Categoria: Novità

Beatrix Potter, l’illustratrice e naturalista rifiutata dalla Linnean Society

Beatrix Potter è stata un’illustratrice, scrittrice e naturalista britannica, ricordata soprattutto per i suoi libri illustrati per bambini.

L’infanzia

Beatrix Potter a 15 anni

Beatrix Potter a 15 anni

Quella di Beatrix Potter era una tipica famiglia vittoriana: i figli vivevano solo occasionalmente a contatto con i genitori, mentre erano le governanti a occuparsi della loro educazione e istruzione. Beatrix, di salute cagionevole, trascorse un’infanzia piuttosto solitaria, dedicando molta parte del suo tempo al disegno e alla pittura. Come era comune all’epoca vittoriana, i genitori, pur non scoraggiando la sua istruzione, riservarono al figlio maschio l’iscrizione a una prestigiosa scuola e il proseguimento degli studi a Oxford, mentre assicurarono alla figlia maggiore solo una formazione privata.

Dai 15 ai 30 anni, Beatrix tenne un diario, scritto in un codice da lei stessa inventato, pare per tenerlo lontano dagli occhi della madre, con cui non aveva un buon rapporto. Cesserà di scrivervi nel 1897, poi si dedicherà completamente agli studi di carattere scientifico e ai tentativi di pubblicare i suoi disegni.

A partire dal 1890, per guadagnare qualche soldo, Beatrix e il fratello iniziarono a creare e stampare biglietti di auguri di Natale e per altre occasioni speciali, usando come soggetti principali topi e conigli e distinguendosi per l’uso di uno stile del tutto personale. Un’impresa locale acquistò molti dei loro disegni, soprattutto quelli che rappresentavano Benjamin Bunny. Soddisfatta del proprio lavoro e del successo conseguito, decise di pubblicare un proprio libro di storie illustrate, offrendolo a un certo numero di editori di libri per bambini, senza però ricevere risposte positive.

Le scienze naturali

Agaricus campestris

La passione per la natura, per gli animali e per la pittura, fu quindi il tema conduttore della vita di Beatrix fin dall’infanzia. A partire dal 1890 i suoi interessi scientifici si spostarono sulla micologia. La incuriosivano molto i funghi per la varietà dei colori che presentavano. Grazie a suo zio, un noto chimico, Beatrix studiò le spore al microscopio e provò a coltivarle, produsse diverse illustrazioni e dipinti e annotò quando stava osservando. Le sue ricerche furono accolte con un certo scetticismo da parte della comunità scientifica, perché non faceva parte della cerchia ufficiale di studiosi, ma soprattutto perché era donna. Nel 1897 la sua teoria sulla germinazione delle spore di fungo On the Germination of the Spores of the Agaricineae, venne presentata alla Linnean Society, ma Beatrix non poté parteciparvi, perché la presenza a questi consessi era vietata alle donne. Il suo scritto non venne preso in seria considerazione, e in seguito Beatrix lo ritirò, probabilmente per modificarlo. Non venne mai pubblicato, e andò perduto. Circa un secolo dopo, nel 1997, la Linnean Society avrebbe espresse le sue scuse per il sessismo che aveva guidato la valutazione dei contributi scientifici femminili.

Nel 1967, il micologo WPK Findlay ha incluso nel suo Wayside & Woodland Fungi molti dei disegni di Potter, soddisfacendo così il desiderio della scrittrice di vedere i suoi lavori pubblicati. Le sue illustrazioni sono ritenute degne di attenzione per la loro bellezza e precisione, ma anche per l’aiuto fornito ai moderni micologi nell’identificare le varietà di funghi.

Il racconto di Peter Coniglio

Prima edizione di Peter Coniglio

La svolta nella carriera artistica di Beatrix Potter maturò lentamente. Lei utilizzò le lettere e il materiale illustrativo contenuto nella corrispondenza col figlio della sua ex governante – spesso malato – per realizzare il suo primo libro per bambini, dal titolo The Tale of Peter Rabbit. Il libro venne rifiutato da ben sei case editrici, ma Beatrix non si arrese e decise di stampare lei stessa 250 copie che riuscì a vendere in breve tempo. L’anno dopo, il 2 ottobre del 1902, il libro fu apprezzato e pubblicato dalla Frederick Warne & Company, che pose a Beatrix come condizione di realizzare illustrazioni a colori e non più in bianco e nero.

The Tale of Peter Rabbit fu innovativo per il mondo dell’infanzia; era stato realizzato in un formato piuttosto piccolo, adatto alle dimensioni delle mani dei bambini, mentre un’altra novità  era costituita dal prezzo ridotto: uno scellino. Potter inoltre si rifiutò di sottovalutare i bambini adoperando un linguaggio troppo semplice e superficiale, e decise di inserire anche qualche termine complesso e talvolta ricercato in ciascuno dei suoi libri, per favorire il loro apprendimento e suscitarne la curiosità.

