Categoria: Novità

Insonnia – Recensione

Titolo: Insonnia

Autore: Andrea La Rovere

Casa Editrice: Tabula Fati

Anno: 2020

ISBN:978-88-7475-843-2

Prezzo (Euro): 12,00

N. Pagine: 160

Insonnia

Torno con le mie piccole recensioni per parlarvi di un libro che mi è particolarmente caro. Si intitola Insonnia ed è una raccolta di 18 racconti dello scrittore Andrea La Rovere.

Articolista per diverse testate come Onda Musicale, Auralcrave e Shockwave Magazine, Andrea La Rovere si occupa principalmente di musica e sport, con gustose incursioni in storie curiose e poco conosciute. Inoltre, si dedica della gestione del suo sito personale e di diversi profili social, tra cui la sua pagina Andrea La Rovere Works – per inciso la parola Works deriva dal fatto che oltre che come scrittore, La Rovere è attivo anche come artista figurativo.

Insonnia è una silloge di diciotto racconti – scritti in un arco di tempo molto ampio, come l’autore stesso dichiara – in cui si spazia tra atmosfere che strizzano l’occhio al classico racconto del terrore di Poe o Maupassant e brani di ispirazione carveriana, in un’alternanza di situazioni drammatiche e surreali in cui viene sempre fuori con prepotenza la meschinità dell’essere umano.

Molte sono storie di umane miserie, di scelte avventate, di arrogante indifferenza verso il prossimo, che finiscono per condurci ad una conclusione molto diversa da quello che ci saremmo aspettati. I finali – inaspettati, ma lucidi e realistici – sono infatti tra i maggiori punti di forza di questi racconti, insieme allo stile diretto, senza fronzoli, che permette di percepire visceralmente le emozioni e i pensieri dei vari personaggi.

Il titolo, Insonnia, deriva da quello di uno dei racconti e ci permette di addentrarci immediatamente nelle atmosfere notturne e a tratti claustrofobiche delle storie, che molto spesso prendono il via da qualche decisione scellerata presa col favore delle tenebre.

Insonnia è un libro che vi permetterà di affacciarvi sull’abisso, una finestra su una società molto spesso egoista e sciocca ma in cui non manca una sorta di giustizia spietata. Un testo intenso, coinvolgente e a tratti crudo, che non può certo lasciare indifferenti. L’opera nel 2020 è inoltre risultata vincitrice dell’VIII Premio dell’Editoria Abruzzese (Sez. Narrativa).

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Frida Kahlo, una vita nella burrasca

“Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più”. Sono le ultime parole scritte da Frida Kahlo sul suo diario, poco prima di spirare il 13 luglio 1954.

Frida Kahlo, 1932, in una delle foto scattate dal padre Guillermo Kahlo.

La figlia della rivoluzione

Frida Kahlo era nata a Coyoacán, Città del Messico, il 6 luglio 1907, ma a lei piaceva dire di essere nata nel 1910, non per un vezzo legato all’età, ma per il suo profondo legame con la rivoluzione messicana di quell’anno. La sua infanzia fu minata da problemi di salute: la famiglia era convinta che la figlia avesse contratto la poliomielite, ma in realtà la bambina era affetta da spina bifida, una malformazione a carico del midollo spinale. Nel 1922, decisa a diventare medico, si iscrisse alla Escuela Nacional preparatoria. In quella scuola cominciò a fare dei ritratti ai compagni e si legò ad un gruppo studentesco di sostenitori del socialismo nazionale chiamato i Cachuchas.

Un brusco cambiamento

Io e i miei pappagalli (1941)

La sua vita cambiò bruscamente il 17 settembre 1925, quando il pullman su cui viaggiava ebbe un tremendo incidente. Vittima di numerosissime e gravi fratture, Frida subì trentadue operazioni chirurgiche e fu costretta ad una lunga degenza a letto.

Durante la convalescenza cominciò a dipingere i suoi famosi autoritratti e quando si fu sufficientemente ristabilita decise di mostrare le sue opere al famoso pittore Diego Rivera, anche nell’ottica di aiutare economicamente la famiglia. L’artista rimase colpitissimo dalla tele di Frida e decise di inserirla nel mondo artistico e culturale messicano. Nel 1929 i due si sposarono, ma il matrimonio fu sempre burrascoso. Diego era costantemente infedele e in seguito anche la Kahlo ebbe diverse relazioni. Il matrimonio finì dieci anni dopo, quando Diego ebbe un affaire con la cognata, Cristina Kahlo. L’anno successivo, comunque, i due si sposarono nuovamente.

rida Kahlo con il marito Diego Rivera nel 1932

Orgoglio messicano

Nel frattempo lo stile pittorico di Frida si era sempre più evoluto e aveva tratto ispirazione da quello naïf di Diego e dall’arte precolombiana. L’identità messicana fu sempre una tema importantissimo per la Kahlo, non solo nei suoi quadri, ma anche nel suo modo di vestire, che si ispirava  al costume delle donne di Tehuantepec, una sorta di “società matriarcale”. Frida fu inoltre entusiasta sostenitrice del Partito Comunista, in cui militavano diverse donne propugnatrici dell’emancipazione femminile. Nel 1953 la pittrice fu tra i firmatari – insieme a personaggi come Sartre, Brecht e Picasso- della richiesta di grazia per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte per presunto spionaggio. Grazia che non arriverà mai. Nello stesso anno, Frida perse la gamba destra a causa di un’infezione. Nel 1954 fu portata via da un’embolia polmonare e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo.

