Mese: marzo 2020

Il Bazar de la Charité e il sogno infranto della Belle Époque

La Parigi della Belle Époque era permeata dall’entusiasmo per le nuove scoperte scientifiche e per lo straordinario slancio culturale, ma il 4 maggio del 1897 un tragico evento la travolse. Ne fu teatro il Bazar de la Charité.

Moulin Rouge - La Goulue manifesto di Henri de Toulouse-Lautrec del 1891.

Moulin Rouge – La Goulue manifesto di Henri de Toulouse-Lautrec del 1891.

La Parigi di Toulouse-Lautrec

Alla fine del 1800 Parigi era reduce da un lungo periodo di stravolgimenti. A quasi un secolo dalla rivoluzione francese aveva visto alternarsi molteplici forme di governo, passando dal Terrore a quella che venne chiamata la Terza Repubblica, alternando periodi  di assolutismo, monarchia e governo del popolo. Quando finalmente fu raggiunta la stabilità politica interna la Francia era stata investita da una terribile crisi economica, la Grande Depressione, che partendo dall’Austria si era propagata a macchia d’olio, arrivando persino in America.

Uscita da questo periodo di stallo, finalmente la Francia entrò in una fase di ripresa, in cui la vita dei cittadini cambiò radicalmente. Parigi era in ascesa anche grazie al grande successo della Torre Eiffel e l’arte, che già aveva dato vita al movimento impressionista, fioriva prepotente.

Era la Parigi di Toulouse-Lautrec, di Manet, del can can e di Apollinaire e i suoi abitanti erano favoriti da straordinarie innovazioni che mutarono il loro quotidiano, come l’elettricità e l’automobile. In questo clima di speranza fu proprio l’errato utilizzo di una neonata tecnologia a provocare una tragedia.

Il Bazar de la Charité

Il Bazar de la Charité

Il Bazar de la Charité

C’era un’atmosfera festosa quel pomeriggio, nell’ampio capannone di legno decorato in stile medioevale con stoffe e cartapesta. L’edificio, di circa mille metri quadri, era stato suddiviso in tre navate grazie a dei banconi. A completare l’arredamento c’erano una loggia per gli uffici, un salottino per le donne e un ricco e appetitoso buffet. Infine, affacciata verso l’ampio cortile posteriore c’era una stanza senza finestre deputata all’attrazione più grande: il cinematografo.

Era lì che quell’anno si teneva il “Bazar de la Charité”, una fiera di beneficenza nata nel 1885 che vedeva la partecipazione dei cittadini – e soprattutto delle cittadine – più ricche della città. Tra le ospiti sicuramente la più illustre era Sofia Carlotta di Baviera, sorella di Sissi, che, pur essendo ancora sposata con duca di d’Alencon, da alcuni anni si era unita ad un ordine monastico. Col nome di Suor Maddalena aveva cominciato a dedicarsi a opere di bene. Insieme a lei c’erano più di 800 persone, in larga maggioranza donne, quando il fumo e il fuoco invasero il salone.

Sofia Carlotta di Baviera

Sofia Carlotta di Baviera

La folla in preda al panico si lanciò verso le due uscite, ma non c’era spazio per tutti e a poco valse il pur tempestivo intervento dei vigili del fuoco. Il grande capannone arse velocemente, portandosi via la vita di 126 persone e lasciandone centinaia ferite e ustionate. Sofia Carlotta di Baviera scelse di far fuggire prima i più giovani e di lasciare la stanza solo quando gli altri fossero stati in salvo, ma non uscì mai da quell’inferno di fuoco. Morì abbracciata alla viscontessa de Beauchamp.

“Che cosa hanno fatto gli uomini?”