Alla morte del padre nel 1914 Beatrix Potter, ormai diventata una donna ricca, persuase sua madre a trasferirsi nel distretto dei laghi dove trovò per lei una proprietà in affitto a Sawrey, che  successivamente abbandonò per una grande casa a Bowness, nella contea di Cumbria. Potter continuò a scrivere storie e a disegnare, soprattutto per il proprio piacere. Dall’inizio della sua collaborazione con l’editore Warne, pubblicò ogni anno due o tre piccoli libri, 23 in tutto. L’ultimo libro in questo formato fu una raccolta di filastrocche tradizionali pubblicata nel 1922. Alla fine degli anni venti scrisse dei libri per il pubblico americano: The Fairy Caravan.

La vita nella fattoria

Nel 1923 Beatrix acquistò una grande fattoria e divenne una dei più importanti allevatori di ovini nella contea, molto apprezzata dai pastori e dagli imprenditori agrari per la sua disponibilità a sperimentare gli ultimi rimedi biologici per le malattie comuni delle pecore.

Beatrix Potter

Potter si impegnò nella salvaguardia dell’ambiente dei terreni di sua proprietà, e alla sua morte li lasciò in eredità al National Trust; oggi costituiscono gran parte dell’area naturale protetta del Lake District National Park.

Nel 1942 fu la prima donna eletta come Presidente dell’associazione Herdwick Sheepbreeders, ma prima che potesse assumere la carica fu colpita da una gravissima polmonite che la portò alla morte il 22 dicembre 1943.

Dal 1º gennaio 2014 le opere originali di Beatrix Potter sono diventate di pubblico dominio in Europa e negli altri paesi in cui il copyright decade a 70 anni dalla morte dell’autore. I suoi 24 racconti sono stati tradotti in 35 lingue vendendo oltre 100 milioni di copie. Le sue storie sono state spesso utilizzate dal cinema, nella musica e nella danza. Dalla sua vita è stato anche tratto un lungometraggio, “Miss Potter”, con protagonista Renée Zellweger.

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Vermeer e “La Lettera d’Amore” rubata

La lettera d'amore

Centre for Fine Arts, Bruxelles, 23 settembre 1971.

La lettera d’amore di Vermeer, ricevuta in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam, fa bella mostra di sé fino che delle mani non si protendono a staccarla dalla parete. Il ventunenne Mario Pierre Roymans ha passato molto tempo nascosto in un armadietto e quando il museo si svuota corre dritto verso il suo obiettivo. Dopo esserselo assicurato cerca di fuggire da una finestra, ma la cornice è troppo grande. A quel punto taglia la tela con un pelapatate, la mette in tasca e scompare nella notte.

La lettera d’amore

Il furto del Vermeer

Cosa aveva spinto il ragazzo a compiere tale gesto? I primi indizi arrivarono il 3 ottobre successivo, quando il quotidiano “Le Soire” fu contattato da un uomo che si faceva chiamare Tijl van Limburg (una sorta di Robin Hood) e chiedeva che un giornalista munito di telecamera lo incontrasse in un bosco. Fu accontentato. Roymans, dopo aver bendato il reporter, lo fece salire su una macchina e lo condusse in una chiesa. Qui gli mostrò il dipinto rubato di Vermeer, dichiarando che amava moltissimo l’arte, ma che amava ancora di più l’umanità. Dopo questo incontro le foto furono pubblicate insieme alle richieste del giovane: 200 milioni di franchi belgi da dare ai rifugiati bengalesi nel Pakistan orientale.

Il 26 marzo 1971 era infatti scoppiata la guerra di liberazione bengalese, che aveva visto su fronti opposti il Pakistan dell’est, che aveva dichiarato la propria indipendenza col nome di Bangladesh, e Pakistan dell’ovest. Durante il conflitto la comunità bengalese fu oggetto di un vero e proprio genocidio, ad opera sia dell’esercito del Pakistan occidentale che di milizie estremiste religiose.

Mario Pierre Roymans

Il ricatto

Il suo scopo quindi – aveva dichiarato Roymans – era quello di aiutare i bengalesi e di spingere sia il Rijksmuseum che il Centre for Fine Arts di Bruxelles ad organizzare campagne di raccolte fondi per combattere le carestie in tutto il mondo.

Il ragazzo pose anche un ultimatum: entro mercoledì 6 ottobre le sue richieste dovevano essere accolte. Le foto scattate dal giornalista furono analizzate da un esperto d’arte che confermò l’autenticità del quadro di Vermeer, ma poco dopo il direttore del Rijksmuseum affermò che la qualità degli scatti non permetteva di trarre conclusioni definitive. Nei giorni successivi, Roymans, che si manteneva in contatto con i media, fu individuato e arrestato.

Fonte: http://istitutoeuroarabo.it/

“La lettera d’amore” fu restituita al Rijksmuseum e, date le pessime condizioni in cui era state tenuta, rimase sotto restauro per quasi un anno. Roymans fu multato e condannato a due anni di carcere, commutati poi in due mesi.

Il destino del Bangladesh

Ma cosa accadde in Bangladesh? La guerra e la pulizia etnica contro la popolazione bengalese ebbero fine solo il 16 dicembre, grazie all’intervento dell’esercito indiano.