 

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Io sono l’abisso – Recensione

Titolo: Io sono l’abisso

Autore: Donato Carrisi

Casa Editrice: Longanesi

ISBN: 9788830453500

Anno: 2020

Prezzo (€): 22

N° di pagine: 384

Io sono l’abisso

Oggi, per la mia rubrica di piccole recensioni, voglio parlarvi di un apprezzatissimo omaggio trovato sotto l’albero di Natale: Io sono l’abisso di Donato Carrisi. Sono sempre stata una grande appassionata di Thriller – amore nato ai tempi de Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris e di Postmortem di Patricia Cornwell – ma ho cominciato a leggere Carrisi con colpevole ritardo. Quest’anno però, dopo aver letto Il suggeritore, ho colmato la lacuna e mi sono appassionata moltissimo.
Carrisi, tra le altre cose, è un criminologo, dunque delle deviazioni della psiche umana ne sa parecchio, inoltre è evidente un grande studio su casi veramente accaduti. Anche il libro di cui vi voglio parlare è ispirato a eventi reali, a testimonianza del fatto che gli orrori di cui sono capaci gli esseri umani nel mondo tangibile superano di gran lunga la più estrema fantasia.
Io sono l’abisso ha come teatro il lago di Como, che ci appare nella sua decadente veste invernale, assai lontana dalle immagini da rotocalco delle ville dei vip. L’unica presenza umana costante di questo scenario fuori stagione è lui, l’uomo che puliva, protagonista senza nome a caccia di segreti nascosti tra la spazzatura. L‘uomo che puliva lo sa, ciò che buttiamo via dice di noi più di quanto vorremo ed è fondamentale per un cacciatore come lui. Ogni mattina il netturbino compie il proprio giro, seguendo una rigida routine che gli permette di affinare il suo naturale dono di passare inosservato, senza il quale il suo enorme, oscuro segreto rischierebbe di essere rivelato.
Tutti i calcoli e le pianificazioni del mondo però, vengono spazzati via dall’incontro con la ragazza col ciuffo viola, che lui salva dall’annegamento rispondendo ad un impulso insopprimibile che va contro ogni sua solita, fredda scelta razionale. L’uomo che puliva non sa che mentre cerca di mediare tra l’istinto di proteggere la ragazza e il terrore che prova per Micky – l’anima nera che si nasconde dietro la porta verde e che gode nell’uccidere – qualcuno ha già cominciato a indagare su di lui per stanarlo. La chiamano la cacciatrice di mosche e sa bene quanto dolore possa infliggere un essere umano per il suo solo diletto.
Io sono l’abisso è un romanzo molto meno labirintico dei precedenti che lo letto, ma la trama più lineare non sminuisce minimamente la sensazione di ansia e suspense, che invece sono molto ben presenti. In più di un passaggio ci si sente come spettatori davanti ad un evento terribile – di cui immaginiamo in parte l’esito drammatico – che rimangono paralizzati senza riuscire a intervenire. Credo che il climax di tensione che riesce a instaurare sia davvero uno dei pregi principali dei romanzi di Carrisi, insieme a quell’atmosfera claustrofobica in cui sembra che il tempo smetta di scorrere, per poi accelerare all’improvviso.
 Io sono l’abisso è un thriller psicologico con tutti i crismi, che ci permette inoltre di avvicinarci ai protagonisti e di empatizzare con loro e di sporgerci pericolosamente per osservare dove certi abissi hanno origine. Consigliato.

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Jack Lo Squartatore: chi erano le sue vittime?

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Jack Lo Squartatore è riuscito come pochi altri a catturare l’interesse e l’immaginario del pubblico, in virtù non solo dell’efferatezza dei suoi crimini, ma anche del fatto che non fu mai catturato. Sulla sua identità sono state fatte numerose ipotesi e gli sono stati dedicati tantissimi libri, film e videogiochi. Ma chi erano invece le cinque donne cadute sotto i suoi colpi? 

31 agosto 1888:  Mary Ann Nichols, detta Polly

Whitechapel, ore 3:45. Charles Cross e Robert Paul scoprono il cadavere di un donna e corrono a chiamare un agente, che a sua volta convoca un medico, il dottor Llewellyn. Questi dichiara che la morte è avvenuta da pochissimo e che il delitto è certamente avvenuto sul posto. Saranno prima una collega e poi il marito a riconoscere Mary Ann Nichols in quel corpo con la gola tagliata e il ventre mutilato.

Mary Ann nacque il 26 agosto del 1845 e si sposò a 19 anni con William Nichols, da cui ebbe cinque figli. La vita matrimoniale della coppia non fu affatto felice, i rapporti tra i due coniugi erano difficili, tanto che si separarono diverse volte e che il figlio maggiore decise di andare a vivere dai nonni.

La rottura definitiva avvenne nel 1981, quando Mary Ann lasciò il marito e i figli e cominciò a girare tra diverse case di lavoro, edifici destinati ai poveri allo scopo teorico di trovare loro un lavoro onesto, ma che all’atto pratico erano ricettacoli di sfruttamento, soprattutto infantile.

Sempre più povera e alcolizzata, Polly – come si faceva chiamare Mary Anne – cominciò a prostituirsi. Un’occasione di cambiamento le venne offerta dalla sorte nel 1888, quando Samuel e Sarah Cowdry la assunsero come cameriera, ma la donna finì col rubare degli abiti e dovette fuggire.

Mary Anne trovo quindi alloggio in varie locande, ma la notte tra il 30 e il 31 agosto, verso l’1, venne cacciata da una pensione perché non aveva denaro per pagare. La Nichols chiese che le fosse tenuto da parte un letto, in quanto si sarebbe presto procurata i soldi necessari. Un’ora dopo incontrò una sua amica, Emily Holland, a cui confessò di essere stata pagata da tre clienti ma di aver speso tutto in alcol. Mary Ann dichiarò infine che avrebbe fatto un altro tentativo e salutò Emily. Per sempre.

Polly fu seppellita il 6 settembre 1888 nel City of London Cemetery and Crematorium. Erano presenti suo padre, suo marito e il figlio maggiore, riuniti davanti alla sua tomba, ma completamente distaccati tra loro.

8 settembre 1888: Annie Chapman

Quella notte, come Polly Nichols  anche Annie era in cerca di clienti per potersi pagare un riparo per la notte. Sola, malata di tubercolosi e alcolizzata, cercava di mantenersi con dei lavoretti all’uncinetto e vendendo fiori, ma era spesso costretta a prostituirsi.