Fu questa la domanda che si pose Caroline Remy, giornalista nota sotto lo pseudonimo di Severine, all’indomani della tragedia. Tra le 126 vittime c’erano solo 5 uomini e questo – scriveva Caroline – non era dettato solo dal fatto che fossero presenti in numero minore. Le sue fonti sostenevano che gli aristocratici si fossero fatti largo a colpi di spinte e di bastone, calpestando le donne più lente nei loro abiti ingombranti. Al loro contrario, operai, cuochi e garzoni avevano fatto di tutto per salvare quanta più gente possibile. Circa cinquanta persone erano state tratte in salvo dai lavoranti di una tipografia vicina e oltre centocinquanta dal personale dell’albergo confinante, L’Hôtel du Palais.

Prima pagina di "Le Petit Journal"

Prima pagina di “Le Petit Journal”

Le cause dell’incendio

Mancavano poco alle 16.15 quando la lampada in dotazione al proiezionista, monsieur Bellac, si spense. La stanza in cui si trovavano era priva di finestre e la pesante tenda che li separava dagli spettatori non lasciava certo filtrare molta aria.

Allora come fonte di luce “portatile” non si usava l’elettricità, ma un sistema ad etere-ossigeno, per di più le pellicole erano di celluloide e fortemente infiammabili. In una stanza chiusa e satura di vapori sarebbe bastata una scintilla per provocare un terribile incendio

Quando Bellac chiese al suo assistente di fargli luce, questi, ignaro della pericolosità, accese un fiammifero e il fuoco divampò in pochi istanti e raggiunse velocemente il tetto e i drappi di stoffa che ornavano il salone il principale. Solo quando il Bazar de la Charité fu completamente distrutto le fiamme si estinsero.

Cappella di Nostra Signora della Consolazione

Cappella di Nostra Signora della Consolazione

I corpi rinvenuti furono per larga parte irriconoscibili e identificati non solo grazie agli effetti personali, ma anche alle impronte dei denti. Erano state poste le basi per l’odontoiatria forense.

Alle vittime fu dedicata la costruzione dell Cappella di Nostra Signora della Consolazione, fatta edificare proprio sul luogo della tragedia.

Nel 2019 su Netflix ha debuttato una miniserie francese che ha come teatro proprio il rogo del Bazar de la Charité, il cui inglorioso titolo italiano è Destini in Fiamme.

 

Scopri le altre  curiosità

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Scopri le donne pioniere

Saffo

Frida Kahlo

Tamara de Lempicka

Eleonora di Arborea

Matilde Serao

Artemisia Gentileschi

Svetlana Savickaja e Kathryn Sullivan

Lavinia Fontana

Calamity Jane

Lola Di Stefano

Simone Veil

Katharine Hepburn

Evelyn Hooker

Nilde Iotti

Maria de’ Medici

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Franca Rame

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Mata Hari

Jacqueline Kennedy

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Elisabetta I

Grazia Deledda

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

 

Scopri le  Donne Killer

Lavinia Fisher

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

Erzsébet Báthory

Eleonora Di Arborea e La Carta De Logu

Seicento anni prima della promulgazione della nostra bella costituzione, in Sardegna era stato vergato un codice di leggi straordinariamente moderno e illuminato. Si chiamava Carta de Logu e doveva moltissimo alla lungimiranza di una donna: Eleonora di Arborea.

Arborea a i tempi di Mariano IV

Al tempo di Eleonora la Sardegna era divisa in 4 parti indipendenti l’una dall’altra conosciute come giudicati: Torres, Arborea, Gallura e Cagliari. Nel 1297 il papa diede un terribile colpo all’autonomia di questi luoghi, donandoli come feudi a Giacomo II, re d’Aragona, e determinando quindi l’inarrestabile sottomissione dell’isola da parte degli spagnoli. Il giudice di Arborea, Mariano IV dei de Serra Bas, non si rassegnò alla sudditanza e si ribellò nel 1353 con lo scopo di riunire tutti i territori sardi e di dar loro dignità di provincia aragonese. I sardi non dovevano diventare dei semplici vassalli.