Fonte: http://istitutoeuroarabo.it/

Proprio per aiutare i profughi di guerra venne realizzato il primo concerto di beneficienza della storia: era il celebre “Concerto per il Bangladesh”, tenutosi il 1 agosto 1971 al Madison Square Garden di New York. L’organizzatore era George Harrison, che già aveva pubblicato il singolo Bangla Desh, il cui ricavato era stato devoluto all’UNICEF

 

 

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La lunga scia di sangue di Belle Gunness

Belle Gunness è stata una serial killer di origine norvegese: con le sue 40 vittime stimate, è stata una delle più prolifiche assassine seriali di tutta la storia degli Stati Uniti.

Una trappola mortale

Era il 1908 quando un terribile incendio divampò nella tenuta di una donna chiamata Belle Gunnes. La polizia rinvenne dei corpi che ritenne appartenere a lei e ai suoi figli e arrestò Ray Lamphere, ex dipendente che con Belle aveva avuto una relazione tormentata. La difesa dell’uomo stupì tutti: la Gunness non era morta nell’incendio, ma aveva assassinato una donna, l’aveva decapitata e le aveva messo i suoi vestiti addosso. Poi aveva avvelenato i figli con la stricnina e aveva appiccato il fuoco. Infine si era fatta accompagnare alla stazione ed era fuggita, senza più dare sue notizie.

Perchè questo? Belle attirava gli uomini nella sua fattoria, li seduceva e li avvelenava o colpiva con un’ascia mentre dormivano. Poi, li smembrava e si faceva aiutare da Ray a seppellirli. E stava per essere scoperta.

Chi era Belle Gunness?

Belle, il cui vero nome era Brynhild, nacque nel 1859 a Selbu, in Norvegia, da una famiglia molto povera. Ottava e ultima figlia, aiutava la famiglia portando le pecore al pascolo e crescendo venne sempre più apprezzata dai suoi datori di lavoro: era alta, forte e non temeva di passare la notte da sola nelle baite. Meno buoni erano i rapporti con i suoi coetanei, che la ritenevano maligna e bugiarda.

A ventitré anni decise di emigrare negli Stati Uniti, aiutata dalla sorella e dal cognato che vivevano già lì. Arrivata in America, Brynhild cambiò il suo nome in Belle e iniziò a lavorare come cameriera. Circa due anni dopo la donna conobbe e sposò il sorvegliante notturno Mads Sorensen, con si trasferì a Austin, un sobborgo di Chicago.
In quel periodo Belle adottò una bimba, Jenny, che il padre, rimasto vedovo, non si era sentito si crescere. Pochi anni dopo le nacquero quattro figli, ma i primi due bimbi morirono in tenera età. Nel 1900 venne a mancare anche Mads, curiosamente nell’unico giorno in cui le due assicurazioni sulla vita che l’uomo aveva stipulato con due compagnie diverse erano contemporaneamente valide.

Belle Gunness

Belle Gunness

La vedova nera

Il medico che aveva visitato l’uomo sospettò subito che fosse stato avvelenato con la stricnina e affrontò Belle. La donna dichiarò di aver dato al marito una polvere contro il raffreddore che il dottore stesso gli aveva prescritto. Il medico si convinse e firmò il certificato di morte.
Col premio assicurativo Belle comprò un negozio di abbigliamento, che venne distrutto pochi mesi dopo da un incendio. Riscossi altri soldi dall’assicurazione, la donna acquistò una fattoria a La Porte, in Indiana, e vi si stabilì con Jenny e le altre due figlie, Myrtle e Lucy.

Nel 1902 sposò il macellaio Peter Gunnes, che si trasferì da Belle insieme alla figlia di primo letto, Swanhilde. Nove mesi dopo l’uomo fu ritrovato morto, con la testa spaccata da un tritacarne. Il medico stavolta avvertì la polizia, ma quando Jenny testimoniò che aveva visto l’oggetto cadere accidentalmente da una mensola il caso fu archiviato. La Gunness riscosse l’ennesima assicurazione. Il fratello Peter, temendo per la vita di Swanhilde, la fece rapire.

Morto il marito, Belle intrecciò una relazione con uno dei suoi dipendenti, Ray Lamphere, la cui gelosia si scatenò quando lei mise un annuncio sul giornale per trovare un nuovo consorte.
Coloro che risposero ricevettero una lettera che li invitava a depositare del denaro a nome. Bizzarramente, molti interpretarono questa richiesta come un segno di affidabilità e presto alla fattoria si susseguirono una serie di spasimanti. La maggior parte di loro avrebbe trovato la morte a La Porte.

I primi sospetti 

Ray, che non sopportava il succedersi di amanti nella tenuta, cominciò a fare rabbiose scenate e venne licenziato. Rimasto nei pressi per spiare Belle fu infine denunciato.

Nel 1906 Jenny raccontò ad alcuni suoi compagni di scuola che era stata sua madre ad assassinare il marito, e fu quindi interrogata nuovamente dalla polizia. Davanti agli inquirenti negò tutto, poi sparì nel nulla. La Gunness dichiarò che la figlia era stata mandata in collegio.

Nel 1908 all’annuncio di Belle rispose Andrew Helgelien, che si recò a La Porte con tutto il suo denaro e scomparve dopo poco giorni. Usualmente la serial killer sceglieva uomini senza legami, ma con Andrew commise un errore. Il fratello di lui, Asle, si recò dalla sceriffo di La Porte per denunciarne la scomparsa e accusare la Gunness. Quella stessa notte la fattoria della donna era stata distrutta dalle fiamme.

