue, pareti con ampi schizzi color cremisi, corpi accasciati. Alcune fanciulle, a malapena vive, erano state seviziate e mutilate, altre invece avevano già incontrato la morte. Al centro di tutto la contessa Erzsébet Báthory, sorpresa nell’atto di torturare fanciulle.

Nonostante la preoccupazione per la scomparsa di alcune ragazze di nobile di schiatta affidate alla cura della donna e nonostante le inquietanti voci sul suo conto nessuno avrebbe potuto immaginare cosa stesse accadendo davvero tra quelle spesse mura di pietra. Nemmeno  la chiesa cattolica e l’imperatore Mattia II, che avevano ordinato l’indagine.

I diari di Erzsébet Báthory, che molti ritengono apocrifi, ci narrano la morte di 650 giovinette. Gli storici hanno stimato un numero compreso tra le 100 e le 300 vittime, ma come si arrivò a queste atrocità?

Una terribile genìa

La famiglia di Erzsébet non era estranea ai disturbi mentali, soprattutto a causa dei ripetuti matrimoni tra consanguinei. Nata nel 1560 a Nyírbátor, nell’attuale Ungheria, la ragazza crebbe in Transilvania e fin dall’infanzia mostrò segni di squilibrio, passando subitaneamente dalla calma, alla cupezza all’ira più feroce. L’ambiente di estrema violenza in cui Erzsébet visse non poté che peggiorare la situazione. La tortura di una zingaro da parte dei soldati della sua famiglia e la mutilazione di 54 persone da parte del cugino, il principe di Transilvania, con ogni probabilità diedero il colpo di grazia al suo già precario equilibrio.

Ferenc Nádasdy I

Ferenc Nádasdy I

A 11 anni fu promessa in moglie al conte Ferenc Nádasdy, che sposò quattro anni più tardi. La tradizione racconta che il marito si rivelò un uomo brutale verso i suoi servi, che amava torturare nei modi più svariati. Si narra che uno dei suoi tormenti preferiti consistesse nel legare fanciulle presso le arnie di sue proprietà, dopo averle denudate e cosparse di miele.

Erzsébet non era da meno. Si racconta che una sera una domestica dodicenne riuscì a fuggire dal castello, ma venne presa poco dopo e condotta dalla contessa. La donna la costrinse ad entrare in una gabbia in cui non poteva stare né in piedi né seduta, che venne spinta contro dei paletti appuntiti. In un’altra occasione volle che delle fanciulle nude fossero condotte sotto la sua finestra, esposte al gelido rigore invernale. Non paga del freddo che le tormentava, fece versare loro addosso dell’acqua e le osservò morire assiderate. Un’altra volta, insieme marito, fece infilare tra le dita di una serva, che si era dichiarata malata, dei pezzi di carta impregnati d’olio ai quali fu poi dato fuoco.

 

Il mondo dell’occulto e gli omicidi

La contessa Erzsébet

La contessa Erzsébet

Ferenc Nádasdy, impegnato a combattere i Turchi, trascorreva poco tempo nel castello di Csejthe e Erzsébet presto cominciò a tradire il marito e a dedicarsi a quella che sarebbe diventata la sua grande passione: l’occultismo. Conosciuti Dorothea Szentes e Thorko, una sedicente esperta di magia nera e il suo servitore, la nobildonna cominciò ad essere ossessionata dalla stregoneria. C’era una cosa che le stava a cuore più di ogni altra e il suo pensiero la tormentava giorno e notte: stava invecchiando e alla sua bellezza non voleva assolutamente rinunciare.

Un giorno, dopo essersi sporcata le mani col sangue di una serva che aveva picchiato, Erzsébet Báthory si convinse che la sua pelle fosse ringiovanita. Assecondando questo delirio, si persuase di aver trovato la chiave dell’eterna giovinezza: il sangue di vergine, che la nobildonna avrebbe dovuto bere o utilizzare per bagnarsi.

Le prime a cadere sotto i colpi della contessa e dei suo complici furono le contadine del luogo. Ferenc con ogni probabilità sapeva, ma non fece nulla. Inoltre, nel 1604 morì.

Nessuno prestò davvero attenzione alla scomparsa delle ragazze e se qualcuno lo fece fu messo a tacere. Solo quando Erzsébet osò colpire le famiglia più agiate il castello di carte crollò.

castello di Csejthe

castello di Csejthe

La scoperta

Nel 1609 Erzsébet Báthory istituì un’accademia per l’educazione delle ragazze, allo scopo di attirare nel suo castello fanciulle provenienti da famiglie di maggior nobiltà. Era convinta che il sangue aristocratico fosse il più efficace. Le fanciulle che cadevano nella sua trappola erano appese a testa in giù sopra una vasca e sgozzate, oppure rinchiuse in minuscole gabbie con punte di ferro nelle quali finivano impalate.

Nel 1610, proprio durante uno dei suoi efferati rituali, fu sorpresa dagli emissari dall’imperatore. Arrestata, fu condannata ad essere murata viva, con una piccola feritoia come unico contatto col mondo. Morì 4 anni più tardi. I suoi complici furono puniti con la tortura e la morte.

 

 

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