Il mistero della mezzaluna (2005)- Parte III

Quella mattina Dafne si alzò presto. Per il corridoio incontrò la signora Lucia, la governante, che era allarmatissima e le chiese cosa stesse succedendo.

“Vicecommissario, le strade qui intorno sono tutte bloccate per la pioggia e poi si sono interrotte anche le linee telefoniche.”

“Siamo in montagna e siamo in autunno. Per di più piove e c’è vento, sono cose che succedono. Vedrà che ripristineranno tutto al più presto.”

“Non so perché, ma non mi sento tranquilla.”

Dafne tentò ancora di tranquillizzarla:

“Non c’é motivo di preoccuparsi.”

La donna non parve molto convinta, ma annuì e poi si allontanò.

Dafne scese in cucina, ma la stanza era vuota. Un rumore la fece sobbalzare.

“Scusa Dafne, non volevo spaventarti!”

“Santo cielo Michele, mi hai fatto prendere un colpo! Non si arriva così alle spalle di una persona!”

Lui stava per ribattere, ma un grido lo interruppe.

I due accorsero nello studio e si trovarono davanti un orrendo spettacolo: Carlo giaceva a terra in un lago di sangue. Al suo fianco c’erano l’attizzatoio insanguinato e Alice in lacrime. Il grido aveva svegliato tutti ed é impossibile descrivere ciò che accadde. Per riportare la calma Dafne fece uscire tutti tranne Michele e Marco, poi si avvicinò al cadavere e lo esaminò:

“E’ freddo, quindi é già morto da alcune ore e il suo orologio segna le 22.40, presumibilmente è l’ora della morte, ma senza un’autopsia non possiamo esserne sicuri.”

“Dobbiamo chiamare la polizia!” disse Michele.

“Ma la signora Lucia- lo contraddisse Dafne – mi ha detto che tutte le vie di comunicazione sono interrotte e poi……”

Un’idea tanto sciocca quanto terribile le stava attraversando la mente e mandò Marco a cercare Alberto, dato che nessuno lo aveva visto. Poi lei e Michele chiusero a chiave la stanza e scesero nel salone, dove regnava un silenzio interrotto soltanto dai singhiozzi di Giovanna e dalle preghiere della signora Lucia, che disse di aver avuto il presentimento che sarebbe successo qualcosa di terribile.

“Non c’é nessun fantasma, c’é solo un assassino e, anche se non voglio sembrare melodrammatica, sono costretta a dirvi che è uno di voi.” Disse Dafne con calma.

Luisa obbiettò che anche lei era tra i sospettati e che essere un poliziotto non la rendeva al di sopra di ogni sospetto.

“Io e Dafne a quell’ora eravamo chiusi nella cripta- precisò Michele –e questo ci scagiona automaticamente.”

In quel momento Marco rientrò e disse:

“Fuori non c’é traccia di Alberto. Deve essere per forza all’interno del castello.”

“Dividiamoci- disse Dafne decisa – voi cercate al secondo piano, io e Michele andremo al primo.”

Mentre cercavano, Dafne notò che una delle pareti mobili del corridoio era semiaperta. Da lì, attraverso una lunga scalinata, si arrivava direttamente alla cripta. La spalancò e rimase immobilizzata: Alberto era riverso davanti ai suoi occhi con la gola tagliata. Stringeva fra le mani un biglietto su cui era vergata una scritta. I caratteri non erano indecifrabili come narrava la leggenda e Dafne, pur non conoscendo la lingua, si rese subito conto che si trattava di greco antico. Rimaneva comunque un problema di non poco conto: c’era al castello qualcuno in grado di tradurlo? Chiamò Michele, che arrivò subito e rimase pietrificato di fronte al corpo esanime di quello che era stato un suo amico.

In silenzio si fece il segno della croce, poi le disse soltanto:

“Andiamo, dobbiamo avvertire gli altri.”

Tornati nel salone, riferirono a tutti l’accaduto e alle iniziali scene di panico e disperazione, seguì un silenzio di tomba: ognuno sospettava dell’altro.

Dafne e Michele chiesero a tutti di chiudersi nelle proprie stanze, poi si recarono verso la porta mobile dove c’era ancora il cadavere di Alberto, per cercare qualunque cosa potesse condurli al colpevole. Ma oltre al biglietto non trovarono niente, allora decisero allora di tornare nello studio. Dafne andò a prendere la macchina fotografica in camera sua e poi raggiunse Michele. Dopo aver fotografato la macabra scena, per consegnare le foto come prova alla polizia, cominciarono a perquisire la stanza. Sembrava tutto a posto e non mancava niente. Lo sapevamo con certezza poiché Michele era stato al castello un’infinità di volte, eppure c’era qualcosa che insospettiva Dafne.