Belle Gunness con i suoi figli

Nonostante l’apparente dipartita di Belle, Asle non si arrese e continuò a indagare. Grazie anche alle dichiarazioni di un ex dipendente della fattoria, lo sceriffo fece scavare nel porcile. Il primo cadavere smembrato ad essere rinvenuto fu quello di Andrew Helgelien, seguito da quelli dei vari spasimanti, di Jenny e di tre vittime mai identificate: una donna priva della testa e due bambini. Il numero stimato di vittime è 40, ma è plausibile che ce ne siano state di più.

Che fine ha fatto Belle Gunness?

Quando  Ray Lamphere dichiarò che Belle era viva e che il cadavere rinvenuto non fosse il suo, inizialmente non fu creduto. In seguito però dei testimoni sostennero che il corpo fosse più piccolo di quello della Gunnes e l’analisi dei resti rivelò tracce di veleno.

Nessuno sa davvero che fine abbia fatto questa assassina seriale e intorno a lei sono sorte numerose leggende. La storia ci dice che quando la sua migliore amica morì, in casa sua venne rinvenuto il teschio di una donna. Era forse quello della sventurata scelta per mettere in scena la morte di Belle?

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Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

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Tiny Broadwick, la donna che sfidò la gravità

Georgia Broadwick, nota con il soprannome di Tiny Broadwick, è stata la prima donna paracadutista e l’inventrice del ripcord.

La bambola

Tiny Broadwick

Tiny Broadwick

Georgia nacque l’8 aprile 1893 in North Carolina e a causa della sua esile struttura fisica si guadagnò ben presto l’appellativo di Tiny (minuscola). Sposatasi appena dodicenne, l’anno successivo ebbe una figlia ma fu abbandonata dal marito. Per mantenersi cominciò a lavorare in un cotonificio, ma quell’occupazione non era destinata a durare a lungo. A 15 anni vide Charles Broadwick, un paracadutista di fama mondiale, lanciarsi da una mongolfiera e rimase folgorata.  Tiny decise di unirsi alla compagnia di paracadutisti di Broadwick e lo convinse ad accoglierla. Affidata la sua bambina ai propri genitori partì con l’uomo, di cui divenne in seguito la figlia adottiva (o secondo altri la moglie, la diatriba non si chiarì mai).

Tiny, presentata al pubblico come The Doll (la bambola), esordì lanciandosi da una mongolfiera il 28 dicembre 1908. Insieme alla compagnia di Broadwick si esibì poi in diverse fiere, guadagnando sempre più fama.

Il primo lancio da un aereo

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tiny Broadwick pronta al lancio

Tra i suoi grandi successi il più noto è certamente quello di essere diventata la prima donna a paracadutarsi da un aereo. Il lancio ufficiale avvenne a Los Angeles il 21 giungo 1913, ma Tiny si era già lanciata l’anno precedente durante uno show al Grant Park di Chicago.

Nel 1914 fece una dimostrazione all’esercito, che ai tempi aveva una piccola flotta di aerei non troppo sicuri. I militari si mostrarono restii all’adozione dei paracadute, ma i lanci di Tiny Broadwick spazzarono via ogni resistenza. In quell’occasione Tiny inventò il ripcord, una componente dell’equipaggiamento per lo skydiving.

Pochi mesi dopo la paracadutista saltò nel lago Michigan, diventando la prima donna a lanciarsi in uno specchio d’acqua.

iny Broadwick con paracadute

Tiny Broadwick con paracadute

Nel 1916 sposò Harry Brown e interruppe il paracadutismo per quattro anni, ricominciando in seguito al divorzio avvenuto quattro anni dopo. Continuò a lanciarsi fino al 1922, poi smise per problemi alle caviglie.

Tiny Broadwick, pur non essendo una pilota, è stata una delle poche donne del Early Birds of Aviation

Nel 1964 ha donato un paracadute fatto a mano da Charles Broadwick allo Smithsonian Air Museum.

Tiny Broadwick è morta in California nel 1978 ed è stata sepolta nei Sunset Gardens a Henderson, nella Carolina del Nord.

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Non lo avevo considerato – Recensione

Non lo avevo considerato

Titolo: Non lo avevo considerato

Autore: Francesca D’Isidoro

Anno: 2018

ISBN: 9781980485087

Prezzo (Euro): 7,99 (Cartaceo); 0,99 (Kindle)

N. Pagine: 186

Non lo avevo considerato

Oggi per la mia rubrica di piccole recensioni mi avventuro in un terreno per me insolito e vi parlo di Non lo avevo considerato, il brillante e ironico romance di Francesca D’Isidoro.

Francesca è ormai una veterana del genere. Ha esordito con il libro L’amore non è per tutti, i cui diritti sono stati acquistati da Rizzoli per la collana “You Feel”, e in seguito ha pubblicato L’amore è per noi.