La sua discesa agli inferi era iniziata anni prima, quando ancora era una tranquilla donna sposata madre di due figlie. Nel 1880, con la nascita di un terzo bimbo affetto da gravi disabilità, i rapporti tra i coniugi cominciarono a deteriorarsi sempre più e non ressero al colpo di una terribile tragedia: Emily, la loro primogenita morì di meningite. Sia Annie che il marito cominciarono a bere sempre più e infine si separarono nel 1884. Sembrerebbe che al tempo il figlio più piccolo fosse in un istituto e che l’altra figlia, Annie Georgina, si fosse unita ad un gruppo di circensi.

Inizialmente la Chapman visse con un sussidio del marito e sappiamo che nel 1886 andò a vivere con un fabbricante di setacci. Quando in seguito questi la lasciò – forse in virtù del fatto che la donna non riceveva più denaro, essendo morto l’ex coniuge – ad Annie non rimase che la strada. La strada sui cui avrebbe trovato la morte.

Quando alle 5:50 trovarono il suo corpo, Annie aveva la gola recisa a tal punto da essere stata quasi decapitata e il suo ventre era terribilmente mutilato, molto più di quello della vittima che l’aveva preceduta. Ai suoi piedi furono rinvenute delle monete e una lettera insanguinata.

Poco più un là giaceva un grembiule di cuoio, a causa di cui fu accusato del delitto John Pizer, un artigiano ebreo che lavorava il cuoio e che venne scagionato quando si scoprì che il grembiule era stato semplicemente steso ad asciugare da uno degli inquilini delle case circostanti. A testimonianza della tipica irrazionalità di cui è capace la mente umana aggiungo che il povero Pizer fu trattenuto ulteriormente in cella per proteggerlo dalla folla che voleva linciarlo, anche dopo aver saputo della sua totale innocenza.

Il 25 settembre la Central News Agency di Londra ricevette la famosissima “Lettera al direttore” firmata da Jack Lo Squartatore, di cui sopra è riportato un estratto.

Annie Chapman venne seppellita venerdì 14 settembre 1888, con una cerimonia strettamente privata. Oggi la sua tomba, che non esiste più, è ricordata una targa.

 30 settembre 1888: Elizabeth Stride e Catherine Eddowes

Whitechapel, ore 1:00. Louis Diemschutz entra con il suo carro in un cortile, ma improvvisamente il suo cavallo scarta di lato per evitare un ostacolo. Quando Louis scende a controllare e fa luce con un fiammifero vede il cadavere di Elizabeth Stride, dalla cui gola cola ancora del sangue. L’ultimo ad aver visto – forse – la donna viva la ricorda mentre era con uomo a cui diceva “No. Non stasera”.

Elizabeth Stride, nata Gustafsdotter, venne alla luce il 27 novembre 1843 in un villaggio vicino Goteborg. Nel febbraio 1866 si trasferì a Londra, dove sposò John Thomas Stride, un falegname di 22 anni più vecchio di lei con cui cominciò a gestire una caffetteria a Poplar, a est di Londra. Il legame della coppia cominciò a deteriorarsi nel 1874 e la situazione fu aggravata dalle difficoltà finanziarie che li portarono a vendere la caffetteria.

I due si lasciarono e riunirono più volte, ma il matrimonio naufragò solo alla fine del 1881. Tre anni dopo John Thomas Stride morì. Poco dopo Elizabeth iniziò una relazione con Michael Kidney, un lavoratore portuale dal carattere violento a cui fu legata a fasi alterne fino alla sua morte. Dalla fine del matrimonio Elisabeth si mantenne con piccoli lavori di cucito e prostituendosi, ma poco prima del suo omicidio aveva cominciato anche a fare lavori di pulizia.

La notte del 30 settembre era andata incontro al suo destino con gli abiti “più rispettabili” che aveva. Elizabeth Stride fu l’unica vittima non mutilata, molto probabilmente perché Jack fu interrotto. Questo lo portò a cercare un’altra donna per soddisfare la sua bramosia di sangue.

Whitechapel, ore 1:45. Edward Watkins arriva a Mitre Square e trova i resti di Catherine Eddowes, del cui corpo è stato fatto scempio. Il viso è sfigurato e diversi organi sono stati asportati e lasciati vicino al cadavere. Altri sono invece stati portati via dall’assassino.

Catherine Eddowes nacque a Wolverhampton il 14 aprile 1842. Rimasta orfana nel 1857 si ritrovò a vivere in una workhouse e in seguito peregrinò per l’Inghilterra cambiando diversi lavori. Mentre risiedeva a Birmingham sposò l’ex soldato Thomas Conway con cui si trasferì poi a Londra. Qui Catherine cominciò a bere e infine abbandonò il marito e i tre figli avuti da lui.

Da allora la donna cominciò a mantenersi con lavori occasionali e a prostituirsi. Nel frattempo aveva iniziato una nuova relazione con un uomo di nome John Kelly. Fu proprio a lui che nel pomeriggio del 29 settembre 1888 Catherine disse che sarebbe andata a chiedere del denaro a sua figlia, sposata con un produttore di armi. Quella sera stessa però la donna fu trovata mentre vagava ubriaca in Aldgate High Street e fu presa in custodia dalla polizia. Fu rilasciata all’una del mattino del 30 settembre. Quarantacinque minuti dopo era morta.