Non sapeva esattamente cosa fosse, ma continuava ad avere davanti agli occhi la scena vista appena entrata nello studio: Carlo che giaceva a terra col cranio fracassato e con lo stupore dipinto sul volto esangue, il camino spento, il tappeto intriso di sangue.

Ora però bisognava risolvere un altro problema: dove sistemare i due cadaveri? Dopo un breve scambio di opinioni decisero di portarli entrambi nella cantina, dove il freddo avrebbe senz’altro ritardato la decomposizione. Dopo aver sistemato i corpi con l’aiuto di Marco, Michele tornò da Dafne, che lo aspettava nella propria stanza. Non appena entrato le disse:

“L’unica cosa da fare é ricostruire tutti i movimenti di Alberto e Carlo, da ieri pomeriggio fino al momento dei delitti, e scoprire dov’erano gli altri in quel periodo di tempo.”

“Credo di doverti dire una cosa Michele – intervenne Dafne – a quanto pare é stata Giovanna a chiuderci nella cripta.”

“Cosa? E tu come lo sai?”

“Alice me lo detto involontariamente, ma credo, anzi spero, che sia solo una coincidenza.”

“Lo spero anch’io!”

Michele era furioso quanto Dafne.

“Aspettiamo domani per interrogarli, siamo tutti stremati- consigliò lei – E, francamente, sono a pezzi anch’io: ho visto decine e decine di cadaveri, ma vedere un tuo amico barbaramente assassinato è una cosa che ti distrugge.”

La voce di lei era incrinata dal dolore e Michele le cinse le spalle con un braccio per consolarla. La capiva benissimo: anche lui voleva bene ad Alberto e a Carlo e si sentiva come trascinato dalla marea degli eventi.

A cena erano tutti presenti, ma in verità pochi toccarono cibo. Prima che i presenti si alzassero da tavola Alice recitò una preghiera per il padre ed il fratello.

La pioggia cadeva fitta ed il castello aveva un’aria più cupa del solito.

Terminata la preghiera Alice cambiò improvvisamente tono e, puntando il dito contro Chiara disse con durezza:

“Sei stata tu a rovinare la mia famiglia, ne sono certa! Sei soltanto un’assassina, e tutto solo perché non ti hanno voluto accontentare!”

Marco le intimò di tacere.

E’ impossibile descrivere ciò che accadde: chi urlava, chi piangeva. Luisa urlò che Alice era impazzita, Barbara che Chiara era l’omicida, Marco che le accuse erano infondate, Elisabetta che Chiara aveva colpito il nipote col candelabro, Chiara che era innocente.

Alla fine la voce di Dafne sovrastò le altre:

“Tacete! Qui sono morte due persone che amavamo e voi pensate solo ad accusarvi!”

A quel punto Michele intervenne:

“Credo che io e Dafne dovremmo parlare in privato con Chiara e Alice.”

Mentre si alzava, Dafne osservò Giovanna: l’aria arrogante era scomparsa e il suo viso era rigato dal pianto. La donna non poteva fare a meno di collegarla in qualche modo alla tragedia, eppure sembrava sinceramente addolorata.

Dafne, Michele, Alice e Chiara andarono nel salone. Le due donne si fulminavano con lo sguardo mentre si sedevano.

“Alice, ti spiace spiegarci il motivo della tua scenata?” chiese Dafne.

“La mattina della gita, prima di visitare il castello, lei ha incontrato papà e Carlo in quel maledetto studio. Quando sono arrivata li ho sentiti litigare. Chiara pretendeva qualcosa e loro rispondevano che non avrebbe avuto niente. Poi lei ha giurato che si sarebbe vendicata ed é uscita come una furia dirigendosi in sala.”

Michele guardò Chiara aria interrogativa e lei disse con calma.

“E’ vero che ho litigato con Alberto e Carlo, sarebbe inutile negarlo, ma non li ho uccisi io.”

“Perché litigavate?”

“Non vi dirò niente, però posso dimostrare di essere innocente.”

Così dicendo sfilò il guanto destro e mostrò una profonda ferita sulla mano.

“Questa me la sono fatta ieri pomeriggio cadendo e non avrei potuto assolutamente impugnare qualcosa. Come avrete notato ho mangiato con la sinistra.”

“Potresti essere benissimo in grado di usare anche la sinistra.” Insinuò Michele.

“Ma non lo sono e pretendo che questa pazza ritiri le sue accuse!”

Ma Alice si alzò e, impassibile, disse che sarebbe andata a riposare.