Non lo avevo considerato è il suo terzo romanzo e ci racconta la storia di Diletta e Francesco, due “anime affannate” deluse e disilluse che una sera si incontrano per caso. La chimica è subito evidente e i due trascorrono la notte insieme, ma nessuno di loro crede la cosa possa ripetersi. Diletta è ancora sanguinante per la storia col suo ex, che a pochi passi dall’altare l’ha abbandonata per una donna più abbiente, ma con cui ancora continua a vedersi. Francesco è nel pieno di un burrascoso divorzio, teme di perdere la figlia e l’azienda di famiglia di cui è tornato ad occuparsi dopo tanti anni di lavoro all’estero. L’uomo sa bene che legarsi a qualcuno significherebbe trascinarlo con sé nel torbido abisso in cui lui stesso è sprofondato, inoltre non è ancora in grado di fidarsi nuovamente del suo prossimo. Ovviamente il proposito di Diletta e Francesco di non rivedersi non ha fatto i conti con la sorte che deciderà altrimenti.

Il romanzo quindi si apre con un classico cliché di genere, tuttavia lo sviluppo della trama è tutt’altro che banale e scontato. La narrazione snella e scorrevole ci accompagna in un susseguirsi di situazioni imprevedibili ora commoventi ora divertenti  ora drammatiche. Una chicca è la narrazione “point of view”, questo è un romanzo a due voci in cui si alternano il punto di vista di Diletta e quello di Francesco, conferendo ai due personaggi ancora maggiore tridimensionalità. Menzione particolare meritano i comprimari, alcuni buffi altri inquietanti, che valorizzano i due protagonisti senza comunque perdere la loro spiccata personalità.

Non lo avevo considerato è un romanzo divertente e romantico da leggere tutto d’un fiato, che vi farà sorridere e imbronciare, ma che non vi farà di certo annoiare.

Francesca D’Isidoro ha di recente pubblicato il suo nuovo libro, Mi sono innamorata di tuo marito, e gestisce la pagina social Francesca D’Isidoro Autrice.

 

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La feluca con le ali – Recensione

La feluca con le ali

Titolo: La feluca con le ali

Autore: Moira Di Fabrizio

Casa editrice: Youcanprint

ISBN: 979-88-92631-67-0

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 9,90

N. Pagine: 144

La feluca con le ali

Torniamo a parlare di poesia con la raccolta La feluca con le ali di Moira Di Fabrizio, scrittrice nata a Chieti.

Una cosa che condivido con l’autrice è la grande passione per l’egittologia, dimostrata in primis in Ankh, la chiave della vita, il romanzo d’esordio di Moira uscito nel 2014.
Anche la feluca citata nel titolo nasconde un omaggio alla cultura egiziana; si tratta infatti di un’antica imbarcazione spesso usata proprio sulle rive del Nilo. Il suo aspetto dà l’idea di fragilità, eppure si rivela al contempo sicura e robusta, così come lo stile delle liriche di Moira, autrice di una sensibilità quasi fuori dal nostro tempo. La silloge gravita attorno al grande tema dell’amore, reso con un’emotività scoperta e sincera, con assidui rimandi alla natura, dal mare alla terra, dalla pioggia al sole.

La silloge raccoglie le liriche che Moira Di Fabrizio scrive fin da giovanissima. Alcune delle poesie erano già state pubblicate in tre raccolte di poesie: “Tra nuvole e realtà” 2005; “Lo specchio delle mie emozioni” 2006; “Frammenti perduti” 2011.
Numerose sono però le composizioni inedite inserite in questa preziosa raccolta.

“La sua poesia è in bilico tra la materia e un orizzonte di sogni e speranza che l’autrice brama con potente forza emotiva.  Sono parole che ritengo perfette per descrivere la poesia di Moira, il suo essere poetessa. La poesia le appartiene, si percepisce. La poesia fa da ponte tra la realtà esterna e quella interiore. Se Moira non scrivesse poesie non avrebbe modo di farle combaciare, di essere presente nel mondo tangibile e di essere in contatto con quello interiore”. Sono le parole di Andrea Attilio Grilli, autore della prefazione, che ben inquadrano la poetica di Moira e la sua urgenza di comporre come modo di affrontare la vita.

Un volume quindi da custodire gelosamente, da leggere d’un fiato e da rispolverare per centellinare i delicati bozzetti poetici dell’autrice; un’ultima menzione alla bella copertina del volume, opera dell’artista Luna Noemi Mincone.

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Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici – Recensione

Kate e il Regno Dimenticato

Titolo: Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici

Autore: Silvia Banzola

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-534-9

Anno: 2017

Prezzo (Euro): 17

N. Pagine: 232

Kate e il Regno Dimenticato

Oggi torno nel mondo del fantasy parlandovi del primo volume della serie “Kate e il Regno Dimenticato” di Silvia Banzola, dal titolo “Amici e Nemici”.