9 novembre 1888: Mary Jane Kelly

Ore 10.45. Thomas Bowyer bussò ripetutamente alla porta di Mary Jane Kelly. Era stato mandato a riscuotere la pigione da John McCarthy, l’affittacamere, ma non ottenne risposta. Notò una finestra col vetro rotto, che era andato in frantumi durante un litigio tra Mary Jane e il suo convivente, e decise di usarla per entrare. Dentro trovò il puro orrore.
La donna giaceva sul letto, con la gola tagliata e il volto completamente sfigurato. L’intero corpo era mutilato in maniera indescrivibile e gli organi erano sparsi per la stanza o appoggiati sul comodino. Il cuore, rimosso con perizia, era sparito. Thomas Bowyer si trovava davanti la quinta e ultima vittima di Jack Lo Squartatore. La vittima su cui l’assassino si era più accanito.
Mary Jane, detta Ginger per i suoi capelli biondo-ramati, era nata a Limerick, in Irlanda, nel 1863. Dopo la morte del marito visse prima a Cardiff e poi a Londa e per sopravvivere cominciò a prostituirsi. Conosciamo molto poco riguardo alla sua vita, quello che sappiamo è che nel 1887 la donna aveva iniziato una relazione con Joseph Barnett, con cui viveva fino ad una settimana prima della morte.
I primi ad accorrere sul luogo del delitto furono il sergente Edward Badham e l’ispettore Walter Beck. Dei vicini dichiararono alla polizia di aver udito dei rumori e qualcuno che gridava all’assassinio – non erano intervenuti perché nel loro quartiere era tutt’altro che inusuale – intorno alle 4 del mattino, portando a ipotizzare che fosse quella l’ora delitto.
Inizialmente due testimoni dichiarano di aver visto Mary Kelly durante la mattina del 9 novembre, ma le loro dichiarazioni furono presto accantonate perché le loro descrizioni non coincidevano con l’aspetto della donna.
Il 19 novembre 1888, Mary Jane Kelly venne sepolta nel St Patrick’s Roman Catholic Cemetery, in località Leytonstone, Londra.
Dopo il suo omicidio, Jack Lo Squartatore sarebbe svanito nel nulla, misteriosamente come era apparso.

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Omicidio al civico 7 – Recensione

Titolo: Omicidio al civico 7

Autore: Angelo Marenzana

Casa Editrice: Fanucci editore

ISBN: 9788866883845

Anno: 2020

Prezzo (€): 14.00

Omicidio al civico 7

Torna la rubrica delle mie piccole recensioni con “Omicidio al civico 7” di Angelo Marenzana, pubblicato per la collana Nero Italiano di Fanucci Editore.

Questa volta ho scelto uno dei miei generi preferiti in assoluto, il giallo, tanto più che  l’opera di Marenzana può pienamente ascriversi nel mio adorato sottogenere del giallo storico – pur se la vicenda è calata nella storia contemporanea, gli ultimi anni del fascismo, per essere precisi.

Marenzana è un autore alessandrino, attivo fin dagli ultimi anni Novanta nella narrativa e che ha scelto l’Abruzzo come suo buen retiro. Pur essendosi cimentato con buon successo in vari generi e periodi storici, la sua vera passione è raccontare l’Alessandria degli anni del fascismo, con un occhio lucido e realistico, sottilmente critico verso la sciagurata dittatura del Ventennio.

Il protagonista di “Omicidio al civico 7” è il commissario Augusto Maria Bendicò, già al centro de “L’uomo dei temporali” e l’anno scelto è il 1936, proprio nei giorni della proclamazione dell’Impero. Bendicò è un personaggio molto particolare, debitore in parte alla scuola gialla francese, in particolare a quella del maestro Simenon, a cui anche lo stile di Marenzana pare fare riferimento, pur con caratteristiche molto personali.

La vicenda scaturisce dal ritrovamento della bellissima Eleonora Picchio, giovane promessa canora della città. L’intreccio è quello classico del giallo, con la trama che si dipana agli occhi acuti di Bendicò e a quelli del lettore, man mano che si va avanti, passo per passo.

Il commissario, rimasto tragicamente vedovo da poco tempo, pare quasi sfruttare l’occasione dell’indagine per una sorta di rinascita personale, che lo porterà a una salutare trasformazione anche nell’approccio al grave lutto che lo ha colpito.

Va detto che, pur essendo la trama un meccanismo perfettamente congegnato, il giallo è anche un mezzo che Marenzana usa per parlare d’altro, di quello che gli sta a cuore.
Del protagonista, e della sua vicenda umana, innanzitutto; ma anche di un periodo storico così tragico e della vita quotidiana che la cittadinanza conduceva, oltre che della sua città, quell’Alessandria suggestiva e nebbiosa da cui affiorano una malinconia e un fascino perfettamente reso tra le pagine del libro.

“Omicidio al civico 7” è consigliato dunque sia agli amanti del giallo classico, che vi troveranno tutti gli elementi a loro cari, ma anche agli appassionati di storia, che potranno ricostruire la vita di provincia in un periodo oscuro della nostra nazione, che ancora oggi ne segna le vicende politiche e sociali.

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Vincenzo Peruggia, l’uomo che rubò la Gioconda

La Gioconda è probabilmente il quadro più famoso e fotografato del mondo. Una diceria molto diffusa è che essa sia stata trafugata da Napoleone durante le campagne d’Italia, ciò non risponde al vero, ma questa chiacchiera è probabilmente alla base di uno dei più incredibili furti della storia. Il ladro si chiamava Vincenzo Peruggia.

Vincenzo Peruggia

Foto segnaletica di Vincenzo Peruggia

L’autore del celebre furto, Vincenzo Peruggia, era uno degli operai che lavorava al museo e era nato a Dumenza (VA) l’8 ottobre 1881.
Era il 21 agosto 1911 e per il Louvre era il giorno di chiusura settimanale. Verso le sette del mattino, Peruggia entrò nel museo attraverso la porta usata dagli operai e si diresse al Salon Carré. Staccò il quadro e mentre fuggiva si liberò di cornice e vetro. Infine avvolse il quadro nella giacca, uscì dal museo e andò a prendere l’autobus.
Avendo sbagliato direzione, scese e si fece riportare a casa da una vettura. Nascosto il quadro, tornò al lavoro, giustificando il ritardo coi postumi di un’ubriacatura. Inizialmente Perruggia, temendo l’umidità del suo alloggio, affidò il quadro ad un compatriota. Dopo aver realizzato una cassa in legno nella quale custodirlo, lo riprese e lo tenne con sé.