Subito dopo anche Chiara si allontanò.

Michele stava per dire qualcosa a Dafne, quando un grido le gelò il sangue: cosa diavolo poteva essere successo ancora? Raggiunsero frettolosamente la cucina e trovarono la signora Lucia a terra svenuta, mentre uno sconosciuto tentava di rianimarla.

Michele gridò:

“Chi é lei? Cosa vuole?”

L’uomo si alzò in piedi tremando come una foglia e disse:

“Escusez-moi. Je m’appelle Martin Verdier et je suis français.”

Né Dafne né Michele capirono una parola, ma, compreso che lo sconosciuto parlava francese, l’uomo andò a chiamare Luisa, che aveva precedentemente raccontato loro di conoscere bene la lingua. Quando Luisa vide l’uomo quasi impallidì, poi parlò con lui. Infine disse a Dafne e Michele:

“Quest’uomo é un francese di nome Martin Verdier. Dice che é stato sorpreso dalla tempesta e si è riparato tra le rovine. Era venuto qui per chiedere ospitalità, ma la governante, non appena lo ha visto é svenuta.”

La situazione si stava complicando ulteriormente.

“Digli che se vuole rimanere qui, dovrà essere chiuso a chiave in una stanza e spiegagli il perché.” disse Michele.

Luisa fece come Michele aveva detto, poi avvertirono gli altri che accettarono la situazione senza contestare. Erano troppo stanchi persino per quello.

Quella sera Dafne ripensò a tutto ciò che stava accadendo e me ne chiedevo il perché. Perché il litigio con Chiara? Perché Luisa era turbata dall’arrivo di Verdier? Perché Giovanna li aveva chiusi nella cripta? Perché due uomini erano stati uccisi? Perché l’assassino si ispirava a quella leggenda? E soprattutto chi diavolo era l’assassino?

In quella fredda notte di ottobre Dafne si rigirava nel letto ponendosi mille domande e non trovando alcuna risposta.

Il mattino dopo Dafne si alzò presto. Sapeva che sarebbe stata una giornata terribile e che gli interrogatori sarebbero stati estenuanti, ma in fondo stava solo per fare il suo lavoro. Si recò da Michele e decisero di iniziare gli interrogatori alle 10.00 in punto, inoltre Michele le disse che Marco aveva studiato lingue antiche e che si era offerto di decifrare il misterioso biglietto.

Alle 10.00 in punto erano tutti nel salone, tutti eccetto Verdier.

Michele consegnò il biglietto a Marco, il quale gli disse

“Per fortuna ricordo ancora bene il greco, non ci metterò molto a decifrarlo.”

Poi l’inquisizione iniziò. La prima fu Giovanna.

Dafne si limitò a porle una sola domanda:

“Perché ci hai chiusi nella cripta il giorno della gita?”

“Così lo sapete. Non li ho uccisi io, io amavo Carlo. Era solo uno stupido scherzo, credimi. L’idea è venuta a Carlo quando ha visto il tuo orecchino cadere, io non ero d’accordo. Lui pensava che se foste rimasti un po’ da soli avreste potuto chiarirvi e magari ricominciare…Lo so, è stato stupido, ma lui ci teneva e io l’ho accontentato.”

Per la prima volta nella sua vita Dafne era seriamente in imbarazzo, ma Michele la tolse d’impaccio chiedendo a Giovanna:

“Dov’eri tra le 22.30 e le 23.00?”

“In camera mia, sola. Carlo mi aveva detto che sarebbe venuto a letto tardi perché doveva parlare col padre.”

A quel punto accadde un imprevisto: Chiara entrò e comunicò ai tre che nessuno aveva intenzione di farsi interrogare. Incredibile!

Ormai Dafne e Michele potevamo soltanto fare due chiacchiere con il misterioso Monsieur Verdier. Così si recarono nella sua stanza insieme a Luisa, che fungeva da interprete.

Li attendeva una nuova sgradita sorpresa: la porta era spalancata e la stanza era vuota. Michele avvertì gli altri e cominciò a cercare il fantomatico signor Verdier insieme a Dafne. In tutto il castello non c’era traccia dell’uomo. L’istinto allora suggerì a Dafne di recarsi nella cripta: Verdier giaceva riverso a terra, con un pugnale conficcato nel petto fino all’impugnatura. Dafne si avvicinò e si accorse che era ancora vivo. Riuscì appena a sussurrarle queste parole:

“Il giorno della luna si è compiuto, la maledizione è vicina.” Poi spirò tra le sue braccia.