Siamo in una Vienna prenatalizia, in cui le luci delle insegne e degli addobbi si riflettono suggestivamente sulla neve. Per Kate, tuttavia, questa atmosfera di festosa attesa e di romanticismo è una pugnalata al cuore. Da due settimane la sua vita tranquilla è stata completamente sconvolta, il suo fidanzato Alex, poco dopo averle chiesto di sposarlo, è scomparso nel nulla. Per di più il suo unico sostegno, la sua migliore amica Angela, è via per la lavoro e non tornerà prima di diversi giorni. Mentre Kate si prepara a trascorrere il Natale in piena solitudine degli incubi strani e terribili cominciano ad affollare le sue notti e una serie di eventi bizzarri inizia a verificarsi. Un mattino addirittura trova uno sconosciuto addormentato sul suo divano, ma all’iniziale sgomento si sostituisce un’inspiegabile sensazione di fiducia, quasi come se conoscesse quell’uomo, Daniel, da tanto tempo.

Una sera, tornando a casa, la ragazza viene rapita e segregata in uno scantinato. Il capo dei suoi sequestratori le chiede insistentemente di consegnargli “la chiave”, ma Kate non sa a cosa il malvivente riferisca. Quando, dopo averla picchiata, l’uomo la lascia in balia di due sgherri la situazione sembra precipitare ulteriormente, ma una forza improvvisa arriva in suo soccorso.

Kate si risveglia sana e salva nella magione di famiglia, dove vive sua nonna Adele, una donna che nasconde l’amore e la preoccupazione per la nipote sotto una coriacea armatura. L’ava rivela alla ragazza l’esistenza di un mondo magico e perduto, Emmeltz, sul cui trono siede un crudele usurpatore. La legittima erede del regno è tuttavia Kate, che inoltre non è umana, ma è una strega. Lei dovrà addestrarsi per affrontare avversari inquietanti e dotati di enormi poteri per poter riprendere ciò che è suo e salvare i suoi genitori. Sarà l’inizio di un viaggio che porterà la protagonista a scoprire conoscenze dimenticate e luoghi sospesi tra realtà magia, ma soprattutto a scoprire se stessa. Ben prima dei nemici che l’attendono, Kate dovrà infatti fare i conti con le sua debolezze e con la propria impulsività.

Come accennato, la scelta dell’ambientazione è davvero particolare. Non siamo (ancora) in un mondo parallelo o alternativo, ma in una Vienna rilucente e festosa, che piano piano lascerà il passo a paesaggi aspri e montani in cui cominceranno a comparire creature magiche. Ben caratterizzati sono i personaggi, tra cui spicca – sarà per amore personale della figura del vampiro – l’enigmatico e crudele Anthony, sospeso tra la sua natura bestiale e il forte senso di lealtà per Kate.

Menzione speciale merita il gatto Cagliostro, il cui nome omaggia l’omonimo felino del film “Una strega in paradiso”, in cui una strepitosa Kim Novak usa i suoi poteri magici per concupire un affascinante editore interpretato da James Stewart.

“Amici e Nemici” è stato seguito nel 2018 dal volume “Gli eredi”, che mi ripropongo certamente di leggere.

Kate e il Regno Dimenticato: Amici e Nemici è un fantasy scorrevole e intrigante, in cui si miscelano alla perfezione originalità ed elementi classici del genere. Attendiamo trepidanti il terzo capitolo della saga.

 

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Anne Perry, la giallista che visse due volte

Per gli scrittori di gialli e thriller intingere metaforicamente la penna nel sangue è cosa consueta, ma non ci si aspetta mai che possano essere stati carnefici nel mondo reale. Eppure una scrittrice britannica – di culto per gli amanti del giallo classico – ha conosciuto il delitto ben prima che il suo romanzo d’esordio venisse dato alle stampe: allora si chiamava Juliet Hulme, ma il mondo l’avrebbe conosciuta come Anne Perry.

Christchurch, Nuova Zelanda, 22 giugno 1954

Anne Perry

Anne Perry

Era pomeriggio quando due ragazzine ansanti e ricoperte di sangue irruppero nella sala da tè di Agnes e Kenneth Ritchie e chiesero aiuto. La madre di una di loro, insieme a cui erano state in quel locale fino a poco tempo prima, era caduta e aveva sbattuto la testa. Kenneth le seguì nel parco e si trovò davanti il corpo orrendamente martoriato di Honorah Rieper. Le gravi lacerazioni a testa e volto e le ferite da difesa su braccia e mani erano più che esplicite e l’idea dell’incidente apparve subito ridicola. Fu il ritrovamento dell’arma del delitto, un mattone avvolto in una calza, a schiudere definitivamente il vaso di Pandora: Juliet Hulme, 15 anni,  e Pauline Parker, sedicenne, avevano assassinato la madre di quest’ultima, colpendola circa 20 volte.

Il Quarto Mondo

Juliet e Pauline erano creature affini, lo avevano capito appena si erano conosciute alla Girls’High School di Christchurch, in Nuova Zelanda.

Juliet Hulme e Pauline Parker

Juliet Hulme e Pauline Parker

La prima cosa che le aveva legate era il fatto che entrambe avessero una salute cagionevole, minata da malattie croniche, ma col tempo il loro rapporto si era evoluto e rafforzato, fino a diventare simbiotico.