Sospettati d’élite

Monna Lisa

Il furto fu scoperto il giorno dopo, i visitatori furono perquisiti e il personale interrogato. Durante le lunghe indagini che seguirono furono addirittura arrestati due giovani che avrebbero in seguito fatto la storia: Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso.
Peruggia venne interrogato e la sua stanza perquisita, ma la Gioconda, nascosta in un apposito spazio ricavato sotto il tavolo, non fu trovata.
Due anni dopo il collezionista d’arte fiorentino Alfredo Geri ricevette una lettera in cui gli si proponeva l’acquisto della Gioconda, a patto che essa rimanesse in Italia. Geri fissò un incontro e prese in custodia il capolavoro per esaminarlo. Vincenzo Peruggia fu arrestato il giorno successivo dai carabinieri.

Com’è finita la Gioconda al Louvre?

Vincenzo Peruggia dichiarò che il suo movente era il patriottismo: aveva letto su un opuscolo che vari quadri esposti al Louvre era stati rubati da Napoleone e voleva riportarne uno in patria. La sua scelta iniziale era ricaduta sulla Bella Giardiniera di Raffaello – comprata in realtà da re Francesco I nel 1500 – ma le dimensioni gli avevano fatto cambiare idea: la Gioconda era molto più maneggevole.

La Bella Giardiniera

Quello che Peruggia ignorava, era che in realtà la Monna Lisa era stata portata in Francia da Leonardo stesso, nel 1516. Da Vinci era stato invitato a corte proprio da re Francesco I, che era un grande cultore delle arti e che lo aveva alloggiato nel meraviglioso castello di Amboise. Il dipinto fu quindi acquistato dal sovrano, non è chiaro se da Leonardo stesso o dai suoi eredi. Anni dopo Luigi XIV lo fece portare a a Versailles, ma in seguitò alla rivoluzione il quadro tornò al palazzo del Louvre. L’unico vero legame con Napoleone, è che Bonaparte tenne per un periodo la Gioconda appesa nella sua stanza da letto.

Il processo

Il processo si svolse il 4 e 5 giugno 1914 presso il tribunale di Firenze. A causa del sostegno del popolo italiano e dell’invocazione dell’infermità mentale, l’uomo ottenne una condanna mite: un anno e quindici giorni di prigione, che furono in seguito ulteriormente ridotti.
La Monna Lisa tornò in Francia, accolta in pompa magna dalle autorità.

Castello di Amboise

Una volta scarcerato, Peruggia partecipò alla prima guerra mondiale e in seguito tornò a vivere in Francia. Morì l’8 ottobre 1925 a Saint-Maur-des-Fossés per un infarto.

Il cantautore abruzzese Ivan Graziani ha dedicato la canzone “Monna Lisa” a questa vicenda.

 

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Grazia Deledda, la prima italiana a ricevere il Nobel per la letteratura

Grazia Deledda, straordinaria scrittrice sarda, è stata la prima italiana e la seconda donna a vincere il premio Nobel per la letteratura.

La giovinezza

Grazia Deledda

Grazia Deledda nacque a Nuoro il 28 settembre 1871 in una famiglia benestante ma severa. Inizialmente frequentò la scuola locale, ma dopo la quarta elementare proseguì la sua istruzione in casa, prima con un precettore, poi da autodidatta.

La sua passione per la letteratura, dimostrata sin da giovanissima, le fece comprendere che desiderava qualcosa di diverso dall’essere ingabbiata dai soli ruoli di moglie e madre, quello che davvero voleva era scrivere. La famiglia, com’è facilmente deducibile, non la prese per niente bene: quello di Grazia era un vero e proprio tradimento. Molto presto, tuttavia, i Deledda dovettero preoccuparsi di problemi ben più gravi di quella figlia ribelle: uno dei suoi fratelli divenne alcolista, l’altro fu arrestato per dei furti. Nel giro di pochi anni morirono il padre e la sorella di Grazia, tutti eventi che hanno certamente influenzato la sua produzione letteraria.

Sangue Sardo

Canne al vento

La carriera artistica della Deledda iniziò nel 1888, con la pubblicazione dei racconti Sangue Sardo – la realtà della sua isola sarà sempre uno dei temi centrali di Grazia – e Remigia Helder. Seguirono poi dei romanzi pubblicati a puntate su riviste e quotidiani. La sua carriera continuò con un libro di novelle per ragazzi, la collaborazione a diverse riviste e con la pubblicazione del saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna. Nel 1896 uscì La via del male, che ebbe il plauso di Luigi Capuana e l’anno successivo vide la luce la raccolta di poesie Paesaggi sardi. Trasferitasi a Cagliari, nel 1900 sposò Palmiro Madesani, funzionario statale che abbandonò il proprio lavoro per divenire agente letterario della talentuosa moglie. I due, successivamente, si spostarono a Roma.

Il Nobel

Nuoro, casa di Grazia Deledda
Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=96255428

Nel 1903 Grazia pubblicò Elias Portolu, che la consacrò definitivamente e a cui seguirono diversi romanzi e opere teatrali. Del 1913 è Canne al vento, considerato il suo capolavoro e il manifesto del verismo sardo.

Il 10 dicembre 1927 Grazia Deledda divenne la seconda donna (dopo la svedese Selma Lagerlöf) e la prima italiana a vincere il Nobel per la Letteratura. Una piccola curiosità: le fu dato il premio Nobel del 1926, che non era stato assegnato a nessuno, quello del 1927 fu invece conferito al francese Henri Bergson.

Nel 1936 un tumore al seno la portò via e venne sepolta nel cimitero del Verano a Roma. Nel 1959 le sue spoglie furono traslate nella chiesetta della Madonna della Solitudine di Nuoro.

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Artemisia Gentileschi, quando l’arte riscatta la sofferenza

Artemisia Gentileschi è stata una talentuosa pittrice di scuola caravaggesca, passata alla storia non solo per la sua straordinaria arte, ma anche per il coraggio e la dignità con cui affrontò il processo contro il suo stupratore.

