Il mistero della mezzaluna (2005)- Epilogo

Uscita dalla stanza di Michele, andò a rimettere il diario dove l’aveva trovato, poi tornò nella sua camera.

Dafne aveva bisogno di respirare un po’ d’aria fresca, così si affacciò alla finestra, fissando la luna, come un poeta che attende l’ispirazione. Mentre pensava e ripensava le venne in mente un particolare che aveva tralasciato e capì qual era la chiave per arrivare al ritrovamento del misterioso tesoro.

Non fece in tempo a voltarsi per andare da Michele, che sentì due mani afferrarla e gettarla di sotto. Senza sapere come, riuscì ad aggrapparsi miracolosamente al davanzale e a urlare. La fortuna volle che Michele, che aveva la sua stanza adiacente alla sua, la sentisse e venisse a tirarla su. La paura le impediva di respirare e di parlare, riuscì solo a piangere tra le braccia di Michele.

Lui le alzò il viso, le asciugò le lacrime e, guardandola negli occhi, la baciò.

Le disse piano:

“Non puoi lasciarmi adesso, chi mi aiuterebbe nelle indagini? Chi svelerebbe questo insolubile mistero? Forse non potevo scegliere luogo e momento peggiori, ma io ti amo ancora e non intendo perderti di nuovo.”

Lei non rispose, l’espressione dolcissima dei suoi occhi parlava per lei.

Poi finalmente disse sorridendo:

“Non preoccuparti, non intendo essere persa di nuovo.”

Lui la baciò ancora e fu solo dopo lunghi istanti che lei gli parlò di nuovamente del delitto.

“Credo di aver capito dove si trova il fantomatico tesoro.”

Gli mostrò il pendente e lui lo guardò, ma il suo sguardo si spostò all’improvviso su qualcos’altro: a terra c’era l’ennesimo biglietto misterioso, destinato all’ennesimo cadavere, quello di Dafne.

Michele lo raccolse e disse che l’avrebbe portato a Marco, ma lei glielo impedì e gli chiese di andare con lei. Dafne prese una torcia elettrica e andarono nella cripta. La donna andò dritta verso il muro dove c’erano l’iscrizione e la raffigurazione della donna che offriva doni alla luna. E proprio in quella luna incastonò il pendente. Con un rumore si aprì un altro nel muro: entrarono in un’altra piccola stanza e videro un altare posto nel mezzo, su cui erano posati un candelabro ed uno scrigno chiuso. Lo aprirono e dentro trovarono il movente di quei delitti: diamanti, rubini, smeraldi, zaffiri. In quello scrigno c’erano gioielli per milioni di euro e la leggenda era stata creata per proteggerli. A terra videro un candelabro, ammaccato e sporco e da esso partivano delle macchie di sangue che conducevano verso la parete di fondo su cui era incisa un’altra mezza luna. Dafne e Michele presero i diamanti, poi lei riprese il pendente e lo incastonò sul disegno: si aprì un altro passaggio, più basso del precedente, che conduceva attraverso un caminetto ad una stanza tristemente nota, lo studio.

Si ritrovarono nella stanza e finalmente, dopo tanto brancolare nel buio, una piccola luce si era accesa nella mente di Dafne: ora le era chiaro il ruolo che ognuno aveva svolto.

Dafne e Michele decisero di non rivelare a nessuno la loro scoperta: erano ormai le tre di notte e dovevano necessariamente aspettare il giorno seguente.

La mattina dopo Dafne chiamò Michele e scesero insieme nel salone. Nella stanza c’erano già tutti e discutevano nervosamente: non avevano ancora smesso di accusarsi a vicenda.

Dafne interruppe quei discorsi privi di senso e disse:

“Credo sia ora di parlare seriamente degli omicidi. Andiamo per ordine: l’obiettivo principale dell’assassino erano i gioielli contenuti nella cripta, ma degli imprevisti hanno fatto precipitare la situazione ed allora gli é venuta in soccorso la storia della maledizione che lui, o lei, ha sfruttato abilmente.

