Il mistero della mezzaluna (2005)- Parte I

Finalmente dopo ore di autostrada e stradicciole di montagna Dafne era arrivata. Era stata a lungo indecisa se accettare l’invito, soprattutto perché sarebbe dovuta andare sola. In qualsiasi altro caso Claudio, che era per lei non solo un collega, ma il più caro degli amici, l’avrebbe accompagnata, ma stavolta non era il caso.  Ripassò mentalmente il messaggio che aveva trovato sulla segreteria telefonica:

“Mia cara Dafne, tra pochi giorni mio padre compirà 60 anni e ha deciso di dare una piccola festa. Si è recentemente regalato uno splendido maniero del trecento sulle nostre belle montagne ed è lì che ha intenzione di portare gli invitati. Spero che tu possa esserci, richiamami e fammi sapere, a presto, Alice.”

Dafne e Alice si erano conosciute quattro anni prima, quando Alice frequentava l’ultimo anno di liceo. Un giorno, dopo essere uscita da scuola, era scomparsa e le indagini erano state affidate a Dafne, vicecommissario di polizia, e al suo collega, l’ispettore Claudio del Santo. Poiché il padre di Alice, Alberto Dantoni, era un uomo ricchissimo, era subito parsa ovvia la pista del rapimento. Dafne e Claudio erano stati davvero in gamba e molto fortunati ed erano riusciti a liberarla nel giro di settantadue ore. Da quel momento la famiglia Dantoni aveva giurato eterna amicizia ai due poliziotti e aveva mantenuto il suo giuramento, per lo meno per quanto la riguardava. Con Claudio era andata diversamente: Alice se ne era infatuata, ma era stata respinta, e da quel giorno aveva preso ad odiarlo.

La situazione non la metteva a proprio agio, ma la tentazione di visitare dall’interno un maniero di settecento anni era stata più forte e ora che si ritrovava la costruzione davanti, era sempre più convinta della sua scelta: il castello, quasi intatto, sembrava uscito da un romanzo gotico ed era splendido e inquietante nella foschia tipica dell’autunno inoltrato. Mentre parcheggiava si accorse che Alberto la stava aspettando sulla porta. Scese dalla macchina e si avviò verso di lui.

“Ciao Dafne, benvenuta! Coraggio entra, qui si gela!”

“Su questo devo darti ragione, ma vale la pena di prendere un po’ di freddo in cambio di un simile spettacolo.”

“E non hai ancor visto l’interno!”

Dafne entrò nell’ampio ingresso e rimase abbagliata dal lusso che la circondava. Sarebbe rimasta per ore incantata ad osservare l’antico salone, ma una voce che la chiamava la riscosse: Alice, la figlia di Alberto, le venne incontro e, abbracciandola e baciandola sulle guance, le disse:

“Ciao Dafne, come va?”

“Tutto bene e tu?”

“Non c’è male, ora frequento una facoltà interessante e ho dei nuovi amici. Due di loro sono qui e non vedo l’ora di presentartele…”

Una voce maschile la interruppe:

“Dafne, sei arrivata finalmente!”

Dafne si voltò e vide alle sue spalle Carlo e Giovanna, rispettivamente figlio e nuora di Alberto. L’uomo la salutò calorosamente, ma la donna non fece altrettanto: era di una freddezza che gelava il sangue. A Dafne non era mai piaciuta: Giovanna era arrogante, profondamente sciocca e di natura cattiva, aveva spesso ferito le altre persone del tutto gratuitamente e la sua vittima preferita era la povera Alice. Con lei Giovanna aveva avuto gioco facile: Alice era molto fragile e si sentiva sempre inferiore agli altri. Inoltre era stato pateticamente ovvio che avesse sposato Carlo solo per il suo denaro. Dafne li salutò entrambi e poi tornò a parlare con Alice che era stata raggiunta da due ragazze: la prima era altissima, bionda e con gli occhi color del ghiaccio, la seconda era poco più bassa, coi capelli neri e gli occhi chiari. Alice le presentò:

“Dafne, queste sono due mie compagne di università: Elisabetta e Luisa Ammirati. Ragazze, questa è una vecchia amica, il vicecommissario Dafne Reale.”

Le presentazioni furono interrotte dal suono del campanello, suono che lasciò piuttosto interdetta Dafne, che non sapeva che Alberto aveva dotato il maniero di ogni genere di comfort, eccezion fatta per il riscaldamento. Grazie al cielo aveva avuto il buon gusto di occultare tutto e non aveva rovinato l’incanto di quel luogo fiabesco.

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