Il supplizio della sibilla

Autoritratto come allegoria della Pittura (1638-1639) Royal Collection, Windsor

Roma, 1612. Artemisia osservò le cordicelle avvolte intorno alle sue dita e l’assicella di legno che le avrebbe strette attorno alle sua falangi fin quasi a stritolarle, ma decise di non arrendersi. Quel che aveva sostenuto era la verità e nessuna tortura, nemmeno il supplizio della sibilla che avrebbe potuto portarle via per sempre la capacità di dipingere, l’avrebbe fermata. Aveva sopportato stoicamente ogni umiliazione – le accuse di essere “di dubbia moralità”, le lunghe e numerose visite ginecologiche che avevano confermato che lei non era più illibata, l’arroganza e la mendacità del suo assalitore, le false testimonianze – e non si sarebbe arresa nemmeno di fronte alla tortura. Prima che il tormento iniziasse, le sue parole furono per il suo stupratore: «Questo è l’anello che mi dai, e queste sono le promesse!»

La figlia di Orazio Gentileschi

Artemisia nacque l’8 luglio 1593, in una Roma in cui si mescolavano fervore culturale e problemi sociali. Suo padre, Orazio, era un pittore di origine pisana, che proprio nell’Urbe aveva raggiunto l’apice della sua espressività. Primogenita di sei figli, alla morte della madre nel 1605 le subentrò in tutte le incombenze domestiche e contemporaneamente cominciò ad interessarsi alla pittura.

Orazio decise di stimolare e coltivare il talento della figlia, innanzitutto insegnandole come preparare i materiali necessari. Artemisia iniziò ad approcciarsi alla pittura vera e propria realizzando delle copie dei dipinti che il padre aveva a disposizione. Questo sempre tra le mura domestiche, come imponeva il severo genitore. Nonostante le restrizioni, tuttavia, Artemisia conobbe indirettamente le opere di Caravaggio e di Carracci, venendone enormemente influenzata.

Susanna e i vecchioni (1610 circa) castello di Weißenstein

Col tempo quella tra Artemisia e Orazio divenne una vera e propria collaborazione artistica, tanto che la fanciulla operò qualche piccolo intervento sulle tele paterne. Nel 1610 la pittrice dipinse – forse con qualche aiuto paterno – quella che è considerata la sua opera di esordio nel mondo dell’arte, Susanna e i vecchioni, in cui viene rappresentato l’omonimo episodio biblico in cui l’innocente Susanna viene denunciata come adultera per non aver sottostato al ricatto di due anziani che volevano giacere con lei.

Agostino Tassi

Nel 1661 Artemisia Gentileschi incontrò l’uomo che le avrebbe sconvolto la vita: Agostino Tassi, virtuoso della prospettiva con cui Orazio collaborava per un lavoro a palazzo Rospigliosi. Tassi era sì pittore di talento, ma era anche noto per il suo carattere iroso e per essere coinvolto in diversi crimini. Nonostante questo, forse accecato dalla sua bravura e certamente riponendo in lui la massima fiducia, Gentileschi gli chiese di dare lezioni alla figlia. Agostino non si smentì e cominciò a corteggiare Artemisia in maniera insistente e aggressiva. Infine, con la complicità di un amico,  Cosimo Quorli, e della vicina di casa della ragazza – che l’aveva cresciuta – riuscì a sorprenderla da sola in casa, la immobilizzò e la violentò. Poi, per evitare conseguenze, le promise di sposarla.

Per capire meglio la situazione è d’obbligo sottolineare che lo stupro allora non era considerato un reato contro la persona (non lo sarebbe stato per ancora molto tempo), ma un atto contro la morale e contro l’onore di una famiglia. In soldoni, ai tempi il vero danneggiato veniva considerato il padre di Artemisia, che si ritrovava con una figlia deflorata e compromessa. L’unico modo di riparare era, appunto, il matrimonio.

Giaele e Sisara, Museum of Fine Arts, Budapest

Artemisia riferì l’accaduto al padre, come pure la  promessa di Agostino. Per  i mesi successivi la fanciulla continuò a comportarsi con Agostino come se fossero sposati, d’altronde non c’era altra soluzione, mentre Agostino seguitava a rimandare le nozze, adducendo come scusa la sua indignazione per il fatto che la pittrice era oggetto delle attenzioni sgradite di Quorli. La verità venne a galla nel marzo del 1612: Tassi era già sposato. Orazio a quel punto lo denunciò. Emblematico è il fatto che nella lettera di denuncia il pittore ponga se stesso come colui che ha subito “lesione et danno”.

Il processo

Il procedimento durò circa sette mesi e, nonostante l’accusato fosse Tassi, come troppo spesso accade ancora oggi quella che fu principalmente processata – dalla Corte e dall’opinione pubblica – fu Artemisia Gentileschi. La ragazza venne dipinta come svergognata e promiscua da testimoni corrotti, ma alla fine i giudici riconobbero Agostino colpevole e lo condannarono a scegliere tra cinque anni di reclusione o l’esilio perpetuo da Roma. Quella della pittrice, però, fu una vittoria di Pirro: il suo aggressore scelse l’esilio, ma non lo scontò mai, i suoi ricchi committenti riuscirono a farlo rimanere nell’Urbe. Artemisia, ritenuta una meretrice dai suoi concittadini, fu vittima di quella che ora chiameremmo una campagna d’odio e decise di lasciare la città. Sposatasi con il pittore Pierantonio Stiattesi, lasciò Roma alla volta di Firenze.

A Firenze

Giuditta che decapita Oloferne, Galleria degli Uffizi, Firenze, circa 1620;

Introdotta dalla zio Aurelio Lomi alla corte di Cosimo II, Artemisia Gentileschi ebbe molto presto un grande successo e intrecciò amicizie con personaggi come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il giovane. La pittrice raggiunse il culmine del successo quando, prima donna nella storia, fu ammessa alla prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze. Particolare degno di menzione è che nella sua prolifica e trionfale produzione pittorica fiorentina, Artemisia firmò le sue opere con il cognome Lomi.