A questo punto vorrei adesso rivolgere una domanda a due degli ospiti: Luisa, Elisabetta, chi siete in realtà? E chi era Monsieur Verdier, che era francese quanto me? Per favore, non insultate la mia intelligenza mettendovi a mentire.”

Fu Elisabetta a rispondere:

“Tanto vale che dica la verità. Io, mia sorella e nostro fratello Luca, alias il presunto Verdier, avevamo deciso di cercare i diamanti. Io e Luisa studiamo storia dell’arte ed esaminando dei documenti abbiamo scoperto l’esistenza in questo castello di un tesoro perduto. Era tutto troppo preciso e particolareggiato per essere falso, perciò io e mia sorella abbiamo deciso di cercarlo. Nostro fratello, all’ultimo momento, si era rifiutato di partecipare e non capisco perché sia venuto. E’ vero siamo state disoneste, ma non abbiamo ucciso nessuno, ve lo posso giurare.”

Luisa prese la parola:

“Facemmo delle ricerche e scoprimmo che il proprietario del castello era Alberto Dantoni. Quando scoprimmo che la figlia studiava nelle nostra stessa facoltà l’avvicinammo. Un nostro complice ce la descrisse nei minimi dettagli e, sfruttando la sua debolezza, le facemmo credere che le eravamo amiche, che nessun altro l’amava e che doveva vendicarsi.”

Mentre quella donna spregevole parlava Alice si era fatta sempre più pallida, non parlava, non si muoveva, solo le lacrime continuavano a scorrerle sul viso.

Dafne prese il pendente, il diario e i diamanti e li posò lentamente sul tavolo uno alla volta, sotto lo sguardo attonito dei presenti.

Poi lentamente cominciò:

“Ognuno di voi aveva un motivo valido per uccidere Alberto, a causa dei diamanti, solo uno però ha avuto il coraggio, se così lo si può chiamare, di mettere in atto il suo diabolico piano. Così ha pensato bene di ispirarsi ad una leggenda, che era stata creata con l’intento di tenere lontani gli estranei dai gioielli. Probabilmente l’assassino ha dato appuntamento ad Alberto nel passaggio che conduce alla cripta con una scusa qualsiasi e poi ha deciso di costringerlo a rivelare il nascondiglio delle pietre, sotto la minaccia di un pugnale. Alberto in questo diario diceva di non saperlo, ma voleva solo proteggere il segreto del castello. Per salvarsi ha raccontato la storia del passaggio segreto, ma l’assassino ha voluto eliminate uno scomodo testimone. Dopo essersi fatto consegnare il pendente ha ucciso Alberto e ha seguito le indicazioni per arrivare nella seconda cripta dove ha trovato i preziosi ed ha deciso che li avrebbe presi in un momento più propizio. Ha aperto con il pendente l’altra parete pensando che lo studio fosse vuoto, ma Carlo disgraziatamente era appena entrato. Si sarà meravigliato non poco di vedere la parete dietro il caminetto che si apriva e sicuramente avrà cercato di entrare nel passaggio, dato che il caminetto era spento. Alberto, infatti, conoscendo il segreto del passaggio, teneva sempre spento quel camino o avrebbe rischiato di riempire di fumo il passaggio. Ecco perché non capivo come mai a metà ottobre, con un freddo del genere e in una costruzione dove non c’é riscaldamento, il camino stranamente non fosse acceso. Ma torniamo a noi. Il nostro uomo, o donna, non ha perso tempo: ha preso uno dei candelabri ed ha colpito Carlo alla testa. Poi, assicuratosi che non arrivasse nessuno, ha messo a posto il candelabro, ha trascinato il corpo senza vita nello studio, ha chiuso il passaggio e, pensando bene di sfruttare la leggenda, ha colpito di nuovo e nello stesso punto il cadavere con l’attizzatoio. Ha pulito le tracce di sangue lasciate sul caminetto, ma non si è minimamente preoccupato di pulire le altre all’interno della cripta, in quanto era convinto che nessuno avrebbe mai scoperto quel passaggio. Ma per fare una messinscena a regola d’arte si è procurato subito un biglietto su cui Marco, il suo complice, scrisse frasi sulla maledizione. Stava andando tutto per il meglio, quando arrivò lo strano signor Verdier, che propose al nostro killer di dividere la refurtiva. In un primo momento l’assassino gli fece credere di accettare e lo accompagnò nella cripta con la promessa di mostrargli il passaggio, ma una volta arrivati lì, volendo tenere tutto per sé, lo accoltellò. Voi ora vi starete chiedendo perché il falso Verdier non mi abbia rivelato in punto di morte il nome del colpevole e mi abbia invece detto uno di quegli stupidi e strani messaggi sulla luna. Nonostante tutto ha voluto proteggere una delle persone che amava di più al mondo: sua sorella, vero Elisabetta? Non puoi negare l’evidenza, come non può negarla Marco, che era d’accordo con te e che decifrava i biglietti per il semplice motivo che era lui a scriverli. Ma lui non avrebbe mai avuto il coraggio di uccidere qualcuno ed ha lasciato questo compito a te. Poi sareste fuggiti insieme e vi sareste goduti i soldi ricavati dalla vendita dei diamanti. Avreste così estromesso anche Luisa e Alice dalla divisione. Ma loro non c’entrano, volevano soltanto una parte del bottino e d’altronde l’omicidio nel vostro piano non era previsto. Alice non avrebbe mai permesso che si facesse del male a suo padre e a suo fratello, voleva soltanto dar loro una piccola “lezione”. E tu Elisabetta le avevi promesso questo. Ingegnoso!  Assicurarti la preziosa collaborazione di un membro della famiglia Dantoni e poi tradire tutti, compresi i tuoi fratelli. Il piano era perfetto, peccato che tu abbia involontariamente compiuto due errori: il primo é stato quello di non accorgersi di aver perso il pendente, ma é il secondo che mi ha insospettita maggiormente. La sera in cui Alice accusò Chiara, tu affermasti che questa aveva usato un candelabro per commettere l’omicidio, ma tutti credevamo che Carlo fosse stato assassinato con l’attizzatoio e solo il vero omicida poteva conoscere questo particolare!”