Pian piano avevano cominciato ad allontanarsi dal mondo reale per rifugiarsi in quello di fantasia da loro creato, sui cui si dilettavano a scrivere racconti e pezzi teatrali. Le ragazze si erano costruite anche una propria religione basata sul Quarto Mondo, una dimensione parallela a cui potevano giungere solo grazie all’illuminazione spirituale determinata dalla loro amicizia. Col tempo il loro legame era divenuto sempre più ossessivo, tanto che le famiglie avevano cominciato ad essere preoccupate, sospettando che tra di loro di fosse un’attrazione di tipo sessuale – non dimentichiamo che negli anni ’50 l’omosessualità era ancora considerata una malattia mentale – tuttavia non le avevano divise.

Legami spezzati

Il dramma arrivò con la separazione dei genitori di Juliet, a seguito di cui quest’ultima si sarebbe dovuta trasferire.  Sia la madre che il padre avevano deciso di tornare a vivere in Inghilterra, anche perché quest’ultimo aveva problemi di lavoro, ma a causa della sua tubercolosi la ragazza sarebbe stata mandata a vivere da un zia in Sud Africa, dove il clima era più adatto alla sua salute.  L’idea della separazione era inaccettabile per le due amiche e chiesero che anche Pauline potesse partire. Gli Hulme – forse per temporeggiare – non si opposero all’idea, ma un ostacolo che andava rimosso con ogni mezzo continuava a permanere sulla strada delle due adolescenti: la madre di Pauline.

Il Boia di Cater Street

Il Boia di Cater Street

Il piano aveva preso forma in fretta, dopo aver simulato la morte accidentale di Honorah le due adolescenti sarebbero prima andate in Sud Africa come progettato, poi sarebbero fuggite negli Stati Uniti, dove si sarebbero mantenute scrivendo o lavorando nel mondo del cinema.

Il processo destò enorme scalpore, sia in virtù della giovanissima età delle colpevoli sia per le illazioni – sempre smentite – sulla loro omosessualità. Normalmente in casi simili sarebbe stata applicata la pena di morte, ma proprio per la loro giovinezza furono condannate a 5 anni di reclusione. Dopo il processo Juliet e Pauline non si rividero mai più.

Trascorsa la pena Pauline Parker assunse il nome di Hilary Nathan e dopo sei mesi di libertà vigilata decise di trasferirsi in Inghilterra. Non ha mai voluto parlare con la stampa, ma in una dichiarazione del 1996 resa attraverso la sorella ha dichiarato tutto il suo pentimento.

Da Juliet Hulme a Anne Perry

Anche Juliet partì per la Gran Bretagna e divenne assistente di volo. Unitasi alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, visse in seguito negli Stati Uniti, poi si stabilì in Scozia.

Locandina di "Creature dal Cielo"

Locandina di “Creature dal Cielo”

Nel 1979 uscì il suo primo romanzo, “Il Boia di Cater Street”, in cui diede vita non solo all’ispettore Thomas Pitt ma anche ad una nuova se stessa: Anne Perry.

La carriera letteraria di Anne è stata costellata da grandi successi e i suoi sono romanzi di culto per gli appassionati. In Italia sono state pubblicate decine di sue opere, oltre cinquanta delle quali nella collana Giallo Mondadori.

Dal 2017 la scrittrice vive ad  Hollywood.

L’omicidio di Honorah Rieper è alla base  di Creature del Cielo, film del 1994 di Peter Jackson, in cui Melanie Lynskey interpreta  Pauline Parker e Kate Winslet interpreta Juliet Hulme. Il fatto che Anne Perry e Juliet fossero la stessa persona fu rivelato alcuni mesi dopo l’uscita del film.

 

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I miei vuoti pieni – Recensione

i miei vuoti pieni

Titolo: I miei vuoti pieni

Autore: Angela Sammarco

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-818-0

Anno: 2020

Prezzo (Euro): 7

N. Pagine: 56

 

I miei vuoti pieni

Oggi per la mia rubrica di piccole recensioni torno nel mondo della poesia. Il volume che ho scelto per voi ha l’intrigante titolo  I miei vuoti pieni e rappresenta l’esordio letterario, per Tabula Fati, di Angela Sammarco.

Nata a Roma ma abruzzese d’adozione, Angela è da tempo attiva nel mondo dell’arte, dividendosi tra fotografia, danza e poesia, dopo una formazione che l’ha vista viaggiare tra Bologna, Torino e Parigi per studiare teatro, danza e arti circensi.

Il volume può vantare la presentazione di Daniela D’Alimonte, la brava poetessa di cui vi ho già parlato a proposito del suo “Un anno e altri giorni”. Giustamente, è proprio la D’Alimonte a definire la poesia di Angela Sammarco come “una poesia del quotidiano, della normalità”; spesso si parla – si abusa, a volte – della bellezza delle piccole cose, e nelle liriche della Sammarco emerge proprio la ricchezza di quei dettagli che sempre più vanno persi, e che solo l’occhio osservatore del poeta è in grado di cogliere.

“Ieri gli ho fatto spazio sotto l’albero
perché anche lui potesse stare all’ombra,
ma Ernesto ha preferito sorridere sotto
il sole.”