Purtroppo la vita privata non fu altrettanto ricca di soddisfazioni. Artemisia e Pierantonio ebbero quattro figli, ma il loro fu sempre un matrimonio di facciata, per di più l’uomo non faceva altro che accumulare debiti, che poi la moglie doveva riappianare. Nel 1620 la coppia tornò a Roma, sia per problemi  economici, sia per il raffreddamento dei rapporti con Cosimo II, sia per lo scandalo destato da una relazione extraconiugale della Gentileschi.

Adorazione dei Magi, Cattedrale di Pozzuoli, 1636-1637

Da Roma a Napoli

A Roma, Artemisia Gentileschi ricevette il plauso e la protezione di artisti e committenti. Libera dal controllo del padre e dalle dicerie diffusesi dopo il processo, la pittrice poté finalmente frequentare i colleghi romani e scoprire le bellezze della Roma antica, migliorando ulteriormente così le sue capacità artistiche. Tuttavia, frustrata dal fatto di non ricevere le stesse commesse dei suoi colleghi maschi, a cui erano affidati affreschi e pale d’altare, decise di lasciare nuovamente la città. Dopo una serie di spostamenti che è difficile ricostruire, si stabilì a Napoli, che diverrà la sua seconda patria e dove, per la prima volta,  si troverà a dipingere tre tele per una chiesa, la cattedrale di Pozzuoli al Rione Terra. Nel 1638 Artemisia Gentileschi si trasferì in Inghilterra, invitata da Re Carlo I, per cui Orazio lavorava come pittore di corte. Sicuramente lasciò Londra prima dello scoppio della guerra civile (1642), ma si sa poco dei suoi spostamenti successivi. Nel 1649, comunque, era certamente tornata a Napoli, dove morì all’incirca nel 1665.

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La figlia del tempo – Recensione

Titolo: La figlia del tempo

Autore: Josephine Tey

Casa Editrice: Mondadori (versione italiana)

Anno: 1951 (ed. italiana 1976)

La figlia del tempo

Oggi, per la mia rubrica di piccole recensioni, vi voglio parlare di un classico del giallo che ho appena letto e che mi ha colpito moltissimo: La figlia del tempo di Josephine Tey. Mi sono imbattuta in questo libro per puro caso, saltellando qua è là tra le pagine di Wikipedia e venendo attratta dal link alla pagina dei Cento migliori romanzo gialli di tutti tempi. Io, lettrice di gialli da ben tre generazioni e fiera proprietaria di alcune librerie così abbaglianti da dover essere guardate con gli occhiali da sole, potevo mai non seguirlo? Ovviamente no.

Ho scoperto così che nel 1990 la Mistery Writers of America, un’organizzazione statunitense di scrittori di giallo, horror e thriller, ha stilato una classifica dei cento migliori libri crime della storia, inserendo al primo posto – sopra ad opere come “Il mastino dei Baskerville”, “Il nome della rosa” e “Dieci piccoli indiani” – proprio il romanzo di cui vi sto per parlare.

La mia curiosità è ulteriormente aumentata quando ho scoperto che anche la Crime Writers Association, omologo britannico della MWA, era dello stesso identico avviso, quindi mi sono procurata La figlia del tempo.

Ritratto di Riccardo III (Anonimo)

Il protagonista del romanzo è Alan Grant, ispettore di Scotland Yard costretto temporaneamente in un letto d’ospedale a causa di una brutta caduta. Per aiutarlo a passare il tempo, la sua amica Marta Hallard gli porta una serie di ritratti di personaggi storici legati a qualche mistero irrisolto e lo invita a sceglierne uno per cimentarsi in una sorta di indagine accademica. Alan, che si è sempre dimostrato molto abile nello studiare i volti e le espressioni, viene colpito da un viso in particolare, mesto e pensoso. Il viso, secondo l’opinione sua e della caposala, di una persona che ha patito dolori indicibili.

Quando lui – da sempre convinto di poter distinguere con uno sguardo “un giudice da un imputato”  scopre l’identità dell’uomo del dipinto il suo stupore non potrebbe essere più grande: quell’espressione di calma sofferenza appartiene infatti a re Riccardo III, passato alla storia come il più spietato assassino d’Inghilterra. Secondo la tradizione Riccardo si è macchiato di crudeltà e tirannia e, soprattutto, non ha esitato a far uccidere i nipotini, i celebri principi nella torre, pur di salire al trono.

Un piccolo cenno storico. Siamo allo scontro finale delle Guerra delle due Rose e nella battaglia di Bosworth (1485) Riccardo III viene sconfitto da Enrico Tudor, che diventa re al suo posto. Da quel momento su lui si abbatte una vera e propria damnatio. Ma era davvero lo spietato e folle tiranno di cui ci narrano Shakespeare e Tommaso Moro, che erano al servizio dei Tudor? Ed era davvero lui quello che aveva più da guadagnare dalla sparizione dei due piccoli principi?

Con l’aiuto del giovane ricercatore Brent Carradine, Grant si lancia in un’indagine attraverso libri di storia, biografie e cronache dell’epoca, portandoci con sé a conoscere storie e personaggi dimenticati, che gettano nuova luce su come potrebbero essere andate davvero le cose.

Un giallo sui generis, che farebbe impazzire gli appassionati di storia, ma forse storcere un po’ il naso agli amanti di una trama più canonica. Io l’ho apprezzato tantissimo, complici sia la mia passione per il passato sia la simpatia immediata per il protagonista, disincantato, dotato di una pungente ironia e rabbiosamente insofferente a quelle che ora chiameremmo “fake news”.

Consigliatissimo, non solo per il fatto che è stato di recente definito “uno dei libri più importanti mai scritti”, ma anche per guardare il romanzo giallo da un’altra prospettiva.