Dafne vide che tra le mani stringeva un pendente d’argento a forma di mezza luna e lo raccolse. Di colpo si resi conto che Verdier aveva parlato in italiano, quindi conosceva la lingua perfettamente!

La ragazza raccolse da terra l’ennesimo biglietto lasciato accanto al corpo, poi si alzò, tornò nel salone e, una volta chiamati tutti gli altri, annunciò la macabra scoperta. Lo stupore di Marco fu immenso: le parole pronunciate in punto di morte da Verdier erano le stesse del primo biglietto. A quel punto la paura ebbe il sopravvento e nessuno ebbe il coraggio di parlare. Ormai tutti erano convinti che la maledizione esistesse, tutti tranne Dafne e Michele.

La triste riunione fu interrotta per pranzare e subito dopo Dafne, Michele e Marco, che doveva portare a termine la traduzione dei vari biglietti, rimasero da soli nel salone. Dopo poche decine di minuti di attesa, scoprirono finalmente il significato del secondo biglietto:

“Finalmente ecco la mia luna, la vendetta é arrivata e nessuno si salverà.”

“Questi stupidi biglietti mi hanno stancata. Ma come si fa a credere ad una maledizione? Cosa potrà avere a che fare una luna con degli omicidi? E’ assurdo.” chiese Dafne più a se stessa che ad altri.

Michele consigliò a Marco di non rivelare agli altri il contenuto del messaggio, al fine di evitare inutili scene di isterismo collettivo.

Dafne non avevo più la forza di continuare a riflettere e decise di andare in camera sua per riposare, ma lungo la strada accadde qualcosa di imprevisto.

Mentre passava davanti alla camera di Luisa, il ciondolo che aveva preso al presunto francese e che fino ad allora aveva insistentemente rigirato tra le mani, le cadde. Si chinò per raccoglierlo ed involontariamente ascoltò un’interessante conversazione:

“Luisa, io ho paura, ci sono già stati tre morti. Dobbiamo andarcene finché siamo in tempo.”

“Stai calma Elisabetta, prima di scappare dobbiamo riuscire a trovare quel maledetto diario, sono sicura che la risposta e lì.”

“Il problema é risolto – disse Alice – l’ho trovato io, anche se non l’ho ancora letto. E’ al sicuro nel cassetto di mio padre e nessuno lo troverà, perché ormai non c’é più nessuno che sa della sua esistenza.”

Luisa intervenne:

“Adesso dobbiamo sbrigarci a trovarli, evidentemente qualcun altro conosce il segreto e sta uccidendo per arrivarci.”

Dafne aveva sentito abbastanza. Corse nella camera di Alberto e cominciò a frugare nei cassetti del suo comodino, cercando di non fare troppo disordine. Finalmente trovò il diario, se lo mise in tasca e, sollevata dal fatto di non essere stata scoperta, corse in camera di Michele e gli mostrò l’interessante scoperta.

Cominciarono subito ad esaminare il contenuto del diario.

In quelle pagine era riportata tutta la storia della vita di Alberto, ma la parte più importante era sicuramente contenuta nell’ultima, datata il giorno precedente.

“ Ho paura. Credevo che dare questa festa mi avrebbe permesso di chiarirmi con le persone che mi stanno accanto, ma ho commesso un errore e mi sono messo in trappola con le mie mani. Sanno tutti che in questo castello è nascosto qualcosa di prezioso e temo che sarebbero in grado di farmi del male per ottenerlo. L’unica cosa che mi tranquillizza è la presenza di Carlo, Dafne e Michele, domani stesso dovrò avvertirli di quello che sta succedendo.”

Dafne e Michele si guardarono per un attimo, poi continuarono a leggere.

“ Mio Dio, sono stato così sciocco da circondarmi di un nugolo di serpi! Giovanna ha sposato mio figlio solo per il suo denaro e tra lei e l’eredità ci siamo solo io, Carlo e Alice. Barbara ha sempre desiderato avere carta bianca nelle decisioni riguardanti la nostra società e so che anche lei cerca disperatamente ciò che è nascosto qui. Marco e Chiara sono indebitati fino al collo e ce l’hanno con me perché ho rifiutato loro un prestito. Anche Alice vuole il “tesoro” a tutti i costi, persino mia figlia mi ha tradito! Crede che la sua famiglia non l’ami, ma si sbaglia, lei è sempre stata e sarà sempre il mio angelo. Spero di riuscire a risolvere la faccenda entro domani sera e …”

La pagina finiva lì, probabilmente qualcuno lo aveva interrotto.

Dafne e Michele si guardarono increduli, ma erano troppo stanchi per discutere.

Nell’uscire gli disse solo:

“Indagheremo domattina.”

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