Nozze di Eleonora d'Arborea e Brancaleone Doria (di Antonio Benini, 1835-1911)

Nozze di Eleonora d’Arborea e Brancaleone Doria (di Antonio Benini, 1835-1911)

La figlia di Mariano era per l’appunto Eleonora, nata a Molins de Rei all’incirca nel 1347, che nell’ottica di combattere la potenza straniera aveva sposato (prima del 1376) Brancaleone Doria, un nobile di origine genovese che possedeva vasti territori in Sardegna.

Mariano era morto nel 1375 e il giudicato di Arborea era passato nelle mani del suo primogenito, Ugone III.

Nel 1382 Eleonora si trasferì a Genova, dove riuscì a legare la famiglia del doge alla sua elargendo un prestito di 4.000 fiorini d’oro. Sul contratto vi era una postilla che stabiliva che Federico, primogenito di Eleonora, avrebbe dovuto sposare la figlia del doge, Bianchina. Le nozze non avvennero mai a causa della prematura morte di Federico, ma questo patto pose comunque le basi per l’alleanza tra la Sardegna e Genova

Giudicessa di Arborea

 

Eleonora di Arborea

Eleonora di Arborea

Nel 1383 Ugone III e la sua unica erede furono assassinati durante una rivolta popolare ad Oristano. Eleonora di Arborea si affrettò a tornare in patria per sedare le ribellione mettere al potere il suo primogenito. Era particolarmente importante che il re di Aragona riconoscesse Federico come successore di Ugone, quindi Brancaleone Doria si recò personalmente a Barcellona per incontrare re Pietro IV. Brancaleone, però, fu arrestato e portato a Cagliari come ostaggio. Sarebbe stato liberato solo nel 1390.

Eleonora non si arrese e non si fece piegare. L’antico rito religioso sardo permetteva alle donne di succedere ai parenti maschi, quindi la donna si dichiarò giudicessa di Arborea e prese il posto di reggente nel nome del figlio minorenne. I villaggi del territorio del giudicato le giurarono presto fedeltà e per Pietro IV fu l’ultima goccia: era guerra.

La giudicessa tuttavia preferiva le vie diplomatiche a quelle belliche e nel 1385 arrivò ad Arborea il rappresentate del trono Aragonese, Pietro IV. Le estenuanti trattative durarono quasi tre anni e videro la conferma di Federico come governante di Arborea. La reggenza venne nominalmente affidata al padre, che era ancora prigioniero, ma de facto il potere era nelle mani di Eleonora.

La Carta de Logu

 

Albero Eradicato del Giudicato di Arborea

Albero Eradicato del Giudicato di Arborea

La donna decise di abbandonare completamente l’autoritarismo del fratello, che gli era per altro costato la vita, e di ispirarsi al governo paterno. Il più notevole apporto di Eleonora di Arborea fu l’aggiornamento della Carta de Logu (carta del luogo), un codice di leggi già promulgato dal padre, con una serie di modifiche che lo misero alla base del concetto di stato di diritto: tutti dovevano conoscere le regole e tutti erano tenuti ad osservarle. Le norme, scritte in lingua logudorese per poter essere comprese da chiunque, mostravano una incredibile modernità, inasprendo ad esempio le pene per chi appiccava incendi e per gli stupratori. La Carta rimase in vigore fino al 1827, quando fu sostituita dal Codice Feliciano.

Ancora guerra

La pace faticosamente costruita non era destinata a durare. Nel 1391 Brancaleone diede il via ad una campagna militare che portò a riunire quasi tutta la Sardegna in unico regno. Gli Aragonesi, inizialmente sconfitti, ebbero però la loro riscossa a causa di un nemico invisibile che minò le difese sarde: la peste.