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Rosalind Franklin, la scienziata che per prima vide il DNA

Rosalind Franklin è la scienziata che con i suoi studi ha portato a conoscere la struttura del DNA. Su di essi si basarono Watson e Crick per arrivare alla scoperta della doppia elica, ma alla Franklin non fu mai dato alcun merito, rendendola il simbolo delle ricercatrici messe in ombra solo perché donne.

La bisbetica Rosy

Rosalind Franklin_(1920-1958)

Come sapete, le leggende narrano che io e Francis abbiamo rubato la struttura ai ricercatori del King’s. Mi avevano mostrato il difrattogramma ottenuto ai raggi X da Rosalind Franklin: wow! Era un’elica! Ed ecco che un mese dopo avevamo la struttura; Wilkins non avrebbe mai dovuto mostrarmi la foto“. Così disse Watson cercando di difendersi – poco efficacemente – dalle accuse di non aver reso giustizia al lavoro di Rosalind Franklin. Nel suo libro La doppia elica (1968), lo scienziato aveva addirittura attaccato la collega dal punto di vista personale, definendola “bisbetica” (termine che non si sentiva dai tempi di Shakespeare) e sottolineando quanto lei non fosse attraente. Ovviamente questo non aveva migliorato la sua posizione e gli aveva procurato l’ulteriore accusa di essere un misogino e di continuare a accanirsi contro una rivale morta ormai da dieci anni.

Da Londra a Cambridge

Rosalind nacque il  25 luglio 1920 a Londra, da una famiglia benestante di origine ebraica. A 9 anni cominciò a studiare presso la Lindores School for Young Ladies, mostrandosi da subito versata nella matematica e nella scienza, discipline che continuerà ad approfondire con entusiasmo durante tutto il suo percorso scolastico. L’ascesa di Hitler e l’annessione dell’Austria del 1938 turbarono la sua tarda adolescenza, in quanto i suoi genitori furono improvvisamente fagocitati dall’assistenza ai rifugiati ebrei che si stavano riversando in Inghilterra.

La Franklin decise di dedicarsi completamente allo studio e fece domanda all’Università di Cambridge. Nel celebre ateneo ebbe occasione di conoscere Lawrence Bragg, premio Nobel per la fisica per i suoi studi sulla struttura dei cristalli, osservata per mezzo dei raggi X.

Rosalind_Franklin al microscopio (1953) – Di MRC Laboratory of Molecular Biology – From the personal collection of Jenifer Glynn., CC BY-SA 4.0,

Franklin versus Wilkins

Laureatasi nel 1941, ottenne un posto di assistente presso la British Coal Utilization Research Association, dove studiò la struttura delle molecole del carbone e della grafite. In seguito si spostò a Parigi, dove di specializzò nella tecnica della diffrazione a raggi X. Seguendo il consiglio di Dorothy Hodgkin – che avrebbe preso il premio Nobel per la chimica nel 1964 – Rosalind Franklin tornò nella capitale inglese per creare una sua unità di cristallografia a raggi X presso il Wheatstone Physics Laboratory del King’s College, diretto da Maurice Wilkins.

I rapporti con Wilkins si inasprirono velocemente: lo scienziato, che stava studiando la struttura del DNA, era poco esperto di cristallografia – e poco incline a imparare da una donna – e pretendeva che Rosalind condividesse con lui ogni risultato. Al netto rifiuto di lei se ne lamentò con altri due scienziati: Francis Crick e James Watson, che lavoravano al laboratorio Cavendish di Cambridge.

La fotografia 51

Nel frattempo gli studi della Franklin continuavano, fornendo risultati sempre più incoraggianti. Wilkins, che probabilmente non era  disposto a perdonarle quel successo, mostrò i suoi appunti a Watson e Crick. Basandosi su quei documenti, i due scienziati realizzarono il primo modellino di DNA, che tuttavia conteneva degli errori.

Fotografia 51 (Raymond Gosling King’s College London)

Nel 1952 gli esperimenti di Rosalind, effettuati insieme al suo assistente Raymond Gosling, la portarono finalmente ad osservare la struttura ad elica del DNA, immortalata su quella che sarebbe passata alla storia come la Fotografia 51. Nonostante i suoi successi la Franklin decise di lasciare il King’s per trasferirsi al Birkbeck’s College. Wilkins ne approfittò per appropriarsi dei suoi meriti e per mostrare la fotografia 51 a Watson e Crick, che si basarono su di essa per perfezionare il loro modello di DNA. Nel 1953 i tre scienziati pubblicarono le loro conclusioni sulla rivista Nature, senza riconoscere l’apporto della collega.

Il virus del mosaico del tabacco e la poliomielite

Rosalind Franklin, apparentemente incurante dei mancati riconoscimenti, si dedicò a nuovi studi. Al Birkbeck’s si concentrò sul virus del mosaico del tabacco, responsabile di una gravissima patologia che colpisce le piante, creando ingenti danni all’agricoltura. Qui si ritrovò finalmente in ambiente in cui era apprezzata, a livello umano e professionale, e la sua carriera decollò sempre più.

Durante un viaggio nel Stati Uniti, però, la Franklin fu colpita da forti dolori addominali. Al suo ritorno a Londra fu ricoverata in

Doppia elica del DNA

ospedale e le fu diagnosticato un tumore ovarico in stadio avanzato.  Si sottopose ad un’operazione chirurgica, dopo la quale continuò a lavorare, soprattutto sul virus della poliomielite.

La malattia la portò via il 15 aprile del 1958, ancor prima di compiere 38 anni.

Nel 1962 Wilkins, Watson e Crick ottennero il premio Nobel per la medicina per la scoperta della struttura del DNA. Nel discorso seguito alla premiazione Rosalind Franklin non fu mai menzionata. Dei tre, solo Crick aveva dichiarato in precedenza:  “I dati che ci hanno aiutato in modo imprescindibile a risalire alla struttura sono stati ottenuti in buona parte da Rosalind Franklin, deceduta qualche anno fa.”

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