Elisabetta la guardò con freddezza ed estrasse una pistola dalla tasca:

“Bene, suppongo che negare non serva. Si, è andata proprio come hai detto, ma non ho la benché minima intenzione di finire in galera. Marco, coraggio, prendi i gioielli e vieni vicino a me.”

L’uomo obbedì prontamente, poi la donna continuò:

“Visto che ormai ha smesso di piovere da un po’, credo che potremo partire tranquillamente in macchina e …”

Improvvisamente si irrigidì e tacque. Alle sue spalle la sorella, puntandole un coltello contro il fianco, le sibilò:

“Da’ quella pistola a Dafne.”

“Non essere stupida Luisa, se mi lasci andare avrai anche tu la tua parte.”

“Dalle quella pistola.” Ripeté la donna.

“Non mi ucciderai, non ne avrai il coraggio.”

“Avrò lo stesso coraggio che hai avuto tu quando hai ucciso nostro fratello! Dai a Dafne la pistola, è l’ultima volta che te lo dico!”

Dal suo tono Elisabetta capì che la sorella l’avrebbe uccisa e abbassò la mano in cui stringeva l’arma.

Dafne si affrettò a disarmarla e stava per chiedere a Michele di trovare qualcosa per legare i due complici quando il momentaneo silenzio fu interrotto dalla sirena della volante della polizia che si avvicinava. Quella mattina il telefono aveva ripreso a funzionare e Dafne era riuscita ad avvertire le autorità. All’arresto di Elisabetta e Marco seguì un rapido processo, che si concluse con la condanna di entrambi. I drammatici eventi di quei giorni avevano in qualche modo segnato e cambiato coloro che vi erano stati coinvolti, ma nessuno avrebbe sofferto come Alice, che si sentiva responsabile della morte del padre e del fratello. Ogni notte, per tutta la vita, avrebbe ricordato i loro volti lividi chiedendo perdono al cielo.

 

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