Negli ultimi anni la giudicessa si ritirò dalla politica e lasciò il governo a Brancaleone e al figlio Mariano, successore di Federico, che tuttavia avrebbero avuto tra loro tremendi dissapori.
Eleonora di Arborea morì nel 1404. Il giudicato passò nelle mani di Mariano, che perì nel 1407 lasciando il potere al suo parente più prossimo, Guglielmo III di Narbona. Dopo alcune pesanti sconfitte subite dal re di Sicilia che rappresentava la corona aragonese, Guglielmo decise di rinunciare ai propri diritti in favore di re Alfonso V il Magnanimo in cambio di 100.000 fiorini d’oro.

Il 17 agosto 1420 moriva il giudicato di Arborea.

Scopri le  curiosità

Giorgio William Vizzardelli, il serial killer quattordicenne

Oetzi, la mummia di Similaun

Giulio Mazzarino, l’abruzzese che dominò la Francia

Halloween: la nascita di una tradizione

La donna barbuta abruzzese

Epifania: le origini della tradizione

San Valentino: com’è nata la festa degli innamorati?

Pasqua: le curiosità che forse non conosci

Natale: dal Sol Invictus alla tradizione cristiana

Scopri le altre donne pioniere

Saffo

Frida Kahlo

Tamara de Lempicka

Eleonora di Arborea

Matilde Serao

Artemisia Gentileschi

Svetlana Savickaja e Kathryn Sullivan

Lavinia Fontana

Calamity Jane

Lola Di Stefano

Simone Veil

Katharine Hepburn

Evelyn Hooker

Nilde Iotti

Maria de’ Medici

Maria Callas

Trotula De Ruggiero

Franca Rame

Costanza D’Avalos

Sabina Santilli

Marlene Dietrich

Mata Hari

Jacqueline Kennedy

Filomena Delli Castelli

Paolina Bonaparte

Elisabetta I

Grazia Deledda

Ada Lovelace

Nettie Stevens

Greta Garbo

Anna Magnani

Marie Curie

Sissi, la vera storia di Elisabetta di Baviera

Agatha Christie, la scrittrice che sparì per dieci giorni

Scopri le  Donne Killer

Erzsébet Báthory

Lavinia Fisher

Leonarda Cianciulli

Aileen Wuornos

 

Visita la nostra area recensioni

 

[Top]

Dentro il bianco – Recensione

Dentro il bianco

Titolo: Dentro il bianco

Autore: Sonia Bucciarelli

Casa editrice: Masciulli Edizioni

Anno: 2018

Genere: thriller

ISBN: 978-88-85515-185

Prezzo (Euro): 15

N. Pagine: 254

Dentro il Bianco

Non è la prima volta che mi trovo a recensire i romanzi di Sonia Bucciarelli, giovane e vulcanica scrittrice originaria di Fara Filiorum Petri (CH), ma ormai da qualche anno cittadina di Ortona, e devo dire che è sempre un piacere.

La Bucciarelli è ormai una veterana del genere thriller e ha esordito nel 2008 con “Scomparsi a Urbino” (trovate la mia recensione qui), proseguendo nel 2014 con “Oltre gli occhi” e nel 2018 proprio con “Dentro il bianco”.

Protagonista indiscussa di tutti e tre i libri è Claudia De Angelis, decisa e volitiva ispettrice di polizia che sotto una ruvida corazza nasconde una sensibilità estrema, pareggiata solo da suo ferreo senso di giustizia. Sarà proprio questa incrollabile fede a condurla, in un momento in cui la sua vita personale ha subito un colpo durissimo, fino a Oxford, dove dovrà indagare come semplice civile.

Mentre Claudia cerca di venire a patti con la scomparsa del compagno, svanito nel nulla come se non fosse mai esistito, riceve una richiesta di soccorso. Ad invocare il suo aiuto è Gaye, una sua vecchia amica: il suo fidanzato Atan è stato assassinato e il suo cadavere è stato rinvenuto nelle gelide acque del fume della città. Le indagini degli inquirenti, frettolose e superficiali, non stanno approdando a nulla di sensato.