Ernesto

Le liriche sono tratte da “Ernesto”, una delle poesie più lunghe, ritratto di un’umanità che spesso ci scorre sotto gli occhi e sparisce senza lasciare traccia.
Ma la poesia di Angela è anche una poesia di contrasti, a partire dai “vuoti pieni” del titolo; timida e sfacciata allo stesso tempo, l’autrice ci conduce attraverso il suo mondo di contraddizioni, come nella bella “Ansi(a)mare”. Sembra di essere catapultati in una realtà parallela, con episodi dal respiro cinematografico (Anna e Joy), quasi ci si ritrovasse all’interno del favoloso mondo di Amélie, e altri che invece paiono omaggiare la forma canzone, come la stessa “Anna e Joy” o “Nina”:

“Nina cammina in punta di piedi col suo
maglione rosso sgualcito.
È una mela
spaventata.
Il ponte asfaltato è un braccio gigante
che attraversa le strade di Roma e i
sogni.
Nina guarda la stazione grigia e
anziana.
Sembra un film in bianco e nero che
respira.”

Tra un verso e l’altro spuntano citazioni che forse gettano una luce sulle ispirazioni di Angela. La copertina, intanto, raffigura un dipinto di Fantin-Latour, pittore impressionista, che venne utilizzato anche dalla band new wave dei New Order, sorta sulle ceneri dei Joy Division; e proprio alcune atmosfere rimandano a questo gruppo, citato forse anche nel titolo di “Anna e Joy”.
In “Alle sette di sera” pare invece palese nei versi “Anche io voglio vedere le centrali della/ luce elettrica, mischiarmi ai fumi/ verdi e rosa nostri” un tributo a Vasco Brondi, il moderno poeta metropolitano della band alternativa “Le luci della centrale elettrica”.

In conclusione, dopo avervi presentato alcune sillogi poetiche molto classiche, questo “I miei vuoti pieni” di Angela Sammarco rappresenta qualcosa di diverso, quasi come se fossero istantanee di un’emozione messe su carta senza starci troppo a pensare su, con parole scelte accuratamente ma sempre semplici e dirette.

Un affresco immediato ed emozionale che ci dice tanto dell’autrice e del suo ricco universo interiore.

 

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SAN GIOVANNI BATTISTA nella cultura popolare abruzzese – Recensione

San Giovanni Battista

Titolo: SAN GIOVANNI BATTISTA nella cultura popolare abruzzese

Autore: David Ferrante

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

ISBN: 978-88-7475-668-1

Anno: 2018

Prezzo (Euro): 9

N. Pagine: 88

 

SAN GIOVANNI BATTISTA nella cultura popolare abruzzese

Questa volta per la mia rubrica di piccole recensioni torno a fare un’incursione nella saggistica con San Giovanni Battista nella cultura popolare abruzzese di David Ferrante.

Ferrante è da sempre appassionato del folklore abruzzese e il suo esordio letterario nell’ambito delle tradizioni popolari è stato nella raccolta Raccontami L’Abruzzo (Vol 1) con un racconto intitolato “Quando passò la Pandafeche”. Il brano fa riferimento alla megera che secondo l’immaginario abruzzese assale i dormienti e si pone sul loro petto, impedendo di respirare. L’unico modo di contrastarla è porre un sacchetto di fagioli dietro la porta, così la malvagia creatura si distrarrà a contarli e non attaccherà il malcapitato. Nella realtà la Pandafeche è la spiegazione popolare di quella che viene chiamata la “paralisi del sonno”.

In San Giovanni Battista David Ferrante ci fa un excursus su usanze e tradizioni legati al santo, ispirato dai racconti che la nonna gli faceva di bambino. La notte magica tra il 23 e il 24 giugno è correlata a riti di passaggio e all’alternarsi delle stagioni, così importante per la vita contadina. Non dimentichiamo inoltre che molte feste religiose odierne hanno soppiantato antiche celebrazioni pagane, quindi affondano le radici in tempi lontanissimi.

Tutti conosciamo la storia del Battista, dal battesimo di Cristo fino alla decapitazione, e una tradizione legata alla sua morte mi è sembrata particolarmente simbolica. Secondo la leggenda – che rievoca miti greci come quello di Giacinto – del sangue di San Giovanni rimane traccia nel rosso che screzia i petali gialli del fiore di iperico. C’è da aggiungere che secondo il folklore abruzzese le piante raccolte durante la notte prima del 24 giugno hanno straordinarie capacità magiche e servono per scacciare i demoni e togliere il malocchio.

Altra tradizione, tra le tante presenti nel libro, è quella che lega il Battista al comparaggio, un legame spirituale di reciproco sostegno tra due persone. Il laccio invisibile che si ha con lu cumpar o la cummar, per dirla in termini più abruzzesi.

In questo volumetto, impreziosito da “Le acque del Giordano”, componimento poetico di Vito Moretti, troverete storie profondamente  radicate nella nostra regione, quelle delle nostre nonne che non devono essere assolutamente dimenticate.

Il percorso di Ferrante nell’universo del folklore abruzzese ha avuto seguito con l’antologia “L’Ammidia. Storie di Streghe d’Abruzzo”, di cui è stato non solo curatore ma anche uno dei 17 autori.

David gestisce la pagina Facebook Abruzzo Sloword e tiene una rubrica fissa sul settimanale “La Gazzetta di Chieti”.

 

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