Claudia arriva così in una Oxford innevata e intorpidita, in cui il niveo candore non è solo elemento del paesaggio, ma vera e propria metafora dello stato d’animo della protagonista, svuotata e indurita. Diviene il simbolo di un’atarassia da cui Claudia dovrà cercare in ogni modo di riscuotersi perché stavolta si trova a fronteggiare il nemico più pericoloso della sua carriera.

In una estenuante gara del gatto col topo l’ispettrice De Angelis si ritroverà al centro di una orribile spirale di sangue e dovrà mettere a repentaglio la sua vita per riuscire non solo a trovare l’assassino di Atan ma anche per distruggere un’associazione criminale che persegue uno scopo terrificante.

Leggendo “Dentro il bianco” il lettore si ritroverà a vivere un’avventura in cui i momenti al cardiopalma sono sapientemente bilanciati con quelli di alleggerimento e con le digressioni psicologiche, che sono ormai la cifra stilistica di Sonia Bucciarelli. In breve, un romanzo da non perdere.

Sonia Bucciarelli gestisce l’omonima pagina facebook, un sito internet e tiene un corso di scrittura.

Scopri anche…

La nostra area blog 

La nostra area racconti.

Le altre recensioni

Quando Borg posò lo sguardo su Eve

Sotto le scale

Il risveglio di Bruno

La Rajetta

[Top]

La Rajetta – Recensione

La Rajetta

Scheda

Titolo: La Rajetta

Autore: Adriana Comaschi

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2018

Genere: fantasy

ISBN: 978-88-7475-687-2

Prezzo (Euro): 14

N. Pagine: 168

 

La Rajetta

Il mio viaggio nel mondo del fantasy è iniziato tanto tempo fa, quando mi sono trovata per le mani “Il Signore degli anelli” di Tolkien, ed è stato amore a prima vista, ma era da tanto che non mi concedevo un libro di questo genere. Ricominciare con “La Rajetta” è stata davvero un’esperienza piacevole. Adriana è una scrittrice infaticabile, sempre pronta ad accettare nuove sfide e che spazia sapientemente dal giallo al fantasy attraversando il romanzo storico.

Uno dei grandi punti di forza di questo romanzo è l’ambientazione: siamo sulle Dolomiti, in un passato oscuro e primordiale in cui le tribù ladine si contendevano in modo cruento le risorse necessarie per la sopravvivenza e non solo. A dominare la scena ci sono Dolasila, principessa guerriera, resa imbattibile dalla sua magica armatura forgiata dai nani di Latemar, e suo padre Rajes, machiavellico e crudele re dei Fanes, che con la sua smania di potere innescherà una guerra con i popoli vicini.

La corazza non è l’unico prodigioso artefatto tra le mani della bella Dolasila: sul suo elmo brilla la rajetta, una gemma dai poteri antichi e straordinari persa anni addietro da Spina de Mul, stregone pronto a fare di tutto per riconquistarla.

La Comaschi, con la sua scrittura agile  e mai banale, ci trasporta in un racconto in cui la poca realtà storica conosciuta si amalgama con le leggende locali e i più classici stilemi del romanzo fantasy. L’aspetto magico, mai troppo invadente, è dosato con maestria e lascia affascinati e incuriositi. I protagonisti ben caratterizzati, imperfetti e realisticamente umani, spesso ci sorprendono con i loro comportamenti, alcuni con la loro meschinità, altri col proprio eroismo. Altri ancora per gli estremi sacrifici compiuti per amore.

“La rajetta” è un romanzo godibilissimo e un raro esempio nostrano di fantasy ambientato sulle nostre montagne, laddove la storia sconfina prepotente nel mito, che appassionerà sia i cultori di vecchia data che chi si avvicina per la prima volta al mondo del fantastico.

 

Scopri la nostra area blog 

Scopri la nostra area racconti.

Le altre recensioni

Quando Borg posò lo sguardo su Eve

Sotto le scale

Il risveglio di Bruno

[Top]

Il risveglio di bruno – Recensione

Scheda

Titolo: Il risveglio di Bruno

Autore: Gabriele Di Camillo

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: favola/satira

ISBN: 978-88-7475-562-2

Prezzo (Euro): 8

N. Pagine: 80

Il risveglio di Bruno

Il libro di cui vi parlo oggi è “Il risveglio di Bruno” di Gabriele Di Camillo, la curiosa storia di un orso – Bruno, appunto – e del suo risveglio da un lungo letargo.

“Il risveglio di Bruno”, uscito per i tipi di Tabula Fati, è il primo libro di Gabriele Di Camillo. L’opera prima dell’autore giunge dopo tanti anni di teatro, come attore e autore di commedie. Numerose e illustri le collaborazioni: con Sista Bramini, fondatrice del Teatro Natura; Spiro Scimone; Dacia Maraini, che ha voluto regalargli la prefazione e lo scenografo Paolo Cameli, autore invece della copertina.

Da tempo attivo nel settore dell’automotive, Di Camillo ha esordito a teatro con “Lu garzone in fa”, commedia dialettale che gli è valsa premi nazionali e che lo ha incoraggiato a proseguire in quella che era solo una sua passione.

Questo libro è una sorta di punto d’incontro tra Esopo, Trilussa e la commedia dialettale, una sequela di invenzioni e creatività. Nel libro assistiamo al risveglio dal letargo di Bruno, un giovane cucciolo d’orso che appare però un po’ cresciuto; l’animale ha infatti dormito per cent’anni ed è cresciuto senza rendersene conto. Il suo incontro con un camoscio, un cervo e un lupo, darà luogo a situazioni ora esilaranti, ora causa di importanti riflessioni, e a una sorta di pausa nel tipico meccanismo cacciatore-preda.

Lo stile dell’autore ambisce a tracciare una netta differenza con i suoi precedenti teatrali, privilegiando ampie descrizioni ambientali, alternate agli efficaci dialoghi tra i vari animali.

A metà tra favola e satira sociale, “Il risveglio di Bruno” edito da Tabula Fati mira a divertire un pubblico soprattutto giovane, ma non solo; le argute riflessioni di Di Camillo mettono infatti in luce molti aspetti rilevanti del nostro modo di vivere, non sempre lusinghieri, suggerendo una serie di riflessioni.

 

Scopri la nostra area blog 

Scopri la nostra area racconti.

Le altre recensioni

Quando Borg posò lo sguardo su Eve

Sotto le scale

[Top]

Sotto le scale – Recensione

sotto le scale

Scheda

Titolo: Sotto le scale

Autore: Manuela Toto

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: poesia

ISBN: 9788874757091

Prezzo (Euro): 9

N. Pagine: 93

Sotto le scale

La poesia non è esattamente il terreno su cui mi sento più a mio agio, ma “Sotto le scale” di Manuela Toto mi ha subito conquistata.

Manuela è psicologa e consulente familiare, e sicuramente le sue scelte professionali si riverberano in parte nel suo stile di scrittura, che suscita fin da subito notevole empatia nel lettore. Come descrive anche in un suo componimento, l’amore per la scrittura e la poesia nasce in Manuela fin dalla più tenera età, accompagnandola come una vera necessità per tutta la sua vita. Il suo stile, anche se non si definisce una divoratrice di poesia, mi ha ricordato in alcuni passaggi l’ermetismo denso di pathos di Ungaretti.

La scrittura di Manuela Toto, sebbene sia questa la sua prima raccolta, appare matura e perfettamente compiuta; i temi che si rincorrono tra i versi sono molti e fanno tutti parte delle grandi domande che ognuno di noi si pone. Il tono di voce e il feeling di Manuela è sempre all’insegna della più totale sincerità, quasi come se la poetessa volesse mettere a nudo la sua anima regalandoci un pezzo di sé e del suo percorso di vita.

“Non siamo tutti perfetti, ed è bellissimo!”, sembra dirci l’autrice nelle sue liriche, tracciando una sorta di elogio dell’imperfezione, di quelle piccole debolezze che rendono ognuno di noi unico e irripetibile. L’assenza di giudizio verso chi sbaglia è un’altra prerogativa della Toto, quasi come se Manuela osservasse la sua vita e quella degli altri con un’imparzialità non priva però di pietas umana.

Il femminile, declinato in ogni sua sfumatura, è un altro tema forte in “Sotto le scale”. La maternità, l’energia femminile, l’accoglienza, sono tutte doti marcatamente trattate nel libro della Toto ma senza forzature, ben al di là dei tipici stereotipi.
Il superamento del dolore e la scrittura come catarsi sono altri argomenti che mi hanno colpita in questa preziosa silloge.

Da non dimenticare i numerosi riconoscimenti nazionali ottenuti da “Sotto le scale” e gli altri progetti dell’autrice, a cavallo tra poesia, arte e teatro, come “Monere”.

“Sotto le scale” è un libro che mi sento di consigliare sia agli amanti più smaliziati della scrittura in versi, che a chi vi si approccia per le prime volte.

 

Scopri la nostra area blog 

Scopri la nostra area racconti.

Scopri le altre recensioni

Quando Borg posò lo sguardo su Eve

 

[Top]

Majella Madre

“Majella Madre”, la chiamiamo tutti così in paese.
Alessia si girò per un attimo e sorrise alla nonna, distogliendo lo sguardo dalla finestra. Le piaceva tanto guadare la cima della montagna che si ricopriva sempre più di neve.
“Vuoi sapere com’è nata?”
“Certo!”
“Allora vieni qui vicino a me e te lo racconterò.”
La bimba saltò giù dallo sgabello su cui si era appollaiata e corse dalla nonna. Le si accoccolò accanto e ascoltò attenta mentre l’anziana donna narrava…

Majella Madre

Maja si portò una mano davanti agli occhi per schermarli dalla luce del sole morente. Le era parso di intravedere qualcosa all’orizzonte, ma aveva timore di abbandonarsi alla speranza, da tanti giorni erano in balia delle onde su quella zattera che reggeva a malapena il loro peso. Volse lo sguardo sul figlio che le giaceva accanto. Ermete, il guerriero valoroso, ora era sdraiato al suo fianco in preda ad una violenta febbre, col volto cereo e imperlato di sudore. La tunica che indossava era ancora macchiata di sangue, laddove una lancia nemica gli aveva squarciato il fianco. Maja, dall’alto della volta celeste, aveva assistito alla scena ed era accorsa a portarlo via dal campo di battaglia. Nessuna donna mortale avrebbe potuto salvare Ermete, ma lei non era una donna mortale.

Gran Sasso

Gran Sasso

Osservò ancora  e poté distinguere con chiarezza la sagoma di una città. Pregò Poseidone di farli giungere presto a destinazione e il dio, agitando il suo tridente, inviò delle alte onde che li depositarono dolcemente sulla sabbia tiepida. E così la più bella ninfa tra le Pleiadi, era finalmente giunta nel porto di Orton.

Maja era indicibilmente stanca, ma era infine riuscita a condurre Ermete sul Gran Sasso, unico luogo in cui cresceva l’erba in grado di salvarlo dal veleno che gli stava facendo bruciare il sangue. Nascose il figlio in una grotta, poi si affrettò nei boschi per cercare la piantina, ma si scatenò una terribile nevicata. La ninfa continuò a cercare disperatamente, ma la spessa coltre di neve aveva reso impossibile trovare l’erba medica. Quando tornò nella grotta, per Ermete era troppo tardi. Maja lo pianse per giorni, poi lo seppellì sulla cima della montagna. Il mattino dopo, quando i pastori si svegliarono per radunare le greggi, si trovarono davanti un prodigio: il corpo di Ermete era mutato in un enorme monte, che da allora fu chiamato “Il gigante addormentato”.

Maja, col cuore spezzato, non volle continuare a vivere senza l’amato Ermete e si lasciò andare alla morte. Le Pleiadi, sue sorelle, la adornarono con ricche vesti e  la seppellirono su un imponente massiccio di fronte al Gran Sasso, affinché madre e figlio potessero vegliare l’uno sull’altra per l’eternità.

Da quel giorno la montagna che custodisce il corpo di Maja prese l’aspetto di una donna pietrificata e in suo onore venne chiamata Majella.

Ancora oggi, al soffiare del vento, sulla Majella è possibile ascoltare il lamento di Maja che piange il figlio perduto.

Scopri gli altri racconti

Clara

Il tuo nome sarà Pace

L’invisibile sguardo della morte

Il mistero  della mezzaluna

L’alba di domani

[Top]

Quando Borg posò lo sguardo su Eve – Recensione

Copertina del libro

Scheda

Titolo: Quando Borg posò lo sguardo su Eve

Autore: Annarita Stella Petrino

Casa editrice: Edizioni Tabula Fati

Anno: 2019

Genere: fantascienza

ISBN: 978-8874757626

Prezzo (Euro): 15

N. Pagine: 205

Quando Borg posò lo sguardo su Eve

La fantascienza non è mai stata il mio genere di elezione. Proprio per questo il romanzo “Quando Borg posò lo sguardo su Eve” si è rivelato una piacevolissima sorpresa.

Il libro si apre presentandoci Lilandra Nassir, giovane, bella e piena di vita, a cui sta stretta la prigione dorata in cui è costretta a vivere. Lilandra infatti non è una ragazza qualunque, ma la rampolla di una aristocratica e potentissima famiglia Borg. Chi sono i Borg? Sono esseri umani geneticamente modificati, creati per servire come schiavi i loro realizzatori, che nel corso delle generazioni sono diventati sempre più forti e indipendenti.

La loro rivolta ha completamente ribaltato gli equilibri e gli esseri umani sono diventati creature neglette e sfruttate, però non si sono rassegnati al loro destino. Saranno proprio i focolai di ribellione a sconvolgere la vita di Lilandra e a trascinarla fuori dalle mura protettive della sua villa. Sarà sola, ignara dell’orrore del mondo esterno e impreparata all’ostilità nei suoi confronti. Questo romanzo, che sicuramente rientra nel genere della fantascienza più classica e che strizza l’occhio a George Orwell e a Isaac Asimov, ha tutti gli elementi che possono appassionare i lettori sci-fi, ma non è affatto scontato.

Quelli che appaiono come i più classici cliché di genere vengono reinterpreti attraverso la sensibilità dell’autrice, che ci presenta un modo duro e difficile ma mai privo di speranza per il futuro. Un mondo in cui i ruoli di buoni cattivi non sono affatto definiti come possono sembrare. Un aspetto rimarchevole di questo romanzo è inoltre legato allo sviluppo della protagonista e non solo: Lilandra cresce, si fortifica, impara a destreggiarsi in una realtà avversa e a padroneggiare le sue grandi capacità, rendendo quest’opera ascrivibile anche ai romanzi di formazione.

Senza anticiparvi troppo della trama, “Quando Borg posò lo sguardo su Eve” è una lettura fresca, scorrevole e mai banale, consigliatissima ai fan della fantascienza classica e a chi per la prima volta vuole approcciarsi ad essa.

Annarita Stella Petrino gestisce l’omonima pagina e il blog Petrinoscifi.

 

Scopri la nostra area blog 

Scopri la nostra area racconti.

[Top]